Scooter & The Big Man, “Jungleland” e quell’urlo per superare il dolore

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Sono passati 6 anni dalla scomparsa di Clarence Clemons, Big Man. Autentico pilastro della E Street Band  e dello stesso Bruce. Era il 18 giugno del 2011 quando Clarence se ne andò, dopo una settimana di coma, in un ospedale di Palm Beach in Florida. Ricordo che la notizia mi arrivò mentre come ogni sabato facevo colazione al bar con i miei blood brothers, i miei migliori amici, quelli con cui dal 1985 vado a tutti i concerti di Springsteen in Italia e spesso anche fuori. Fratelli di sangue, appunto, così come lo erano Bruce e Clarence. Lì per lì rimasi quasi indifferente alla notizia, sapevamo tutti che Clemons era malato da tempo, e poi avevo letto delle brutte storie sui suoi comportamenti privati che me lo avevano fatto scendere un bel po’ come essere umano, non certo come musicista. I miei due amici, invece, loro erano sgomenti. Io pensavo al dolore di Bruce, loro erano tristi per la morte di Big Man. Io ero un quasi sdegnata. Loro erano sinceramente addolorati.  Che  grandissima perdita per la E Street Band! Cosa sarebbe successo adesso? Ci sarebbe stata ancora la ESB o si sarebbe sciolta? Domande dure, considerazioni cupe eppure più che legittime in quella mattinata di metà giugno.

Qualche giorno dopo, stavo ascoltando un po’ di musica random ed è partita “Jungleland”. Una delle canzoni più belle che Bruce abbia mai scritto. L’assolo di sax di Clarence. Il più bello di tutta la storia della musica rock. Senza quasi rendermene conto, ho iniziato a piangere. Le lacrime scendevano e non si fermavano più. Ho rivisto Clarence sul palco di Milano nel 1985, quando me lo trovai davanti per la prima volta dal vivo accanto ad un ragazzo bianco in jeans e t-shirt che avrebbe cambiato per sempre la mia vita, ho rivisto la sua bandana rossa sui capelli afro, che faceva il paio con quella blu del Boss accanto a lui. Ho ripercorso con la memoria tutti i concerti a cui avevo assistito, tutte le volte che ci aveva fatto impazzire, urlare di gioia, commuovere con quell’assolo potentissimo. Ho risentito nel cuore la felicità che sapeva darci. Ho capito allora che l’eredità che ci lasciava Clarence era immensa. Ho pensato che – forse – non ci sarebbe sta più la E Street Band, sicuramente non ci sarebbe stato più quell’assolo di sax  e probabilmente “Jungleland”, la “mia” canzone, non sarebbe stata più inserita in scaletta. Chi altro avrebbe potruto replicare quella magia sul palco? Bruce e Clarence sul palco erano assolutamente complementari: da una parte il ragazzo bianco magro e nemmeno troppo alto, dall’altra il colosso nero (m. 1.96) dal fisico imponente che gli derivava dall’essere stato un giocatore di football ai tempi del liceo. Diversissimi eppure perfetti insieme. Come nelle migliori coppie. Quante volte avevo invidiato quel bacio tra loro! Quante volte avevo guardato ad occhi spalancati la scivolata che Bruce faceva dopo la corsa da una parte all’altra del palco per rifugiarsi nelle braccia (e nel sax) di Clarence! E non c’era nulla di erotico in quegli slanci, solo il suggello di un connubio professionale e personale assolutamente perfetto. In quei baci, in quelle scivolate, c’era – e c’è – tutto il senso dell’amicizia, quella vera,  c’è lo spirito della condivisione della gioia, c’è l’apice della felicità. Di fronte a quelle scene tutti noi ci sentivamo più vicini anche se di fianco a te c’era un perfetto sconosciuto. Ma la magia di Clarence, di Bruce e della loro amicizia era anche questa, soprattutto questa.

«Mio fratello Clarence Clemons, il mio sassofonista, la mia ispirazione, il mio compagno, il mio amico di una vita. Sono rimasto qui seduto ad ascoltare tutti che parlavano di Clarence, e a guardare quella foto di noi due. È un’immagine di Scooter e The Big Man, personaggi che qualche volta eravamo. Come potete vedere nella foto, Clarence si sta ammirando i muscoli e io cerco di non farci caso mentre mi appoggio a lui. Mi sono appoggiato molto a Clarence; in un certo senso, ci ho costruito sopra una carriera». Così Bruce aveva voluto ricordare Clarence durante la funzione funebre. Springsteen ci ha messo più di un anno per ricantare dal vivo quella canzone. Lo fece il 28 luglio del 2012, a Goteborg, in Svezia, un posto speciale per Clarence, che aveva sposato una donna svedese. Se andate a rivedere quel video (il link è qui sotto), se risentite il discorso di Bruce  prima di attaccare il pezzo, ma soprattuto il suo urlo alla fine, capirete davvero cosa abbia significato Clarence – come uomo e come musicista ma soprattutto come amico – per Springsteen. Quell’urlo racchiude, esprime e libera tutto il dolore accumulato, tutta la disperazione di un uomo che perde il suo blood brother. Lui che aveva trascorso i giorni del coma di Clarence su una poltrona accanto al letto d’ospedale nella speranza di guardarlo negli occhi ancora una volta. Con quell’urlo Bruce ha sputato via tutta la sua sofferenza, la sua pena e la sua rabbia. Ed ha ricominciato a fare “Jungleland” dal vivo, con la E Street Band e con Jake Clemons al posto di zio Clarence. Perché la magia di Bruce Springsteen & The E Street Band non muore mai.

P.S. L’immagine in evidenza è una rarissima foto di Eric Meola fatta per il photo shoot di Born To Run nel 1975. La foto venne esposta al funerale di Clarence ed è quella a cui fa riferimento Bruce nel suo discorso, in parte qui riportato. Questa foto – la preferita di Clemons – è stata donata (autografata) dallo stesso Meola alla Fondazione HomeSafe di cui Clemons era  fervido sostenitore, e successivamente venduta all’asta per raccogliere fondi per l’Associazione. La HomeSafe si occupa di bambini vittime di abusi e violenza domestica e ogni anno aiuta più di 15.000 bambini. Di questa foto esistono – al momento – soltanto 3 copie stampate e firmate dall’autore come prova della loro autenticità.

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Patrizia De Rossi è nata a Roma dove vive e lavora come giornalista, autrice e conduttrice di programmi radiofonici. Laureata in Letteratura Nord-Americana con la tesi La Poesia di Bruce Springsteen, nel 2014 ha pubblicato Bruce Springsteen e le donne. She’s the one (Imprimatur Editore), un libro sulle figure femminili nelle canzoni del Boss.
Ha lavorato a Rai Stereo Notte, Radio M100, Radio Città Futura, Enel Radio. Tra i libri pubblicati due su Luciano Ligabue: Certe notti sogno Elvis (Giorgio Lucas Editore, 1995) e Quante cose che non sai di me – Le 7 anime di Ligabue (Arcana, 2011). Uno (insieme a Ermanno Labianca) su Ben Harper, Arriverà una luce (Nuovi Equilibri, 2005) e uno su Gianna Nannini, Fiore di Ninfea (Arcana). Il suo ultimo libro, scritto con Mauro Alvisi, s’intitola “Autostop Generation” (Ultra Edizioni). Dal 2006 è direttore responsabile di Hitmania Magazine, periodico di musica spettacolo e culture giovanili.