Un saggio di Franco Fabbri su come si ascolta la musica

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Come si deve ascoltare la musica? Qual era la canzone di Sgt Pepper più gettonata nel giugno 1967? Cosa e chi c’era nella radio italiana del trentennio 1928-1958? Interrogativi che trovano risposte in L’ascolto tabù, nuovo libro di Franco Fabbri (Il Saggiatore, 490 pag. 23€).

In realtà trattasi di una seconda edizione, la prima uscì nel 2005, ma ci sono così tante novità che abbiamo deciso di incontrare l’autore nella sua casa milanese per chiedergli innanzitutto perché questo titolo, L’ascolto tabù: «È il titolo del primo capitolo, ed è il titolo di un mio intervento a una conferenza svoltasi a Barcellona, intitolata La musica che non si ascolta, un seminario di due giorni a cui partecipavano vari studiosi del suono. Mi rendo conto che la cosa non sia tanto chiara a chi non si occupa di musicologia, ma l’ascolto disattento è un tabù nel mondo della musicologia. È quello che non dovrebbe essere. C’è un’idea secondo la quale l’ascolto musicale deve essere un ascolto attento, talmente attento che dovresti essere in grado di ricostruire la struttura di un pezzo semplicemente ascoltandolo. È stato Adorno che, nell’introduzione alla sua Sociologia della musica, ha creato una specie di classifica di alcuni tipi di ascoltatore, dal più elevato fino all’ultimo, più disgraziato. La cosa interessante è che per quanto nel testo originale Adorno mettesse in guardia contro le semplificazioni, coloro che hanno letto Adorno hanno poi semplificato in modo banale. Per cui il senso comune della critica musicale e dell’ambiente colto è diventato questo: esiste l’ascoltatore strutturale che è quello di cui parla Adorno, colui che sa ricostruire l’architettura di un pezzo e poi ci sono una serie di ascoltatori, quello buono, quello così così, per arrivare all’ascoltatore distratto e oltre, fino al non ascoltatore, quello che non è capace, secondo Adorno, di ascoltare la musica. Ebbene volevo discutere queste cose e ho introdotto una serie di esempi e controesempi per smontare questa idea, non solo quella di Adorno, ma il modo che è stata cristallizzata fino a diventare un luogo comune frusto della musicologia accademica».
E siamo al primo capitolo, abbastanza complicato se pensiamo a come la musica viene consumata oggi, ma Fabbri non è solo un esperto serioso e competente della Popular Music, ma sa trattare argomenti meno impegnativi, come il Festival di Sanremo con una serie di articoli apparsi originariamente sul quotidiano L’Unità a cui collaborava, oppure un saggio su Fabrizio De André e molto attorno a Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band: «Credo di essere stato tra i primi in Italia ad affrontare i Beatles da un punto di vista musicale approfondito – continua Fabbri – cercando notizie dalle fonti dell’epoca, in particolare sulle riviste specializzate, ho trovato cose interessanti da analizzare. Per esempio arrivo a stimare che il disco in Italia sia arrivato attorno al 10 giugno e sulla rivista Giovani ho trovato vari giudizi di cantanti interpellati che indicavano in Lovely Rita la canzone favorita. Anche a me piaceva più di altri brani, certi aspetti di novità sonora che si avvertivano in tutto l’album erano condensati in quella canzone».

Una parte importante del libro è dedicata alla radio, che in questo aggiornamento si arricchisce di un capitolo che appassionerà gli studiosi, quello riguardante la radio nel ventennio fascista (e nei 13 anni successivi), qui analizzato nel capitolo Il trentennio: musica leggera alla radio italiana, 1928-1958.
Fabbri ne ricostruisce la storia, che per certi versi ha del sorprendente: «Ho mantenuto il capitolo dedicato a Radio 3 e al fatto che in molte case milanesi, compresa la mia, la frequenza di Radio 3 non viene captata, ma in aggiunta a questo ho elaborato un corposo capitolo sulla storia della radiofonia in Italia dal fascismo fino dopoguerra. L’aspetto principale che tratto è la continuità delle politiche musicali nel passaggio dall’Eiar alla Rai, che è caratterizzata dalla continuità delle persone. Infatti i dirigenti restano gli stessi, ovvero la filiera produttiva dei direttori d’orchestra e gli editori rimangono ai loro posti da prima della guerra al dopoguerra. Per esempio Giulio Razzi era direttore dei programmi radiofonici nel 1939 e lo ritroviamo come direttore programmi nel 1950 ed è anche il primo direttore artistico del Festival di Sanremo, fino alla tessera P2 negli anni successivi. Questo ha significato moltissimo per la musica. L’epurazione ha riguardato solo l’informazione e non in tutti i casi. Quando c’era la guerra gli alleati facevano molta attività per cercare chi avesse collaborato con fascismo poi le cose si annacquarono, al punto che Mario Ruccione, autore di Faccetta nera, vince come autore il Festival di Sanremo per ben due volte. Diciamo che questo capitolo è il mio piccolo contributo a una ricostruzione storica del fatto che l’Italia non ha mai veramente fatto i conti con il fascismo».

Franco Fabbri 
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Nato in Lombardia, prime collaborazioni con Radio Montevecchia e Re Nudo. Negli anni 70 organizza rassegne musicali al Teatrino Villa Reale di Monza. È produttore discografico degli album di Bambi Fossati e Garybaldi e della collana di musica strumentale Desert Rain. Collabora per un decennio coi mensili Alta Fedeltà e Tutto Musica. Partecipa al Dizionario Pop Rock Zanichelli edizioni 2013-2014-2015. È autore dei libri Anni 70 Generazione Rock (Editori Riuniti, 2005) e Che musica a Milano (Zona editore, 2014).