Lucio Corsi: «Odio la città e canto la Maremma»

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Quando Lucio Corsi ha iniziato a cantare, ha deciso che non doveva essere come gli altri. Niente temi tradizionali, niente di scontato. Il suo ultimo disco è un bestiario e racconta le storie più assurde sugli animali della Maremma in un disco che parla contemporaneamente due lingue: quella dei bambini e quella degli adulti.
La cosa deve essere piaciuta a Brunori e ai Baustelle che lo hanno chiamato ad aprire i loro concerti: «È stata una figata – ci racconta nel dietro le quinte del Flowers Festival – sono artisti che stimo e apprezzo tantissimo, aprire i loro concerti è un’esperienza formativa. Ti esibisci davanti a tante persone e capisci come funziona un tour che si sposta con una produzione dietro».

Ma come è nato il rapporto con loro?
Brunori l’ho conosciuto per l’etichetta con cui ho fatto gli ultimi due dischi, i Baustelle tramite Francesco Bianconi, ci siamo conosciuti con la canzone Altalena Boy. Loro poi vengono spesso dalle mie parti verso il mare.

Sei affezionatissimo alla Maremma, ma da un po’ vivi a Milano. E la cosa tempo fa non ti piaceva affatto. Ora come va?
Ho capito che il problema non è Milano, ma la città. La città non mi fa vivere bene. Sono felice di essermi spostato perché chiaramente Milano offre tante opportunità. Io, però, preferisco vivere dove non c’è un evento ogni sera ma un bel paesaggio tutto il giorno. E poca gente, soprattutto.

Il tuo ultimo disco è un bestiario. Perché?
Sentivo la necessità di parlare di cose che conoscevo bene. Sono cresciuto in un podere maremmano e sopra la mia testa sono passate più civette che aeroplani. Conoscevo bene gli animali di quella terra. Loro sono fantastici, hanno una forma e delle abitudini che mi affascinano. Volevo metterci la fantasia, che è tutto ciò di cui deve servirsi l’arte. Il fatto che spesso ci si riduce a parlare delle solite cose con le solite parole mi metteva tristezza. Puoi parlare pure della tristezza delle zampe dei tavolini, chi te lo vieta?

La cosa realmente assurda, però, è un’altra: hai fatto un disco in sette giorni.
Sì, poi lo abbiamo rifinito in seguito, ma è stato scritto e arrangiato notte e giorno in Maremma nell’arco di una settimana.

Il pubblico con te si fa anche una risatina, ogni tanto. Tu ce l’hai questa vena ironica. Penso alla frase “il vento è come il treno: poetico, ma rompe il cazzo”.
Mi piace se le persone si divertono. Io non voglio fare canzoni obbligatoriamente ironiche, sia chiaro. Però mi diverto a scrivere e se faccio divertire è un bene.

Tua mamma, invece, è l’autrice delle copertine dei tuoi album.
Sì. Per i vecchi Ep ho usato quadri che aveva già fatti e per futuri lavori voglio usarne di altri. Per il Bestiario ne ha fatto lei uno appositamente. Ci tengo al fatto che i suoi quadri entrino nelle mie copertine. Si adattano anche bene a ciò che ho fatto. Forse perché sono suo figlio.

Il prossimo disco avrà un filo logico come questo?
No, questa volta niente concept: magari ci sarà qualche riferimento, ma non saranno per forza legate le cose.

Come te la cavi con l’ansia da palco?
L’ansia c’è sempre. La magia è quando l’ansia la trasformi in energia ed è la cosa più bella. Hai paura, ma quando sali quella paura diventa una spinta.

Hai una playlist ricchissima. Passi da Paolo Conte al rap, ma ho visto che ti intendi di parecchi generi musicali. Un giorno pensi di cambiare orientamento musicale?
Me lo auguro, sarebbe una cosa fighissima. Il cambiamento tra un disco e l’altro è una delle cose che mi auguro, perché è rara come cosa. In pochi ci riescono. Sarebbe bellissimo.

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Ho 18 anni e ospiti della mia play-list sono perlopiù Bob Dylan, De Gregori, i Pink Floyd e tanti altri artisti che mi convincono di essere nato nell'anno sbagliato. Amante di (quasi) tutti i generi possibili, scrivo anche di sport. In due libri a trenta mani ho pubblicato Che Storia la Bari e La Bari siete voi, giusto per render chiara la passione per il biancorosso. Sogni nel cassetto: viver di romanzi e stappare una bottiglia di GreyGoose sui colli bolognesi con Cesare Cremonini.