Modena Park, la festa del popolo del Vasco

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Vasco Modena Park (c) Giò Alajmo

“Modena Park 2017” è stato una festa. Qualunque cosa abbiate letto dopo è irrilevante rispetto al fatto che circa 250mila persone, forse più (220mila i paganti nel Parco Ferrari), si siano ritrovate a Modena con l’unico scopo di celebrare i 40 anni di carriera di Vasco Rossi e la propria storia personale. Perché il concerto in sé, tre ore e mezza di canzoni e di rock, è stato solo una parte della grande festa collettiva.
Girare per Modena dal giorno prima dell’evento ha mostrato come la città tutta si fosse mobilitata per accogliere e ospitare l’evento, organizzandosi fin nella scelta dei menù a tema, nell’allestimento delle piazze, nei megaschermi collocato in centro, i servizi igienici mobili distribuiti in zone strategiche, Piazza Grande e le zone del centro trasformate in luogo di ritrovo e di ristoro e la viabilità modificata per garantire afflusso e deflusso e controllo di sicurezza.
Doveva essere un’invasione, non lo è stata. La sera della vigilia la città sembrava in festa con gruppi di ragazzi che anticipavano l’evento cantando in coro le canzoni di Vasco, gli irriducibili già davanti ai cancelli poi aperti già nella notte con largo anticipo e il sabato il lungo corteo festoso indirizzato dalla stazione lungo la via Emilia direttamente fino al parco, che ha sfilato, danzando e cantando, per il centro fino a raggiungere direttamente il parco dove altra folla convergeva dal casello autostradale dove ogni spazio era stato organizzato a parcheggio. alla fine da queste due direttive principali sono transitati a piedi quasi tutti e c’era perfino qualche esercente in città che si lamentava per non aver avuto la folla che sperava.
Modena è stato un esempio di come si possa accettare, accogliere e gestire un evento unico con una massa spropositata di persone, un record per Vasco in una sola sera, due volte quelli accorsi la prima volta all’Heineken Festival di Imola nel 1998.
Ne ha fatta di strada Vasco dai primi anni. Si è costruito varie generazioni di pubblico che hanno trovato nelle sue canzoni, nel suo modo di porsi sul palco, nella sua immagine privata, il fratello scapestrato, lo zio matto e controcorrente, il compagno di viaggi capace di trovare le parole giuste per mille situazioni.
Molti ancora lo amano poco, altri non capiscono i motivi del suo successo. Lui che non è in effetti un cantante, non è propriamente un cantautore, non è esattamente un musicista, non rientra nei canoni esatti del rock, non è poi così pop, non è a conti fatti un sacco di cose, e forse proprio questo “non essere” lo rende unico in Italia. Vasco è un’icona. Il suo modo immediato e frammentato di scrivere testi ha cambiato lo stile della canzone italiana. La musica si è adattata ai tempi, ai momenti, ai desideri. Lo si è sentito bene in questo lungo concerto che diventerà dopo l’estate un film e un dvd: la melodia, la dance, il pop, il rock anni ’60, ’70, ’80, ’90, il metal, le continue citazioni, le sonorità del rock odierno, si trova un po’ di tutto, anche quel po’ di cameratismo provinciale da orchestrali romagnoli che non fa dimenticare le radici, quel gruppo di matti scesi dall’Appennino a inseguire sogni, spesso ubriachi, a volte fatti, pronti a pagare di persona, ma decisi a creare qualcosa.
Vasco ha tanti pubblici, quelli che conoscono le sue canzoni a memoria, quelli che si perdono mezzo concerto perché hanno cominciato a far festa troppo presto, quelli che siamo solo noi, quelli che non vedono l’ora che arrivi la fine per cantare in coro Albachiara, quelli che hanno l’armadio pieno di magliette dei suoi concerti. Vederli incedere per la via Emilia festosi, in gruppo, avviati verso il parco, è come rivedere il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo in chiave rock. E siccome siamo in Italia dove non si riesce a far festa senza prendersela con qualcuno, ecco la combriccola che avanza gridando “chi non salta è Ligabue”, e quello vecchia guardia che indossa la T-shirt “Io odio Ligabue”, come se la musica fosse un derby. Perché di derby si tratta in effetti: Vasco e Liga, due che hanno fatto le stesse cose, amato le stesse musiche, usato le stesse chitarre, e che sono cresciuti a pochi chilometri di distanza. Diavolo e Acquasanta, direbbe qualcuno. Due linguaggi simili ma diversissimi, e anche due età simili ma diversissime, quella mezza dozzina di anni che nel rock fanno una generazione.
“E’ ora di finirla con questa storia dei fan contro Ligabue – tuona Maurizio Solieri – perché sono due mondi diversi e ognuno ha diritto di fare la propria strada”. Poi leggi che il primo tweet di congratulazioni con Vasco per Modena Park arriva dai pressi di Campovolo, proprio da Ligabue, e capisci che la musica, come sempre, prova a volare più alto.

Giò Alajmo
(c) 12 luglio 2017

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Giò Alajmo ha la stessa età del rock'n'roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.