U2, il rock che racconta la Storia

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U2 a Roma (c) Giò Alajmo 2017

Trent’anni fa gli U2 li vidi in Irlanda, a Cork. Era l’ultima tappa del tour della consacrazione, quello seguito all’uscita di The Joshua Tree. Lo stadio era pieno e non erano mancate neanche lì le polemiche sull’uso improprio delle strutture sportive consacrate al pallone. Aveva risposto l’anziano giardiniere responsabile del campo: di questa stagione se l’erba viene calpestata e smossa, non fa che bene. Ricrescerà più forte e rigogliosa, sempre che i giardinieri sappiano fare il loro mestiere. Fu emozionante vedere Bono e soci a casa loro dopo il trionfo: “Gli U2 sono capitati anche al resto del mondo” era scritto orgogliosamente sui cartelli dei fan, tra bandiere tricolori verdi bianche e arancioni. Erano altri tempi. Altri palchi e altra musica. Tutto molto più semplice, diretto. E gli U2 si erano rivelati una forza della natura rock, soprattutto al Live Aid, dove il loro quarto d’ora di celebrità fu pari solo a quello dei Queen, una tempesta concentrata che rimase nella memoria.

In questi anni ho visto più o meno un concerto di ogni loro tour, ogni volta con una macchina scenica più grande, ogni volta con una nuova idea musicale (non tutte riuscite), ogni volta con un maggior lasso di tempo tra un disco e l’altro, fra un tour e l’altro. I due concerti romani di questa ultima avventura sono stati più di un omaggio nostalgico, sono stati davvero un tornare indietro nel tempo, quando la musica era soprattutto se non solo musica, quando la capacità di ascolto della gente era nettamente superiore, quando un disco di successo restava nella memoria collettiva per decenni, non per decine di minuti.

U2 a Roma (c) Giò Alajmo 2017

Il tour del trentennale di The Joshua Tree è stato tornare a quattro ragazzi che suonano grandi canzoni e poco importano le scenografie, i limoni giganti appesi a una gru, le Trabant volanti, i ragni colossali a centro scena. Conta la musica, le sequenze di chitarra di The Edge, uno che raccontava di doversi inventare le cose perché non era bravo a suonare, e creò uno stile unico, la ritmica, la voce che col tempo è diventata sempre più miagolante e che questa volta ha ripreso i colori originari.

Un grande fondale video, una pedana, un palco ad albero di Joshua che penetra nella folla togliendo ogni barriera, una ragazza chiamata dal pubblico a filmare la gente, e una sequenza di canzoni da antologia, da autocelebrazione, con l’intero album finalmente presentato in sequenza, compresi i brani mai fatti dal vivo in passato: ecco il concerto degli U2 2017.

U2 a Roma (c) Giò Alajmo 2017

Nello schema, in cui si inserisce alla perfezione il preconcerto di Noel Gallagher e i suoi uccelli che volano alto, difficile tentativo di scrollarsi di dosso gli Oasis che trova il suo clou in Wonderwall e nei brani finali del suo primo strafamoso gruppo, c’è una cosa che mi ha colpito su tutto e che non ho visto riportata dai distratti cronisti presenti: la scelta di intrattenere l’attesa con una lunga sequenza di poesie di grandi autori dedicate alla gente, ai popoli, alle contraddizioni dell’America, ai diritti negati, all’orgoglio di popolo. Scorrono in loop sul grande fondale, quasi a restituire alla poesia quel primato sulla canzone apparentemente confusosi con il Nobel a Bob Dylan, e a restituire al rock quella funzione di grande media culturale, di promotore di idee, di veicolo di sogni più grandi che la musica formato intrattenimento spicciolo ha in gran parte perso negli ultimi anni.

I versi di Walt Whitman, Lucille Clifton, Naomi Shihab Nye, Jamile Woods, Lawrence Ferlinghetti, Elisabeth Alexander, lo splendido e lungo poema sui latinos di Pedro Petri (Puerto Rican Obituary) sono uno splendido prologo al concerto di una band che ha avuto espressioni politicamente confuse talvolta, ma che ha sempre sposato cause importanti dalla campagna per la cancellazione del debito pubblico dei paesi poveri, alla salvezza dei rifugiati di mille guerre, alla difesa dei diritti delle donne e il riconoscimento del loro valore nello sviluppo del mondo, ricordato da una sequenza di foto di donne del mondo sul videowall, con anche significative presenze italiane.

U2 a Roma (c) Giò Alajmo 2017

Bono ama l’Italia, lo dichiara e non è piaggeria. Dichiara il suo amore per la cultura italiana e anche per la funzione che l’Italia sta avendo in questo momento in Europa nonostante tutti. Dichiara il suo amore per la lirica, purtroppo a un pubblico che pensa che Puccini sia una tronista di Amici. E che stavolta fatica a tributare alla voce di Pavarotti, diffusa come parte integrante di Miss Sarajevo, l’applauso che era d’abitudine fino a poco tempo fa.

Fu proprio Pavarotti a volere Bono e The Edge al suo festival modenese (con lo pseudonimo di The Passengers affiancati da Brian Eno) e a ottenere questa canzone denuncia dei massacri in Kossovo e Bosnia. In una sera del 1995 riunì le più diverse e qualificate componenti musicali e non solo, dal Dalai Lama a Lady Diana. Oggi Miss Sarajevo è una preghiera laica per le vittime di ogni guerra, contro l’abitudine e l’indifferenza, come un lungo filmato registrato in Siria tra giovani e bambini denuncia dal grande schermo alle spalle della band.

Perchè il rock è così. Si va in tanti ad ascoltare musica, gira emozione e adrenalina, si cantano in coro in decine di migliaia le melodie più popolari e ci si fa stupire dagli effetti speciali e da voci e chitarre, ma alla fine si scopre di aver vissuto, assorbito, conosciuto anche molte altre cose del mondo e della vita.

Perchè il rock è così.

Giò Alajmo
(c) 18 luglio 2017

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Giò Alajmo ha la stessa età del rock'n'roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.