Eddie Vedder a Firenze: fuochi nella notte di San Giovanni

Il cantante dei Pearl Jam ha aperto il suo breve tour italiano alla Visarno Arena di Firenze: tantissimo pubblico per una performance che non scorderemo mai

2786
2
Eddie Vedder a Firenze
Foto tratta dalla pagina Facebook di Firenze Rocks

Non era facile. Non era per niente facile. Per lui, ma anche per noi. Per lui nel senso che, appena un mese e una settimana fa, è mancato un suo caro amico durante una notte maledetta in quel di Detroit. Suicidio, ha stabilito il referto medico scatenando il gossip globale. E tante, tantissime sono state le critiche nei confronti del signor Eddie Vedder per non aver presenziato ai funerali hollywoodiani di Chris Cornell lo scorso fine maggio, quando la tranche del suo tour europeo era comunque in partenza da Amsterdam e tutte le attrezzature erano già state impacchettate e spedite. Mica semplice.

E per noi, ovviamente, visto che il periodo è quello che è. Le polemiche restano tante (faccenda dei token in primis, ma non dilunghiamoci) e la Visarno Arena – pur con tutto il suo fascino da impianto sportivo – è pur sempre un vecchio ippodromo polveroso alle porte di Firenze. Vastissimo, afoso e talmente stipato di gente da rendere la visione ad occhio nudo sul palco quasi impercettibile, nonostante tre enormi megaschermi rendano il tutto più “televisivo”. Eppure bisognava esserci. Terminate le esibizioni degli italiani Eva Pevarello e Samuel (e qualcuno ancora giustamente sospira per il forfait dei Cranberries…) e rinfrancati dall’ottimo set di Glen Hansard (singer-songwriter irlandese che se ne intende di squisitezze alla Van Morrison), alle ventidue e trenta è finalmente il turno di Eddie Vedder alla sua prima apparizione solista nel nostro Paese. E qualcuno ha ancora nelle orecchie gli esplosivi concerti dei Pearl Jam, a Milano e Trieste, datati estate 2014. Altri tempi.

Chi ha già avuto la fortuna di godersi Vedder alle prese col suo spettacolo “teatrale”, sa già a cosa andrà incontro nonostante le sue scalette restino imprevedibili: una performance totale e nuda allo stesso tempo. Un uomo di quasi 53 anni (li farà il prossimo 23 dicembre) capace di tenere ipnotizzate le folle grazie ad un baritono unico e pochi strumenti di supporto, tra cui l’amatissimo ukulele, stasera però usato ai minimi sindacali. Un happening che inevitabilmente ricorda quello di Bruce Springsteen all’epoca di The Ghost Of Tom Joad o il padrino Neil Young che, durante la promozione di Greendale (2003), si lanciò in un progetto simile. Solo che quelli erano concerti al chiuso, incentrati su dischi particolari e di fronte a pubblici senz’altro più preparati. Ai Festival – e il Firenze Rocks lo è visto che ospita anche Aerosmith e System Of A Down –  non sai mai cosa aspettarti. Tant’è che ad un certo punto lo stesso Eddie pronuncia il nome della sua cara amica Kim Deal (“Sapete chi è, vero?”) e, nonostante lo smaccato status alternativo della bassista dei Pixies e della leader dei Breeders, sull’arena cala un silenzio di tomba.

Foto tratta dalla pagina Facebook di Firenze Rocks

Dunque lode all’ex benzinaio di San Diego per avercela fatta senza effetti speciali e con la forza di un canzoniere che è sfilato tra ben quattordici pezzi dei Pearl Jam, parecchi estratti della splendida colonna sonora di Into The Wild, cover azzeccate (Trouble di Cat Stevens e The Needle And The Damage Done dello stesso Young), altre inevitabilmente castrate (da brividi il pump organ di Comfortably Numb dei Pink Floyd anche se il tutto si interrompe di botto visto che Vedder, per una mera questione anatomica, non poteva lanciarsi nell’iconico assolo di Gilmour) e addirittura una Imagine di John Lennon che sarà sì banale ed usurata, ma stanotte, in questo mood fiorentino, fa tanto “popolo rock”.

Certo, tutti si aspettavano un accenno esplicito all’amico Cornell (e il Nostro lo fa citando i Soundgarden e dedicando a Chris, quasi in incognito, una Black da lacrime) o addirittura un po’ più di enfasi ritmica (ma aggiungere un basso ed un batteria avrebbe reso tutto troppo “Eddie Vedder Band” mancando di rispetto ai Pearl Jam, tuttora in circolazione), eppure questo concerto, datemi retta, è stato già fin troppo perfetto così. Perché la senti eccome la botta orgasmica quando Hansard raggiunge il buon Ed sul palco e, tra una Song of Good Hope e una Society da stadio, praticamente non lo molla più fino alla fine. E il congedo è una travolgente Rockin’ In The Free World come da tradizione (con la chitarra acustica di Glen che non si disintegra per puro miracolo) e una geniale Hard Sun accompagnata da un loop etnico creato pigiando il tasto play su di un mangianastri a bobine presente sulla pedana.

Ecco, tra laser stucchevoli e produzioni fighette, ologrammi e corpi di ballo, business, business e ancora business (ah, quei WC privati utilizzabili versando mezzo token!), il “sopravvissuto del grunge” (certi quotidiani italiani lo hanno etichettato così sfoderando grande eleganza) adopera ancora, in pieno 2017, il più semplice dei trucchi: una voce, una chitarra e un coro di cinquantamila anime di fronte a lui. Nell’era dei social network, ieri sembrava di vedere un busker di Woodstock così come i Pearl Jam attuali restano la più credibile fusione di Creedence Clearwater Revival e The Who. Non è pigra nostalgia, la mia, anche perché io non ero ancora nato quando il classic rock non era ancora considerato “classico”. Si tratta solo della cara vecchia scuola. Quella a cui tutti dovremmo volere bene. Quella in cui Vedder, per citare una certa canzone, “ha parlato in classe oggi”.

SCALETTA EDDIE VEDDER FIRENZE ROCKS
1.Elderly woman behind the counter in a small town
2.Whishlist
3.Immortality
4.Trouble (cover di Cat Stevens)
5.Brain damage (cover dei Pink Floyd)
6.Sometimes
7.I am mine
8.Can’t keep
9.Sleeping by myself
10.Setting forth
11.Guaranteed
12.Rise
13.The needle and the damage done (cover di Neil Young)
14.Unthought known
15.Black
16.Porch
17.Comfortably numb (cover dei Pink Floyd)
18.Imagine (cover di John Lennon)
19.Better man
20.Last kiss (cover di Wayne Cochran)
21.Falling slowly (cover degli Swell Season)
22.Song of good hope (cover di Glen Hansard)
23.Society (cover di Jerry Hannan)
24.Smile
25.Rockin’ in the free world (cover di Neil Young)
26.Hard sun (encore)

CONDIVIDI
Simone Sacco nasce nel 1975, l'anno di "Horses" di Patti Smith. Nella vita scrive abitualmente di musica, tattoo art, calcio, libri ecc. Deve tutto, nel bene o nel male, al 1991 e a "Nevermind" dei Nirvana.
  • Anjin_San

    Beh.. un effetto speciale c’é stato…
    E non gli sarà costato poco.
    Cosa avará promesso Eddie, e a chi, per avere quella stella cadente sulle ultime note di Imagine?
    Sei ore di macchina, ma ragazzi, il concerto della vita.
    E ne ho visti, eccome se ne ho visti.
    Grazie Eddie, semplicemente il più grande di tutti.

  • Antongiulio Cazzavillani

    sto mito che questi sono tutti amici e si addolorano quando uno di loro scompare.
    Ma questi stanno a pensare a fare soldi dalla mattina alla sera a buon bisogno Cornell non lo sentiva da 20 anni