Robert Doisneau – La lente delle meraviglie

Vita, immagini e parole del grande fotografo, assemblate dalla nipote

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Robert Doisneau – La lente delle meraviglie
di Clémentine Deroudille

In questo tenerissimo documentario ad opera della nipote del grande fotografo potrete vedere:
il bambino infelice Robert Doisneau a cui prestano una macchina fotografica; il giovane reporter del mercato delle pulci; il fotografo aziendale delle officine Renault (infelice, licenziato); il giovane sposo; il padre di famiglia nell’appartamento laboratorio dove ci si lavava solo il weekend perché durante la settimana la vasca era usata per lo sviluppo fotografico; il fotografo della liberazione di Parigi; il fotografo che assunse il portinaio come assistente di studio; il giovane professionista che usava i parenti per le foto pubblicitarie come per quelle chieste dalle riviste di destra e di sinistra (uguali…);  il fotografo che consiglia “osservare osservare osservare essere felici di guardare fino a ubriacarsi”; il fotografo che vaga tutto il giorno a piedi nella Parigi operaia e popolare, e spia macellai, fisarmoniciste, netturbini e baristi fino a che “trovo un posto, calcolo lo spazio a destra a sinistra sopra e sotto e attendo con una sorta di incoscienza che l’immagine arrivi”; il fotografo  dell’agenzia Rapho (la fotografia umanista: “uomini, non scoop”); il fotografo che in coppia con Sabine Weiss fa memorabili servizi per Vogue tra i ricchi a Biarritz dove Elsa Maxwell arriva in groppa a un elefante; i posti chic; le foto scattate coprendo col basco l’obiettivo (si era rotto l’otturatore); i ricchi che non fanno niente (belli); i poveri che si rovinano di lavoro (brutti); l’anarchico disobbediente (il titolo originale è “il ribelle delle meraviglie”) e già un po’ etnografo che confeziona (mette in posa per Life) le Baisers: quei famosi fidanzati che si baciano davanti al municipio di Parigi  e poi diventano negli 80 un simbolo in cui tutti si riconoscono (soprattutto quelli che non c’erano); il fotografo che collabora con lo scrittore Blaise Cendrars per il libro sulle periferie (che non piace perché mostra il pittoresco della banlieue, non la miseria); il fotografo che collabora con il poeta Prévert; il fotografo che pedina di notte i personaggi presentati da Bob Giraud, quelli strani che si fanno i tatuaggi; les Halles; l’incontro con Pennac e con Baquet, l’amico buffo con cui finalmente fare un libro; il fotografo amico dell’attrice Sabine Azema; il fotografo che dice a Bernard Pivot, alla presenza di Susan Sontag,  “non esiste la realtà per me: sono un falso testimone, mostro le sfaccettature che mi piacciono”; il fotografo nella Russia in bianco e nero, e a Palm Springs a colori; il fotografo che regala qualche goccia di saggezza:  “da giovani si vedono solo i dettagli, poi cresci e capisci che quei dettagli appartengono all’insieme”; il fotografo che collabora a Femme, e poi finalmente il successo, New York, gli anni Settanta, il fotografo come artista che vende portfolio anche in Giappone.
E che sa che tutto passa e “la fotografia è una battaglia persa contro il tempo che scorre”.

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Marco Bacci scrive di cinema, tecnologia e libri. Ogni tanto scrive romanzi. È un ex di molti lavori