Intervista con Alice Cooper: «Una preghiera per Chris»

Incontro senza barriere con l’eterna icona dello shock rock. «C’è bisogno di rock e "Paranormal" assolve questa necessità. Cornell? Morte assurda, non la capirò mai»

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Alice Cooper

Fuori fa un caldo soffocante (la Milano di metà luglio, sapete), ma qua fa quasi freddo. La suite è spaziosa, ha tante porte e da una, improvvisamente, sbuca Alice Cooper (70 anni il prossimo febbraio) ed è esattamente quell’Alice Cooper che uno si è sempre sognato di trovarsi di fronte. Nerovestito, smilzo, truccato. Perfino non così alto per uno che ha sempre roteato serpenti, spade o bastoni di cristallo sopra la sua testa (prima che gli venisse mozzata, è ovvio). Elegante e profumatissimo. Soprattutto quando inizia a conversare; e le parole sono sempre azzeccate. Capaci a loro volta di comporre un rosario di aneddoti.

Alice Cooper
Foto di Rob Fenn

L’occasione – capiamoci bene – è meramente “corporate”, come dicono quelli del giro. Poche selezionate interviste ai media italiani (e Spettakolo! è dentro a questa ristretta lista…) per promuovere il suo nuovo album Paranormal. Il ventisettesimo, se abbiamo fatto bene i conti, in arrivo il prossimo 28 luglio. Una ventina di minuti a testa, una rapida stretta di mano e tanti saluti: “Benvenuto nel mio incubo”, ok, ma avanti il prossimo che qui c’è un protocollo da seguire.

Eppure il signor Cooper non è tipo da deludere il cronista che vuole sapere tutto da lui. Tipo: come si vive da leggenda-rock in un’epoca in cui il popolo sente esclusivamente giovani rapper con l’Auto-Tune, signorine scosciate che ballano la dance intelligente, hipster che si esaltano per tristi cantautori degregoriani, indie band carneadi (nel senso di sconosciute) e, ovviamente, i tormentoni estivi, uno più cheap dell’altro.

E di fronte a questo bel panorama ci sta lui, mister Vincent Furnier, quello che non abbiamo mai rinnegato per correre dietro a Marilyn Manson. Eravamo teenager e ci divertivamo ad ascoltare le irresistibili canzoni di Trash o Hey Stoopid (molto meglio il secondo) quando i nostri fratelli maggiori ci spiegavano un po’ imbarazzati che l’epoca d’oro dei vari Love It To Death, Billion Dollar Babies e Welcome to My Nightmare era già finita da un pezzo. Sarà, ma noi oggi ci ritroviamo con quarant’anni sul groppone e la scuola, quella sì, è finita da un pezzo. Però, di fronte ad uno come Alice Cooper, ci sentiamo ancora felici come bambini. E, per una volta tanto, degni.

Alice Cooper
Foto di Rob Fenn

Quando ho scoperto che il titolo dell’album era “Paranormal” mi sono subito detto: possibile che uno come te non ci abbia mai pensato prima?
Eh, eh, eh! (sogghigna) Quel titolo è venuto fuori solo a disco ultimato. Quando sono entrato in studio volevo scrivere dodici canzoni, dodici grandi canzoni rock, senza nessun concept alla base di esse. Volevo che sprigionassero rock‘n’roll e basta. Solo che poi ho scoperto di avere comunque un concept tra le mani! (ride)

Straordinario…
Sai, ogni personaggio citato in questi testi è completamente svitato e con abbondanti dosi di paranormalità. E quindi mi è esploso in testa quella parola, Paranormal, perché in fondo la mia stessa carriera è stata così. Ben oltre il concetto di normalità.

Alice Cooper

Prima, nella lobby dell’hotel, ho incrociato Stef Burns reduce dal mega-evento modenese con protagonista Vasco Rossi. Stef ha suonato con te sia su Hey Stoopid (1991) che The Last Temptation: vi siete salutati?
Certamente. Non sapevo che Stef fosse qui e che avesse partecipato di recente ad un concerto così immenso: è stata una bella sorpresa! Anche perché lui, fuor di retorica, è stato il chitarrista migliore che abbia mai avuto e ti assicuro che di guitar-heroes bravi io me intendo… (clicca qui per leggere un articolo scritto da Stef, in cui racconta i suoi anni con Alice, ndr). Con Stef ho partecipato anche al film Fusi di Testa (In inglese Wayne’s Worl. Pellicola di culto firmata da Penelope Spheeris con Mike Myers e Dana Carvey dove Alice Cooper interpreta sé stesso in un cameo parecchio esilarante, ndr) e quelli sono sempre bei ricordi che non ci abbandoneranno mai.

Comunque ventisei anni di amicizia con un “turnista” fanno sempre impressione: è una cosa estremamente rara.
L’importante è che la band sia killer e quella del tour di Hey Stoopid con Stef Burns sicuramente la era! Sai, i chitarristi vanno e vengono nell’universo di Alice Cooper. Ad un certo punto mi lasciano per inseguire una carriera solista o per suonare con qualcun altro (tipo Vasco, ndr), ma la cosa non mi tocca granché. L’unica prerogativa è essere amici prima di salire sul palco e poi donare al pubblico un ottimo show. Con i miei musicisti odierni – i chitarristi Ryan Roxie e Tommy Henriksen, il bassista Chuck Garric e il batterista Glen Sobel – va così e non potrei chiedere di meglio.

Alice Cooper
Alice Cooper con Stef Burns

Torniamo al disco nuovo: sentendo Paranormal mi è sembrato che tu sia un artista più felice di quando ti dovevi barcamenare tra troppa tecnologia ed effetti elettronici come succedeva ai tempi di Brutal Planet e Dragontown. Poi, da The Eyes Of Alice Cooper (2003), la situazione è andata progressivamente migliorando e questo tuo ventisettesimo album sembra un po’ una chiusura del cerchio.
Sono d’accordo con te. Anche stavolta ho insistito perché la band suonasse queste canzoni per intero, direttamente in studio come se si trattasse di un vero concerto. Non mi piacciono più quei trucchi dove prima incidi la batteria, poi il basso, poi le chitarre e infine arrivo io a fare le voci. Non voglio un suono scientifico “da clinica”; voglio sentire Larry Mullen Jr. che picchi senza pietà sulla sua batteria!

Giusto per non citarne uno qualunque…
Larry ha un tocco differente da un batterista hard rock. Prendi Neil Smith, ad esempio (componente storico della Alice Cooper Band che ha suonato sul bonus CD di Paranormal, ndr): lui quando suona pare Keith Moon, sembra una piovra dietro tutti quei tamburi! Larry no. Lui fa così (mima con le braccia il suo drumming, ndr) e quindi il resto della band deve adeguarsi. E poi, cosa ancora più importante, Larry mi ha i chiesto i testi…

I testi?
Sì, mi ha detto che con Bono agisce così. Gli chiede in anteprima le lyrics degli U2 per poter entrare meglio dentro il feeling delle canzoni. Mai conosciuto un batterista del genere in vita mia. I batteristi fanno casino e vanno a donne. Lui è uno scrupoloso. E attento, molto attento.

Sai Alice, per me Paranormal è già storia ancor prima che esca. Voglio dire: non credo che uno come Larry Mullen Jr., in quarant’anni di carriera, abbia suonato con altri artisti al di fuori degli U2. Mi spieghi come hai fatto ad accalappiarlo?
La fortuna è che tutti noi abbiamo suonato brani altrui in un bar prima di diventare famosi. Lo hanno fatto i Beatles, gli Stones, i Kinks, gli Yardbirds, la Alice Cooper Band e pure gli U2. Larry mi ha spiegato che nei pub di Dublino, a fine anni ’70, inseriva le mie canzoni per rimpolpare le scalette del suo gruppo. Quindi, partecipando a Paranormal, voleva tornare a quelle sensazioni lì. Alla sua giovinezza. Ai “pub-days” come li chiama lui.

Un altro che vedrei benissimo a suonare con te è un certo Dave Grohl. Che ne dici?
Che sfondi una porta aperta. Dave ed io siamo grandi amici e – che tu ci creda o no – la prima volta che ho sentito i Nirvana non mi ha colpito il cantato di Cobain o il suono nitido del basso, ma quel lavoro mostruoso di batteria. Talmente mostruoso che, lì dietro, doveva esserci per forza un batterista superlativo. Comunque una volta Grohl mi ha invitato a Londra per partecipare ad un concerto dei Foo Fighters di fronte ad ottantamila persone (successe nel 2011 al Milton Keynes Bowl, ndr). La sua idea era di cantare, assieme a me, tre canzoni di Alice Cooper: School’s Out, I’m Eighteen e Under My Wheels. Risultato? Non abbiamo provato neanche un minuto e Dave le sapeva a memoria meglio della mia band! Gli ho chiesto come avesse fatto e lui: “Semplice, sono un tuo fan di lunga data”. Insomma, se volesse ripetere l’esperimento, lo rifarei al volo! Dave ci sta troppo dentro a questa cosa del rock.

Lui sì. I gruppi attuali invece…
Eh, capisco cosa vuoi dire.

Alice, sarò drastico: non c’è più rock nell’aria. La gente sente hip hop, EDM, teen band, indie, pop e non sa nemmeno più cos’è una chitarra suonata spalla contro spalla. E quindi dobbiamo appellarci a te che hai 69 anni e in ‘Paranormal’ hai messo dentro bombe come Rats, Dead Flies (che pare Hendrix), Fallen In Love (dove suona Billy Gibbons degli ZZ Top), Dynamite Road eccetera.
Il fatto è che io ho sempre voluto fare solo quello: rock. I giovani del 2017, invece, non so. Non vogliono travestirsi da pirati e questo forse è un guaio. Perché, dammi retta, se vuoi davvero fare del rock ‘n’ roll, non mi puoi cantare dei fiori o della scienza. Devi essere qualcuno che se la gode e non fa parte di questa società. Un po’ come gli Aerosmith, i Guns N’ Roses… o me! (ride)

Qual è la soluzione secondo te?
Semplice: scrivere canzoni come Welcome to The Jungle o I’m Eighteen. Non per fare il celebrativo, ma il rock passa attraverso quei pezzi. Il segreto è sempre il solito: devi cantare della tua ragazza e del perché ti ha fatto incazzare. I fiori, ripeto, non ci interessano.

Alice Cooper
Foto di Rob Fenn

Tu hai cantato dell’acqua santa (Holy Water) in Paranormal.
Mi serviva una canzone leggera in mezzo a tutto il resto dell’album. Quando ho sentito Holy Water mi sono detto: «Hey, questo è un numero pop, ha un’atmosfera alla New Orleans, qua ci starebbe bene una sezione fiati». Detto, fatto: ho riscritto il testo e l’ho interpretato alla maniera di un predicatore. E funziona, accidenti se funziona!

Posso farti un’ultima domanda un po’ delicata?
Certo. Ma osservando la tua maglietta dei Soundgarden forse so già cosa stai per chiedermi.

Non ci giro troppo attorno: come hai reagito al suicidio di Chris Cornell?
Ah, Chris! (sospira) Con lui ho scritto due grandi canzoni – Stolen Prayer e Unholy War – per il mio disco The Last Temptation del 1994, l’anno in cui tra l’altro morì anche Cobain. Cosa vuoi che ti dica? Sono stato più sorpreso dalla sua morte che da quella di qualsiasi altro del mio ambiente. Prince? Non sapevo che facesse uso di droghe e comunque la sua esistenza è stata sempre fondata sul mistero. David Bowie? Giravano voci da anni che fosse gravemente ammalato. Ho accettato e compreso tutte quelle morti, quella di Cornell no. Voglio dire: era bravo, bello come un dio, aveva una famiglia numerosa. Era un nome rispettato, se non addirittura il più rispettato di tutto il movimento grunge. Aveva la miglior voce e suonava pure bene la chitarra. Era una rockstar genuina. E poi un bel giorno si è ammazzato… (pausa) Perché? Mi dici perché?

Era clinicamente depresso.
Ok. E la depressione, da che mondo e mondo, non si può curare. Non si può capire. Quindi ho ragione io: non esiste spiegazione alcuna. Se fosse morto di infarto o in un incidente, ok, avrei pianto e me ne sarei fatto una ragione, ma così è come se si fosse suicidato Paul McCartney! Apri il giornale e leggi: “Si è ucciso Paul, era depresso”. Dai, per cortesia, non sta né in cielo né in terra…

Paranormal, il primo album di Alice Cooper da sei anni a questa parte, uscirà il prossimo 28 luglio su etichetta earMUSIC/Edel. Quest’autunno Vincent Furnier (il suo vero nome) sarà impegnato in un esteso tour europeo. L’unica data italiana in programma è quella del 30 novembre 2017 all’Alcatraz di Milano con The Mission e The Tubes di supporto. Buon incubo a tutti.

 

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Simone Sacco nasce nel 1975, l'anno di "Horses" di Patti Smith. Nella vita scrive abitualmente di musica, tattoo art, calcio, libri ecc. Deve tutto, nel bene o nel male, al 1991 e a "Nevermind" dei Nirvana.