Guido Catalano: «Vi racconto la mia pazza carriera»

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A 17 anni voleva fare la rockstar, ma poi ha fallito e ha ripiegato su poeta professionista vivente, che c’erano più posti liberi.
Guido Catalano si presenta così nelle prime righe della sua biografia e basta questo per capire che quando si parla della sua poesia si parla di poesia atipica.
Perché è irriverente e fuori dagli schemi: dentro c’è il poeta e c’è l’attore, c’è il cabaret e c’è la poesia e tutta questa moltitudine di cose lo ha inevitabilmente portato a farsi amare e odiare. Lo abbiamo incontrato al Flowers Festival di Collegno prima del concerto di Dario Brunori e questo è quello che ci siam detti

Una volta hai parlato di X-Factor della poesia.
In realtà mi hanno chiesto se fosse possibile. Diciamo che più o meno esiste già una cosa del genere: si chiama Poetry Slam.

Magari il riferimento era più televisivo.
Certamente. Intendevano in televisione, su Sky o qualcosa da simile. Secondo me si potrebbe fare, perché il poeta performer non è tanto diverso dal cantante. Molti poeti italiani si offenderebbero, ma potrebbe succedere. Perché no?

Ma davvero eri uno timido?
Non ero timido, ero asociale. Da adolescente e post-adolescente ho avuto problemi a socializzare. Gli anni del liceo sono stati molto faticosi.

Fai centocinquanta reading all’anno. Non sono troppi?
Sì e infatti abbiamo ridotto. Fino a tre anni fa parlavamo di queste cifre. Quest’anno ne abbiamo settanta, l’anno scorso comunque eravamo sui cento.

Insomma, parliamo sempre di cifre alte: quasi un anno solare. Credi che la cosa possa influire in qualche modo sulla tua vita sociale?
Non ho una fidanzata da anni e non ho messo su famiglia o figli e questo ha un ruolo. Diciamo che negli ultimi anni ho fatto solo quello. Quando è diventato un lavoro, mi ci sono lanciato.
Però a me piace molto farne tanti. Da quando ho un manager ovviamente si lavora più scientificamente. Ne faccio meno, mentre prima andavo ovunque. Ora si lavora più di strategia ed è solo un bene.

Ma Guido Catalano ha sempre voluto fare il poeta o aveva altri sogni?
Il sogno di diventare poeta è arrivato dopo. Io cantavo in un gruppo liceale, molto male per giunta. Facevamo una specie di rock demenziale. E quando il gruppo si è sciolto, io ho sentito l’esigenza di continuare a scrivere e soprattutto l’esigenza di stare su un palco che è una roba che evidentemente mi piace.

Il passaggio musica-poesia è stato immediato?
Quasi immediato. Quando il gruppo si è sciolto, non sapevo cosa fare perché non sapevo cantare e non sapevo suonare. Ho continuato a scrivere e in pochi anni ho fatto il primo reading. La cosa ha funzionato e ho capito che la passione per il palco poteva continuare così.

Passiamo agli aneddoti, che sicuramente ne hai tanti. Ti va?
Andiamo.

La cosa più strana che ti è successa a un reading.
Un tizio alcolizzato o drogato è venuto sotto il palco a insultarmi con un piccolo cane insultandomi e dandomi dell’omosessuale, che per lui era un’offesa. Io avevo bevuto un po’ e quando sono sceso ci siamo picchiati. Non mi era mai successo in 46 anni. Mi ha dato un pugno e poi il cuoco ci ha separati e lo ha portato via con la violenza.

La cosa più bella che ti è successa nella vita.
Vado con la frase ad effetto: deve ancora succedere.

Il più bel complimento ricevuto.
Mi hanno scritto su Facebook tante persone giovani, dicendomi di non aver mai letto poesie e che grazie alle mie hanno iniziato a leggere altro. La cosa mi sembra fica.

C’è stata una figuraccia che hai fatto in carriera? Di quelle da ricordarsi per sempre.
Ci sono state volte – adesso non lo faccio più – in cui sono salito sul palco in condizioni alcoliche esagerate. Mi serviva per combattere l’ansia da palco. Quando sali sul palco ubriaco ti senti molto fico, ma non lo sei. Una volta ho ruttato al microfono e non è stata una cosa carina da fare. Era sempre legata all’eccesso di bere che adesso evito proprio per fare figuracce.

E come si combatte l’ansia da palco?
Facendo molto. Una volta ero molto più ansioso. Ora sono migliorato, ma c’è sempre. Credo che un po’ d’ansia debba esserci, altrimenti se sali troppo rilassato ti cala la tensione. Fare tanto palco ti aiuta e con mestiere riesci a risolvere tante cose.

Sogno nel cassetto.
Vorrei essere tradotto in altre lingue. Io non so le lingue, ma mi piacerebbe vedere la roba che scrivo all’estero.

Alcuni ti definiscono poeta, altri cabarettista, altri ancora entrambe. Tu cosa ti senti?
Sono tutto questo. Sono un misto di tutto questo. Un po’ poeta, un po’ cabarettista, un po’ attore – anche se non ho mai studiato – e anche un po’ cantautore. Amo le cose miste e non le cose pure. Un cane di razza crepa prima di un bastardo. Mi sento tante cose insieme.

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Ho 18 anni e ospiti della mia play-list sono perlopiù Bob Dylan, De Gregori, i Pink Floyd e tanti altri artisti che mi convincono di essere nato nell’anno sbagliato. Amante di (quasi) tutti i generi possibili, scrivo anche di sport. In due libri a trenta mani ho pubblicato Che Storia la Bari e La Bari siete voi, giusto per render chiara la passione per il biancorosso. Sogni nel cassetto: viver di romanzi e stappare una bottiglia di GreyGoose sui colli bolognesi con Cesare Cremonini.