Filippo Graziani: «Canto il pop e faccio quello che voglio con le parole»

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Filippo Graziani è uno di quei ragazzi che i dischi li sanno fare, e bene. La chitarra la suona con la “mano di papà” e con le parole si diverte. Questa volta l’ha fatto in chiave pop: cheesy pop, sempre fermandosi prima del “burrone” del melenso. E non è mica facile! Il risultato uscirà il 16 giugno, si chiama Sala giochi ed è un omaggio agli anni ’80, con quel romanticismo un po’ spinto che poggia su tappeti di synth. La nostra intervista.

Hai scritto un disco d’amore, da intendere come punto di riferimento in un periodo pieno di paure. E se fosse il contrario? Non temi le critiche di chi sostiene che, in un periodo pieno di paure, anche la musica dovrebbe prendersi le sue responsabilità e smettere di “cantare d’amore”? 
È possibile. Però, quando dico di cantare d’amore, non escludo il resto. In Tutto mi tocca parlo proprio dell’ipersensibilità a questi tempi; in Dov’è il mio posto, del trovarsi in una società che sta cambiando e capire dov’è il nostro posto. Non mi appartengono i discorsi generali: non parlo dell’amore in sé o della rivoluzione in sé, ma è sempre una questione personale. Esprimo il mio pensiero riguardo ai singoli temi.

Quindi, quando parli di smarrimento e di ricerca di un’identità, come in Tutto mi tocca o in Appartiene a te, parli a nome di Filippo Graziani e non si può considerare un discorso generazionale?
Le cose belle, il pezzo che ho portato a Sanremo, era una canzone generazionale, infatti usavo il plurale. In questo disco, invece, parlo dal mio punto di vista: parto da una posizione personale. Penso che le storie servano anche a ispirare qualcun altro a far riflettere su certe cose, ma questo avviene successivamente alla scrittura del pezzo. Se qualcuno condivide il mio pensiero, ne sono felice.

Il disco si chiama Sala giochi, sulla copertina vediamo il tetris e ascoltandolo ritroviamo molto delle sonorità anni ’80. È nata prima l’idea di fare un “omaggio” a quegli anni o titolo e copertina sono stati una prosecuzione naturale del lavoro finito?
La copertina è stata l’ultima cosa che abbiamo fatto, ma in realtà il vero sviluppo estetico del disco è l’illustrazione di Tanino Liberatore, un uomo che quegli anni li ha dipinti per artisti come Frank Zappa, e in una maniera in cui mi ritrovo molto.
La “miccia” per questo album è stata la mia passione per i sintetizzatori e, in generale, per l’immaginario estetico degli anni ’80: dai film alla musica. Reminiscenze della mia fanciullezza che ho deciso di mettere in questo disco, per fare outing del mio profondo nerdismo!

Questo è quello che ti porti dietro dagli anni ’80, mentre cosa tieni ben stretto degli anni 2000?
Ho suonato tutto il post-rock dei primi anni 2000, musicalmente il mio periodo preferito, perché ci ha regalato le ultime grandi band, come gli Strokes.
E poi c’è stata la rivoluzione di internet. Io, avendo 36 anni, sono riuscito a vivere il mondo anche prima del suo arrivo, che poi ha cambiato tutto: il modo di approcciarsi alla vita, ai rapporti, al lavoro. Il 2000 ci ha regalato tanto per il quale metterci al passo: è stato un periodo di sfide per la mia generazione, costretta ad andare avanti velocemente.

È cambiato anche il tuo modo di fare musica?
Ho continuato a lungo a scrivere canzoni registrando su un quattro tracce a mini disk quando già esistevano i computer. Il primo l’ho comprato nel 2006, quindi relativamente tardi.
Adesso i programmi mi facilitano non poco la vita, però per scrivere un pezzo parto sempre dallo strumento: una chitarra o un pianoforte. Scritta la canzone, il computer mi consente di provare mille vestiti, fino a quando non trovo quello che preferisco, e questa è una grandissima possibilità per chi fa musica.

Tornando al disco, ci sono alcune canzoni sfacciatamente pop in cui l’impressione è che tu ti diverta con le parole, giocando sul limite…
È vero! In alcuni punti del disco mi rendo conto io stesso di aver “spinto l’acceleratore” sul pop, ed è una cosa che ho fatto consciamente, perché mi piaceva l’idea di inserire quell’aspetto un po’ “cheesy”, a tratti anche melenso, degli anni ’80. Il mio disco precedente era molto meno romantico, mentre qui mi sono lasciato andare, fermandomi sempre prima del “burrone”. Insomma, volevo esplorare il mio lato romantico, sempre filtrato però dal disincanto. Per ora non me la sento ancora di pubblicare un disco di color “rosso vivo”, ma “rosino”: vedremo il prossimo!

Quanto al live?
Abbiamo terminato l’allestimento in questi giorni. La band si compone di musicisti che sono con me da sempre, come mio fratello Tommaso, con cui ovviamente ci conosciamo benissimo, cosa fondamentale nella musica dal vivo.
Saranno concerti pieni di tastiere e sintetizzatori e impostati sull’immaginario del disco anche da un punto di vista estetico. Un live divertente in cui suoneremo anche canzoni del mio precedente album e, probabilmente, qualcosa di mio padre, anche se questo lo decido sempre al momento. Non escludo poi qualche cover: l’anno scorso avevamo suonato Com’è profondo il mare di Lucio Dalla, uno dei pezzi più belli della musica italiana. Quest’anno vedremo: la scaletta non l’abbiamo ancora chiusa definitivamente e quindi aspettiamo qualche inserimento dell’ultimo minuto. E poi a me piace improvvisare: mi piace l’idea di un live aperto in cui c’è spazio per fare un po’ di tutto.

Per concludere, ecco il video di Esplodere, primo singolo estratto dall’album:

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Nata a Venezia, ma vivo a Milano. Classe ’93. Diploma al liceo scientifico-linguistico, ultimo anno di Giurisprudenza all’Università di Padova e un Erasmus in Spagna. Tanti interessi: dalla scrittura alla musica, dai viaggi alla politica. Musicista per diletto e aspirante giornalista. Prime collaborazioni con Max/Gazzetta dello Sport, Radio Base di Mestre, Young.it e NonSoloCinema.com. Giornalista pubblicista, da cinque anni inviata alla Mostra del Cinema di Venezia. Mi trovate anche su D.Repubblica.it, Amica.it, La Nuova Venezia, il Mattino di Padova e la Tribuna di Treviso.