– Chi sei tu per venire a sondarmi così in profondità.

E lei nulla.

– Perché non sapevo di aspettarti, perché mai non l’ho capito, benché la mia voluttà in discesa è parsa prepararmi alla tua venuta?

Attendiamo tutti un messia che venga a rivelarci l’origine.

E l’origine non c’è, neppure davanti al bene, neppure dinanzi al messia che ha labbra occhi, mani braccia come li avremmo sempre voluti dinanzi a noi. E allora il tramonto d’estate biondo e rosato come un’albicocca ci cala attorno e potremmo essere fustigati e non sentiremmo che la più ultima parte del dolore, perché in quell’istante colti a piene mani, raccolti dal basso e sollevati giusto da questo incontro serale, che arriva a portarci la notte su un vassoio di mani nuove. Le tue.

Da quell’istante ti senti seminato. Fecondato. Sei un campo sotto una volta indefinita di cielo bianco, uno stormire di cicale che bagna il silenzio, l’estate sfinita e putrefatta sotto il mortale manto solare. Sai di soccombere, sai che le forze ti abbandoneranno e che domani per altri ancora tutto sarà come oggi per te, non importa il pianeta, non importa l’età il sesso l’ora il giorno il continente. Vuoi cercare di appoggiarti dolcemente ad un platano. Le formiche ti camminano addosso, percorrono le autostrade delle tue vene gonfie, si infilano sotto la camicia. Un uccello mai sentito costella di messaggi regolari il chiassare di cicale e il nient’altro che compone ormai l’universo intero. Devono esserci delle guerre, da qualche parte, scoppi, arti che saltano per l’aria e finiscono a marcire nel fossati, bimbi, donne e uomini mutilati, ed esistenze che in decimi di secondo tornano al niente dal quale sono misteriosamente, miracolosamente venuti. Ma tu lo stesso sotto quel platano, abitato nel petto dalla presenza fluida di una lei grande quanto la volta stessa del cielo pensabile a occhi chiusi, perduta la via nell’amaranto che compone il microcosmo di palpebre serrate contro il cielo, tu sei convinto e certo che il mondo cominci e finisca attorno a te, in quella distesa di campi e di materia soavemente ostile persino al tuo respirare.

Tuttavia scese lo stesso la sera, un’interruttore madornale.

Ci vollero due settimane ancora perché potessi sapere di essere diventato parte di qualcos’altro.

Avevi creduto, eccome lo avevi creduto, che tu fossi tu, e di essere tu e basta, di esserci e di essere contro tutto e tutti: una sola tua cosa, una cosa tua, una cosa sola, una cosa contro, una cosa che viaggia per se stessa, per capire, per conoscere, ammesso sia possibile, per bruciare e lasciarsi staccare pezzi lievemente dal contatto con l’atmosfera e sbriciolamenti che avresti in seguito per sempre dimenticato. Ti credevi un meteorite ed eri in verità un pianeta. Un fuoco segreto ti ardeva forte da qualche parte, e il pararsi di lei sul tuo cammino lo aveva riacceso.

Perdesti il sonno come prerogativa della notte.

Non dormivi che per brevi tratti del buio, oppure con la prima luce.

Per lo più scrivevi e lavoravi in vario modo sul tuo corpo, avresti scritto e registrato pensieri e impressioni in ogni istante, la tua mente si era accesa, convulsa, camminavi per ore senza accorgerti di farlo, rimuginavi e parlavi a voce bassa solo per te, rivedevi pezzi dimenticati della tua vita passata, sentendo così distante il dolore che ti aveva a volte devastato, così distante, così distante.

Vedevi un cielo nuovo, e un tramonto era la somma di più tramonti, sì.

Potevi dunque vedere, infine.

Il verde diveniva ricolmo di sfumature differenti, tutte percepibili accanto l’una all’altra, ed era impensabile che potessero starvi così tante e ricche gradazioni della stessa frequenza, e tutte allo stesso modo imperdibili.

Ti svegliavi di notte col cielo in faccia.

Camminavi sino al bagno cogliendo forme nel buio che offrivano nuovi spunti. Avresti dipinto ad ogni passo, ti saresti fermato a scrivere mentre orinavi, lasciavi il pasto a metà per inseguire un’ombra, avresti reinventato ogni singola cosa attorno a te.

Il mondo che ti eri gonfiato dentro si rimescolava ad ogni istante come crediamo si confà ad un pazzo, mentre sapevi bene che la pazzia è un’invenzione dell’assenza di vita interiore.

Allora non desideravi altro che un nuovo domani.

E questo domani non avrebbe dovuto essere per altri che per lei.

Ma com’era stato possibile che ciò accadesse?

Come avevi potuto non accorgertene?

Avresti forse potuto impedirlo, fossi stato più accorto, più lucido, fossi stato più cauto o solamente meno indulgente verso i tuoi sensi?

Ti fossi obbligato a non sentire, voglio dire, ti sarebbe lo stesso accaduto? Com’è che accade di cadere in un simile sentire?

E perché poi non averlo conosciuto sinora.

La risposta deve essere: è raro che ciò accada. Probabilmente raro, e potrebbe non accaderti mai. E ciò che conta, potrebbe non accadere mai più.

O accade solo perdendo ogni certezza.

Pensate all’universo, per un esempio capitale: molti diventano pazzi sostenendo che sia sorto per caso, e poi pazzi per questa via lo diventano al punto da dimenticare di chiedersi su quale niente sia potuto nascere il tutto. Pazzi, diventano pazzi per davvero, perché è pazzo solo chi crede di non esserlo, e cominciano a costruire teorie che non sapranno dimostrare mai, proprio mentre dicono di procedere con metodi di verifica.

Ma non tu, tu no, niente verifiche, niente certezze, nessuna garanzia: tu sei stato toccato, così dimentica tutto, tutto, forza, dimentica tutto, tutto, tutto, e ritorna, fai ritorno dal bagliore, vieni a casa.

A casa, vieni alla casa, mio amore. L’umidità più dolce ti avviluppa, e perdi forma, peso e colore, perdi ogni connotazione, finalmente, a casa.

Cercatela voi l’origine, se non sapete coglierla, sperate per millenni ancora di misurarla, di figurarvela, pensate a scoppi, dilatamenti, trasporti, venti e mareggiate di materie in espansione. A voi, fate pure, e lasciatemi al mio destino.

Avresti dormito il giorno, così, ad un certo punto, improvvisamente, ai piedi di un albero, oppure avresti preso l’auto in qualunque istante e incominciato a viaggiare, che so, una notte intera verso un mare ideale, il più lontano possibile. Avere idea di dove potersi recare? Mai, che importanza ha, in fondo?, qualunque posto al mondo non è che un posto, rimarrà per sempre dell’identica distanza da ciò da cui sei partito dolorante, e quando lo avrai raggiunto, ciò che hai lasciato avrà sempre la stessa distanza da ciò che hai dove arrivi.

Ma non ha più importanza, ormai.

Presto sarai curato, e guarirai.

Ma intanto che la febbre dura, cerca la luce segreta, solleva i sassi, scava con le mani, piscia sui bordi dei torrenti, viaggia al buio, sali la montagna sconosciuta, scendi il pendio senza freni, attraversa il filare di campi di mais cercando nel secco delle zolle raggrumate il significato della crescita. Masturbati nel pieno della notte al centro della strada deserta, se deve essere, tra passaggi furtivi delle lepri o di gatti selvatici dall’occhio dorato, tra il gracidare degli stagni nascosti, scrivi il tuo poema impossibile nel più fitto buio, per non poter poi riconoscere le parole tracciate, che si saranno sovrapposte, domani.

Pensa il suo ventre come il tuo cielo pieno, il tuo letto pieno, tuo unico altare, tuo unico fine.

Tutto qui, sulla pancia della stella, scava per l’acqua fondamentale.

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Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L’ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex – semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.