Mark Lanegan al Vittoriale. La serata perfetta

177
0
Mark Lanegan
Foto di Steve Gullick

Una voce unica e irripetibile. Una band coi fiocchi. Un anfiteatro mozzafiato. Tre elementi che si sposano a meraviglia per creare la serata perfetta. Mark Lanegan Band all’Anfiteatro del Vittoriale è stato uno di quei concerti da non dimenticare, che riconciliano anima e corpo con la grande musica.
Il front-man statunitense entra in scena alle 21.40 accompagnato dalla band di cinque elementi formata da Duke Garwood (chitarre e tastiere), Jeff Fielder (chitarre), Aldo Struyf (chitarre e tatstiere), Dave Schroyen (batteria) e Frederic Lyenn Jacques (basso). La sua presenza è al solito fissa quanto magnetica al centro del palco: microfono in una mano e asta nell’altra riesce a catalizzare l’attenzione dell’intero pubblico che ha gremito l’Anfiteatro fin dalle prime note di Death’s Head Tattoo, brano d’apertura dell’ultimo album Gargoyle (2017).
Le atmosfere sono tese e affilate e si sublimano nella splendida The Gravedigger’s Song coi suoi ritmi ossessivi e venati di elettronica. Mark non concede molto alla platea, farfuglia qualche gutturale thank you al termine dei brani e poi riprende a incantare col suo timbro unico che dopo Riot In My House, tratta dal capolavoro Funeral Blues (2012), ripesca dal passato Wish You Well e una travolgente Hit The City.
È il momento della vetrina sull’ultimo album con una spettacolare Nocturne, caratterizzata da una performance tiratissima all’insegna delle luci rosse che dominano la scena. A seguire i pezzi più belli e insoliti del disco come Emperor e soprattutto la ballata Goodbye To Beauty, che emoziona sullo sfondo dei pini che ondeggiano al vento e suona come un omaggio alla musica e alla bellezza da parte di un uomo che è forse riuscito a fare pace coi propri demoni. Beehive riprende a far salire il ritmo dell’inquietudine, seguita da quel gioiello di elettronica che è Ode To Sad Disco.
La band asseconda al meglio la voce straripante di Mark, in particolare spiccano i polistrumentisti Duke Garwood e Aldo Struyf oltre alla chitarra solista di Jeff Fielder. Dopo Harborview Hospital spunta in scaletta Deepest Shade, cover dei Twilight Singers dell’amico Greg Dulli, e a seguire una finestra di tre pezzi tratti da Phantom Radio (2014). Il rush finale è devastante con tre capolavori da Bubblegum (2004): One Hundred Days, Head e la travolgente Metamphetamine Blues chiudono in bellezza un set breve ma intensissimo. C’è ancora il tempo per un paio di bis con Killing Season e un’ipnotica Love Will Tear Us Apart, omaggio ai Joy Division da parte di un gigante della scena rock contemporanea.

Scaletta della serata:
Death’s Head Tattoo
The Gravedigger’s Song
Riot In My House
Wish You Well
Hit The City
Nocturne
Emperor
Goodbye To Beauty
Beehive
Ode To Sad Disco
Harborview Hospital
Deepest Shade
Floor Of The Ocean
Torn Red Heart
One Hundred Years
Head
Metamphetamine Blues

Killing Season
Love Will Tear Us Apart

CONDIVIDI
Nato a Trento nel 1973. Laureato in giurisprudenza. Giornalista pubblicista, scrivo dal 2004 di musica e spettacoli sulle pagine del Corriere del Trentino - Alto Adige. Appassionato di musica di (quasi) tutti i generi: cantautori italiani e grandi del rock internazionale in primis. Colleziono compulsivamente cd e amo seguire i concerti dal vivo. Cinema, viaggi, libri e calcio (faccio pure l'arbitro) le altre mie passioni.