Il mio primo concerto di Paul McCartney. Quando 3 ore ti cambiano la vita

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Foto di Mattia Luconi

I concerti non sono tutti uguali. Ognuno è in grado di regalarti una sensazione ed un’emozione diversa. Ce ne sono alcuni poi a cui rimani più legato, un po’ perchè sono semplicemente più belli, un po’ perchè li aspettavi da tanto, un po’ perchè hai davanti a te l’occasione di vedere il più grande artista della storia della musica.

Io ho dovuto aspettare 23 anni per vedere un concerto di Paul McCartney, ma quel 27 giugno del 2010 lo ricordo come se fosse ieri. Quel concerto nasce da una pazzia, la pazzia che solo un 23enne può fare: ricordo che ero nel bel mezzo di uno degli esami più tosti del mio corso di laurea, diedi lo scritto di giovedì e mi aspettava un orale il mercoledì successivo, ma durante il weekend cosa feci? Presi un aereo per Londra, perchè Paul McCartney non poteva aspettare, aveva aspettato fin troppo.

Già all’aeroporto di Torino capii di aver fatto la scelta giusta: quasi a farlo apposta, nella sala d’attesa risuonò a lungo With a little help from my friends, cantata da Ringo, ma scritta da Paul. Londra è una di quelle città che posso permettermi di girare senza cartina, senza aver bisogno di dover cercare i punti più turistici (visti e rivisti tante volte), ma con la sola voglia di fare un giro a St. James Park, sedermi su una panchina a Green Park e leggere un libro immerso nel verde per far passare un pomeriggio. Fish & Chips la sera con sottofondo la partita Inghilterra – Stati Uniti, dei Mondiali di calcio del 2010 ed a letto presto.

Il giorno dopo fu uno dei giorni più belli della mia vita: sveglia presto e corsa ad Hyde Park, in attesa che aprissero i cancelli. Ricordo le prime file, piene di italiani, alcuni che come me arrivavano dall’Italia, ma altrettanti residenti lì. Come ogni Festival che si rispetti la musica iniziò dal primo pomeriggio con Joshua Radin (che conobbi quella sera e da lì avrei iniziato a seguirlo in tutto il mondo), Elvis Costello, Still Crosby & Nash e tanti altri. Ma alle 19:30 arrivò lui. 
Non potevo credere ai miei occhi: l’idolo di una vita a pochi metri da me. Iniziò con un meadley dei Wings, Rockshow, Venus and Mars e Jet ed io iniziai a piangere. Lacrime spinte dall’emozione, dall’adrenalina, dalla sensazione di aver passato 23 anni della mia vita in attesa di quel momento, e con la consapevolezza che quel giorno avrebbe segnato un turning point nella mia esistenza.

3 ore che volarono via con una velocità disarmante. Rimasi estremamente colpito dal fascino di Paul McCartney, di come fosse evidente che era lì per divertirsi. Si divertiva lui, di divertiva la band, si divertiva il pubblico. Continuavo a guardarlo e continuavo a credere che si trattasse di un sogno. Pensavo a tutto quel che aveva fatto, a come aveva cambiato la storia della musica e che, alla fine, si trovava a pochi passi da me. A cantarmi in faccia le canzoni che amavo, a giocare come se fossimo ad una festa della birra e non ad Hyde Park in mezzo a 100.000 persone.

Fece 39 (!) canzoni quella sera, da The long and winding road a Yesterday, da Get back a Lady Madonna, da Day Tripper ad Hey Jude, urlata all’infinito da tutto il pubblico. Ma soprattutto Let it be. Let it be per me è la canzone perfetta, la canzone che riesce a toccare delle corde che nessun altro brano e nessun altra arte riesce a toccare. La prima volta che la ascoltai dal vivo mi travolse con un impeto che mai mi sarei aspettato, ma tutt’oggi, quando arriva, lascia il segno.

Non fu un concerto, non fu uno spettacolo, ma furono delle montagne russe cariche emozioni: dalle grida in puro stile Beatle-mania, alle risate per le sue battute, passando per dei momenti di riflessione, come quando ricordò gli amici scomparsi George Harrison e John Lennon.

A distanza di 7 anni da quel concerto, nonostante lo abbia poi visto in ogni angolo d’Europa, continuo a dire grazie a quell’uomo ed a come ha stravolto la mia esistenza.

La fotogallery della serata:

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Di origini torinesi, ma trapiantato ormai da diversi anni in quella magnifica terra che ha dato i natali ai più grandi musicisti italiani, l'Emilia. Idealista e sognatore per natura, con una spiccata sindrome di Peter Pan e con un grande amore che spazia dal Brit rock passando per quello a stelle e strisce, fino ai grandi interpreti italiani. Il tutto condito da una passione pura, vera e intensa per la musica dal vivo.