La magnifica storia di “Hallelujah” di Leonard Cohen

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Leonard Cohen, Hallelujah

Fosse dipeso dai responsabili della casa discografica di Leonard Cohen, Hallelujah non avrebbe mai visto la luce. Quando l’ascoltò la prima volta, Walter Yetnikoff, presidente della Columbia (oggi Sony), commentò: «Ma cos’è? Non capiamo nemmeno cosa sia. Non avrà mai successo». Aggiungendo subito dopo: «Leonard, sappiamo che sei grande, ma non sappiamo se ci servi a qualcosa». Decisamente lungimirante!

Era il 1984. Cohen aveva impiegato ben quattro anni per completare Hallelujah. Racconta Massimo Cotto nel libro I famosi impermeabili blu (VoloLibero): «Poi, un giorno, convoca nella sua stanza d’albergo il produttore John Lissauer, prende la chitarra e la canta, con la consueta nuda semplicità. Lissauer è stordito dalla bellezza del brano, ma pensa che per una volta l’abito sonoro debba cambiare. Porta Cohen in studio, si siede al pianoforte a coda e lo trasforma in un inno gospel. Chiede al batterista di suonare con le spazzole e non con le bacchette, aggiunge un coro e gioca con il riverbero, isola la voce di Cohen come se risuonasse in una cattedrale deserta».

Cohen resta letteralmente a bocca aperta. Sono tutti davvero gasati, a parte quelli della casa discografica. Comunque dopo un po’ l’album Various positions, che contiene Hallelujah (e altri capolavori come If It Be Your Will, Dance me to the End of Love, Hearth with No Companion, Coming Back to You, Night Comes On e The Captain) fu fatto uscire, ma solo in Europa. Dove vende bene. Esce pure Hallelujah come singolo, ma non ha alcun successo.

Sette anni dopo, nel 1991, John Cale ne incide una versione piuttosto spettrale, che sarà inserita nella colonna sonora del film Basquiat. È a questa versione che, nel 1994, si ispira Jeff Buckley, quando la reincide a sua volta per inserirla in Grace, il suo primo e unico album.

Da quel momento in poi le cover non si contano più, oggi sono oltre 200, per non dire di tutti quelli che l’hanno cantata dal vivo senza poi inciderla. Le più famose sono quella di Rufus Wainwright per la colonna sonora di Shrek e quella di Alexandra Burke, vincitrice della quinta edizione dell’X-Factor britannico.

Nei primi mesi del 2009 Hallelujah è nelle charts del Regno Unito in tre differenti versioni: al primo posto quella di Buckley, al secondo quella di Alexandra e al 36esimo quella di Cohen.

Tra coloro che l’hanno incisa (o comunque proposta dal vivo), ci sono Bob Dylan, gli U2, i Bon Jovi, Ed Sheeran, Damien Rice, Michael Bolton, Justin Timberlake, Willie Nelson, Annie Lennox, Sheryl Crow. E anche parecchi italiani: Elisa (qui la canta durante l’ultimo tour), Francesco Baccini (che ha scritto una versione in italiano, regolarmente approvata da Cohen), Eugenio Finardi. Persino Cristina D’Avena e Valerio Scanu. Ed Elio e le Storie Tese, che il 12 settembre 2001 aprirono il loro concerto milanese con una cover di questo brano come omaggio alle vittime degli attentati dell’11 settembre. Recentemente ad infoltire l’elenco degli artisti italiani che hanno interpretato questo brano ci ha pensato Ermal Meta, che lo ha cantato diverse volte sia dal vivo, sia in Tv (l’ultima a Celebration, su Rai: clicca qui per rivedere quel “passaggio”).

Come ho già raccontato, la genesi di Hallelujah è stata lunghissima. Nell’arco di 4 anni, Cohen aveva scritto almeno 80 strofe, tra le quali aveva poi scelto le sei utilizzate per la versione originale: «Avevo riempito due block notes e ricordo che ero al Royalton Hotel di New York, seduto in mutande sul tappeto, mentre sbattevo a testa sul pavimento dicendomi: “Non riesco a finire questa canzone”».

La versione originale contiene molti riferimenti biblici. Ma in una seconda versione, incisa nell’88, tali riferimenti scompaiono quasi totalmente. Sarà lo stesso Cohen a chiarire che il brano non ruota soltanto attorno al tema religioso, ma tratta anche una love story finita male. È alla versione dell’88 che s’ispira John Cale per la sua cover, e conseguentemente Jeff Buckley. Il quale poi dirà nel corso di un’intervista al Guardian: «Chiunque ascolti attentamente Hallelujah scoprirà che è una canzone che parla di sesso, di amore, della vita sulla terra. L’alleluia non è un omaggio alla persona adorata, a un idolo o a un dio, ma è l’alleluia dell’orgasmo. È un’ode alla vita e all’amore».

Chiudo con un video in cui Leonard Cohen canta Hallelujah in Piazza San Marco a Venezia (2009).

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Massimo Poggini è un giornalista musicale di lungo corso: nella seconda metà degli anni ’70 scriveva su Ciao 2001. Poi, dopo aver collaborato con diversi quotidiani e periodici, ha lavorato per 28 anni a Max, intervistando tutti i più importanti musicisti italiani e numerose star internazionali. Ha scritto i best seller Vasco Rossi, una vita spericolata e Liga. La biografia; oltre a I nostri anni senza fiato (biografia ufficiale dei Pooh), Questa sera rock’n’roll (con Maurizio Solieri), Notti piene di stelle (con Fausto Leali) e Testa di basso (con Saturnino). Ultimo libro uscito: “Lorenzo. Il cielo sopra gli stadi”.