L’ultimo album degli Alt-J è un inno agli artisti liberi

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Relaxer
di Alt-J
Infectious Music

Con l’ultimo disco gli Alt-J hanno spaccato la critica. E sotto sotto vogliamo credere che l’abbiano quasi fatto apposta. Ma prima di arrivare a Relaxer – il titolo del terzo lavoro della band di Leeds – è utile capire cosa hanno fatto prima gli Alt-J e perché sono arrivati a fare un album del genere.
A cinque anni fa risale il disco d’esordio, An Awesome Wave: letteralmente memorabile, trascinante e quasi rivoluzionario, perché per quanto possano ricordarti i Radiohead in alcuni passaggi, loro ragionano in un modo unico e sanno come sfuggire alle etichette. Diciamo che pensano da indie nel senso che fanno ciò che gli pare nei dischi e questo concetto è particolarmente sviluppato soprattutto in Relaxer.
Succede poi che Newman & Co. devono lavorare al secondo album, che «è sempre il più difficile nella carriera di un artista», dicono in tanti, e in effetti è così, perché è quello che qualche dubbio sulla portata degli Alt-J ce l’ha fatto venire; un buon prodotto, per carità. Ha anche due-tre hit niente male, ma anche più di un passaggio facilmente dimenticabile. Come fare a replicare quel disco d’esordio, allora? Semplice, non lo replichiamo, hanno pensato gli Alt-J.

Relaxer è l’esplorazione di tantissimi territori, apparentemente (e forse non solo) sconnessi tra di loro, per il semplice gusto di correre dappertutto e di non arrivare a un filo logico, a un’etichetta. È un disco che più indie non si può, perché fregarsene così altamente del peso e dell’importanza di questo disco e buttare un minestrone senza nessuna hit in trentanove minuti qualche rischio comporta. Ma è andata bene.
Certo, una buona fetta di critica non è stata tenera nei loro confronti e loro lo sapevano già in partenza. Hanno voluto sparigliare le carte con un disco che o ami oppure detesti, perché di passaggi provocatori ne ha parecchi.
Basta guardare il singolo che apre l’album, 3WW: un inno alla pazienza. Per un minuto e quaranta secondi non c’è voce, ma solo un ritmo – ripetitivo – da cui prima ti aspetti che parta qualcosa, poi passa così tanto tempo che credi ti stiano solo prendendo in giro e immagini tutto il pezzo così e dopo ancora, quando sei rassegnato ad una canzone buttata, parte il cambio direzione che spacca in due il brano e lo rende quasi epico.

Poi c’è In Cold Blood, che è l’unico passaggio vicino agli Alt-J degli esordi. Sembra quasi che vogliano ritornare nella loro comfort-zone e adagiarsi sul sicuro, e invece è solo un episodio che funziona perché nel contesto di questo album è l’unico.
Da qui in poi gli Alt-J fanno un calderone meraviglioso e provocante. Coverizzano la potentissima House of the Rising Sun, nota per la versione degli Animals, eliminando tutta l’enfasi di quel brano e rallentandola all’ennesima potenza. Ci cambiano anche qualche strofa, il che modifica pure il senso generale della canzone. Poi ci mettono il carico da novanta con Hit Me Like That Snare, il momento più rock e allo stesso tempo più inclassificabile del disco, e DeadCrush, quasi quattro minuti di ipnosi in cui perdersi.

Da qui la sezione ritmata del disco finisce per fare spazio ai tre pezzi conclusivi: lenti, lenti, lenti. Ma belli. In particolare Pleader, l’ultimo brano. C’è un’orchestra con loro e tu prima di questo disco non immaginavi nemmeno che Alt-J e orchestra potessero stare in una stessa frase, figuriamoci in un disco. E invece funzionano; funzionano brillantemente, sono un capolavoro e sono quanto più chiediamo all’arte su questa terra e cioè libertà di fare cose. Senza schemi. Bravi Alt-J.

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Ho 18 anni e ospiti della mia play-list sono perlopiù Bob Dylan, De Gregori, i Pink Floyd e tanti altri artisti che mi convincono di essere nato nell’anno sbagliato. Amante di (quasi) tutti i generi possibili, scrivo anche di sport. In due libri a trenta mani ho pubblicato Che Storia la Bari e La Bari siete voi, giusto per render chiara la passione per il biancorosso. Sogni nel cassetto: viver di romanzi e stappare una bottiglia di GreyGoose sui colli bolognesi con Cesare Cremonini.