Mannarino: «Sono stato il più grande ostacolo di me stesso»

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Foto di Ilaria Magliocchetti

Sono le 18:30 e Alessandro Mannarino ha appena finito il soundcheck prima di inaugurare il Flowers Festival di Collegno. Ha alle spalle tre concerti negli ultimi cinque giorni, una data molto impegnativa al Rock in Roma e tutto un tour primaverile che lo ha visto in movimento da marzo ad oggi senza troppe soste.
Anche nel periodo di stop da live, Mannarino ha progettato uno spettacolo nuovo, con arrangiamenti in parte modificati e una scaletta rivoluzionata. Due ore prima del suo show, siamo andati a trovarlo nel suo camerino e ne abbiamo approfittato per capire cosa dobbiamo aspettarci da questo tour e il processo che lo ha portato agli occhi di tutti come uno dei cantautori migliori della nostra penisola.

I tuoi tour sono sempre molto diversi tra di loro. Ai tempi di Al Monte hai montato una scenografia pazzesca. Nel 2015, con Corde, l’hai fatta sparire e hai lasciato solo gli strumenti. Poi ci hai messo tanto teatro con Apriti Cielo. In questo tour estivo cosa deve aspettarsi chi è già venuto a sentirti in primavera?
C’è meno teatro, ci sono meno costumi e ci sono più impronte musicali nella scaletta. Il concerto scorre molto più veloce. D’altronde l’altro raggiungeva le tre ore e questo dura due ore e un quarto.

C’è tanto del tuo viaggio in Brasile nel tuo ultimo disco. Quando sei partito per il Sudamerica avevi già qualcuno di questi undici pezzi in bozze o hai raccolto tutto lì?
Il disco l’ho scritto a Roma, anche se in Brasile ho registrato delle cose. Alcune idee sono nate in viaggio perché ho conosciuto compositori di scuole di samba e musicisti della scena alternativa brasiliana. Io sono appassionato di musica brasiliana da tantissimo tempo ed erano anni che avevo in testa questo disco. Il più non è stato tanto nella scrittura, quanto nella realizzazione. Il mio obiettivo era riuscire a fare qualcosa che fosse d’ispirazione brasiliana, ma che non fosse un disco di samba.

Aldilà del suono l’influenza brasiliana si sente anche nella scrittura. Dare più piani di lettura ad ogni canzone non è cosa da poco.
In realtà già nel disco Al Monte c’era questa prerogativa. È stato in particolare modo Chico Buarque ad insegnarmi questo. Ci sono canzoni che sembrano parlare di amore e invece alla seconda lettura ti accorgi che hanno un tema politico. Le canzoni di Apriti Cielo sono quasi tutte così.

Che rapporto hai con la scrittura? Ti imponi delle regole, dei tempi?
Assolutamente no. Lo faccio con il piacere di giocare. Ovviamente l’esercizio aiuta, è come giocare a pallone: se ti alleni, giochi meglio. A volte, anche quando non sono ispirato, scrivo. Oppure prendo la chitarra e suono. L’ispirazione non va aspettata. L’ispirazione arriva quando fai e quando sei lì. A volte non succede niente, a volte esce la canzone.

Qual è l’ostacolo più grande che hai trovato nella tua carriera?
Credo me stesso.

Perché?
Sai, la vita può essere qualcosa di statico oppure un cammino, una ricerca. E io mi sento sempre in cammino e in evoluzione. Devo dire che rispetto al passato ho capito tante cose negli ultimi anni di me stesso nell’affrontare questo lavoro. Dall’altra parte, però, ho anche trovato molte resistenze, soprattutto da parte dell’establishment. Parlo, per esempio, delle tv e delle radio, ma non mi è mai fregato niente. Non ho mai voluto fare musica per le radio o per i giornalisti. Io ho il mio cammino e la mia strada. E nonostante questo siamo andati avanti. Siamo partiti dal Bar della Rabbia e penso che di strada ne abbiamo fatta parecchia.

Azzardo: tra quarant’anni potremmo ricordarci di Mannarino come di uno dei pilastri della musica italiana?
Vivo alla giornata (ride n.d.r). Penso a fare bene un concerto, ad andare a dormire presto perché il giorno dopo ne ho un altro.

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Ho 18 anni e ospiti della mia play-list sono perlopiù Bob Dylan, De Gregori, i Pink Floyd e tanti altri artisti che mi convincono di essere nato nell'anno sbagliato. Amante di (quasi) tutti i generi possibili, scrivo anche di sport. In due libri a trenta mani ho pubblicato Che Storia la Bari e La Bari siete voi, giusto per render chiara la passione per il biancorosso. Sogni nel cassetto: viver di romanzi e stappare una bottiglia di GreyGoose sui colli bolognesi con Cesare Cremonini.