Cosa significano i vent’anni di “Ok Computer” per un ventenne

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Quando i Radiohead hanno pubblicato Ok Computer, io dovevo ancora nascere. Da allora sono passati vent’anni e questo capolavoro ha avuto modo di avere largo spazio nella mia vita e in quella di tanti miei coetanei.
Mi hanno chiesto come ci finisce un ventenne su questo disco e, anche se avrei potuto tranquillamente dire che con tutti i supporti che ci sono oggi ripescare la bella musica non è così difficile, la realtà è che io su Ok Computer ci sono bellamente inciampato. Per sbaglio. Avevo precocemente scoperto Bob Dylan e stavo iniziando ad immergermi in uno dei mari oscuri musicali più affascinanti che la terra ci ha donato, quando digitando la Subterranean Homesick Blues del menestrello di Duluth ho trovato la Subterranean Homesick Alien dei Radiohead. Saranno state quelle autostrade azzurrine appiccicate sullo sfondo bianco della copertina o sarà stato solo un errore; di fatto da quel giorno la ricerca di Dylan è andata di pari passo con quella dedicata ai Radiohead, di cui Ok Computer è stato il primo tassello.

Ma veniamo al punto: cosa significa Ok Computer oggi per un ragazzo di vent’anni? Leggere il tempo, innanzitutto. Questo è un disco legato da un filo conduttore: lo smarrimento. Il 1997 è l’anno in cui internet inizia a diventare un fatto serio e in cui ogni casa è dotata di computer. Nel disco c’è un futuro che sembra consegnato in mano alla tecnologia, e a conti fatti Yorke e soci tutti i torti non ce li avevano. Ok Computer è la previsione azzeccata del mondo di oggi, una puntata del 1997 di Black Mirror  in undici canzoni.

Ma musicalmente cosa è stato Ok Computer? Un punto di svolta. A ragione viene definito come l’ultimo capolavoro della vecchia generazione e come il primo della nuova. Dicevamo del 1997 e dicevamo dell’anno in cui il rock della chitarra elettrica è attraversato dalla corrente del britpop, quello degli Oasis e dei Blur, e dall’influenza del grunge dei Nirvana di qualche anno prima.

I Radiohead arrivano a questo disco con due album alle spalle, non troppo di eclatante per sperare di arrivare dove sono adesso (cioè al riconoscimento, suppongo quasi indiscutibile, di band migliore della nostra generazione) e parecchie etichette da levarsi di dosso. Per esempio l’etichetta di quelli di Creep, singolone riuscitissimo del primo disco e a lungo odiato dalla formazione che lo ha riproposto eccezionalmente a Monza qualche giorno fa, e l’etichetta di quelli tristi e malinconici dell’album di The Bends.
Un ottimo album, ad oggi inferiore a tanti loro lavori, ma allora un buon pretesto per stabilirsi su un certo tipo di mercato e vendere bene.

Qui viene fuori tutta l’intelligenza dei Radiohead. Non accontentarsi di fare i tirabuoi di un mercato discografico e non appiattirsi mai come mantra per una carriera. Ok Computer suona come non era mai suonato niente prima di allora ed è unico e irripetibile perché Yorke e soci anche dopo un successo di quella portata hanno scelto altre strade per non fotocopiarsi. Qui c’è la grandezza degli artisti e qui ringrazio di averli conosciuti assieme a Dylan, che per quanto faccia musica diametralmente opposta ha sempre ragionato con quella mentalità lì: rinnovarsi e non imitarsi.
Ok Computer è un capolavoro che comprendi ancora meglio quando vedi che da lì in poi, da Kid A fino all’ultimo A Moon Shaped Pool, ogni disco è la reazione allergica dell’altro. È un nuovo percorso dell’autostrada imboccata con Ok Computer.
Fine della digressione.

Il discorso è che Ok Computer svolta il mondo del rock perché – e qui Pitchfork regala una definizione perfetta – è contemporaneamente il massimo vertice di un disco rock e l’esatto contrario di un disco rock. Ha la capacità di essere l’uno e l’altro insieme, perché al suo interno ha l’influenza marcata del jazz di Miles Davis, consumato da Yorke in quegli anni, e della musica elettronica. Ha dei mondi che confluiscono al suo interno capaci di formare canzoni il più possibile lontane da un’etichetta di genere.
Non starò qui a sezionare le canzoni – anzi, i capolavori – che ci sono all’interno di questo disco, perché se siete arrivati a questo punto del pezzo io immagino che Ok Computer lo abbiate consumato come cannibali  e se non lo avete fatto correte a farlo perché questo non è un disco, ma un’esperienza di comprensione della bellezza.
L’unico brano su cui vorrei soffermarmi è Fitter Happier, che di musicale non ha niente. È un intermezzo parlato da una voce di computer, una Siri di vent’anni fa, che raccomanda all’uomo azioni universalmente giuste da fare per essere più felice, più sano e  più produttivo. E quindi “vai tre volte a settimana in palestra, controlla il conto in banca, mangia bene, sii interessato ma non innamorato” e dunque, sottinteso, omologati al concetto di vita sana che ti propiniamo e che scegliamo per te.
E alla fine, solo alla fine, “un maiale, in una gabbia, sotto antibiotici”. Giusto per spiegarci che Ok Computer è un disco fatto da visionari.

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Ho 18 anni e ospiti della mia play-list sono perlopiù Bob Dylan, De Gregori, i Pink Floyd e tanti altri artisti che mi convincono di essere nato nell'anno sbagliato. Amante di (quasi) tutti i generi possibili, scrivo anche di sport. In due libri a trenta mani ho pubblicato Che Storia la Bari e La Bari siete voi, giusto per render chiara la passione per il biancorosso. Sogni nel cassetto: viver di romanzi e stappare una bottiglia di GreyGoose sui colli bolognesi con Cesare Cremonini.