Little Steven, il fuoco dell’anima brucia sul palco del Pistoia Blues

Il “Miami” Steve Van Zandt della E Street Band ha riportato in Italia i suoi Disciples of Soul dopo 25 anni per santificare l’Independence Day con due ore e mezza di torrida lectio magistralis. Springsteen, come prevedibile, non si è visto ma nel finale le sorprese ci sono state comunque: David Bryan (Bon Jovi) e Rick Nielsen (Cheap Trick)

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Foto Daniele Benvenuti

Alla fine, in un modo o nell’altro, gli ospiti a sorpresa sono stati due. Anche se, certamente, i loro nomi non erano tra quelli più gettonati e agognati alla vigilia. Poco male, in realtà: magari, quel tipo di attesa da ‘die hard fan’ con i paraocchi accorso solo per la remota ipotesi dell’apparizione di Bruce Springsteen, ha trascinato qualche centinaio di spettatori in più nel cuore di Piazza del Duomo a Pistoia dove il ricordo dello show di Little Steven con i suoi Disciples of Soul, quelli sì bastavano e avanzano, alla fine ha fatto vibrare di soddisfazione qualsiasi tipo di palato.

Un tempo, almeno cinque lustri or sono, i Disciples of Soul erano una band di talentuosi e imprevedibili cialtroni. Oggi, invece, i 14 musicisti visti sul palco al fianco e alle spalle di Little Steven (il piratesco “Miami” Steve Van Zandt che, dalle seconde linee della E Street Band, si è comunque trascinato dietro il sax di Eddie Manion e le percussioni di Everett Bradley) sono una sorta di big band cresciuta tra garage e cantine con tanto di brass section tanto precisa quanto incisiva e un trio di coriste, che per comodità chiameremo Stevenettes, in grado di pavoneggiarsi con autoironia alla stregua delle Ronettes o delle Ikettes con look da brivido spaziale.

Foto Daniele Benvenuti

Due ore mezza secche di show senza pause in una serata limpida e caratterizzata da una temperatura accettabile, nonostante gli stimoli e le emozioni che arrivavano da un palco dove ancora una volta le luci color porpora hanno onorato Soulfire (l’album da promuovere e che, ovviamente, ha comportato una secca variazione della scaletta rispetto la straordinaria “data zero” londinese di fine ottobre 2016), ma dove nessuno alla fine ha osato violare il fascino dell’edificio che troneggiava alle spalle del backstage issando il tradizionale tendone promozionale e auto celebrativo del tour.

Foto Daniele Benvenuti

Spolverino nero presto riposto, stola multicolore come unico vezzo a incrinare la tradizionale tenuta da gioco e ultimo del team a uscire in scena come un leader che si rispetti, Van Zandt non si è risparmiato e, come ormai nuova abitudine, ha concesso ben poco spazio ai gigionamenti da consumato attore qual è comunque nella sua carriera parallela. Ampio spazio, dunque, ai singoli musicisti con un numero di assoli generosamente concessi ai suoi fidati collaboratori, talora anche per rifiatare.

Foto Daniele Benvenuti

Uno show caratterizzato da 23 brani e in grado di spaziare a 360° dal soul al r’n’b, dal funky Shaft oriented fino al reggae senza naturalmente dimenticare il blue collar rock Asbury Park style che lui stesso ha collaborato a forgiare. Ampio spazio anche alla vasta alla produzione di Little Steven (magari affiancato dallo stesso Bruce) della quale tanti colleghi sono andati a beneficiare: dal fratellastro culto Southside Johnny con i suoi Asbury Jukes fino a Gary US Bonds (Standing in the fine of fire) e Darlene Love (Among the believers). Senza dimenticare le citazioni del grande Jimmy Barnes, del rimpianto Gary Moore e degli Electric Flag, i doverosi tributi a Ellmore James (l’incalzante The blues is my business in odor di Booker T), James Brown (Down and out in NYC) e Chuck Berry buonanima (Bye bye Johnny, bis a sorpresa insieme alla mooreriana Walking by myself con l’apparizione sul palco di David Bryan, tastierista dei Bon Jovi, e Rick Nielsen, anziano chitarrista dei Cheap Trick), nonché l’ispirazione ricevuta da Ennio Morricone (Standing in the fine of fire). Soulfire apre come da pronostico, una torrida Out of the darkness è perfetta per i saluti con l’inno regalato a SSJ, I don’t want to go home, momento perfetto per urlare tutti in coro “reach up and touch the sky!”. Altri momenti topici? I’m coming back, Angel eyes e Princess of Little Italy direttamente dalla preistoria, ma senza alcuno strato di polvere addosso.

Vogliate gradire!

SCALETTA LITTLE STEVEN PISTOIA
1.Soulfire
2.I’m coming back
3.Among the believers
4.The blues is my business
5.Love on the wrong side of town S
6.Until the good is gone
7.Saint Valentine’s day
8.Angel eyes
9.Standing in the fine of fire
10.I saw the light
11.Salvation
12.The city weeps tonight
13.Down and out in NYC
14.Princess of Little Italy
15.I’m a patriot
16.Killing floor
17.Ride the night away
18.Bitter fruit
19.Forever

ECNORE:
20.I don’t want to go home
21.Walking by myself
22.Bye bye Johnny
23.Out of the darkness

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Daniele Benvenuti, triestino, classe 1968. Laureato in Scienze politiche, è giornalista professionista con ormai cinque lustri abbondanti di attività sulle spalle tra carta stampata, video e radio. Studioso di “popular music”, nonché autore di una monumentale tesi in Sociologia delle comunicazioni di massa (Sociologia della musica: Il rock e la comunicazione tra fan), tra le sue produzioni editoriali predilige biografie e monografie come quelle già dedicate a Bruce Springsteen (quasi tremila gli iscritti allo specifico gruppo Facebook ‘All the way home’) o ad atleti di prestigio. Già responsabile di uffici stampa nelle massime categorie sportive nazionali, attivo nel mondo del volontariato, è specializzato anche nella promozione di rassegne musicali ed eventi sportivi. È vicepresidente vicario dell’USSI FVG. Una casa letteralmente invasa da migliaia di vecchi vinili, musicassette, cd, stampe, locandine, foto e libri specializzati (tutto classificato con maniacale precisione…). Le sue opinioni costituiscono il sunto di quasi trent’anni di ascolto critico, archiviazione metodica, viaggi sgangherati e una caccia spasmodica alla “scaletta perfetta”.