Beppe Carletti: 54 anni di Nomadi ed una canzone di Guccini ancora inedita…

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Quando penso ai Nomadi immagino sempre il primo match tra Rocky ed Apollo Creed. Apollo è più forte, esperto, duro. In realtà non è un cattivo nel senso stretto del termine, ma apparentemente è troppo forte per il giovane Rocky. Però, come in tutte le favole, lo stallone italiano riesce a ribaltare le sorti dell’incontro sconfiggendo moralmente l’avversario favorito.

Ecco, i Nomadi per me sono questo: in 54 anni di carriera, la sorte ha provato in tutti i modi a mettere loro i bastoni tra le ruote: problemi legali, la scomparsa del leader carismatico, l’abbandono del successivo cantante. Ma, sorprendendo tutto e tutti, si sono sempre rialzati. Il destino negli anni ha tirato ai Nomadi dei colpi da KO, ma la forza incredibile di questa band, del suo pubblico, e soprattutto del suo fondatore Beppe Carletti, le ha permesso di rialzarsi e di risorgere ogni volta.

Domani torneranno nella loro Novellara, per un concerto gratuito in piazza, dove per la prima volta si esibirà Yuri Cilloni, da cinque mesi nuovo cantante del gruppo. Abbiamo incontrato Beppe Carletti, con cui abbiamo parlato dei Nomadi, di Yuri, di pace (tema sempre caro al gruppo) ed ovviamente di Augusto Daolio.

Partiamo dal 2017, dalla scelta di cambiare cantante, scegliendo una persona che arrivava da una cover band. Come avete scelto a Yuri Cilloni?
Questa scelta credo che possa essere interpretata come un segnale. Un segnale che abbiamo dato a tanti, quello di non smettere mai di crederci. Noi abbiamo preso Yuri, ma non è che ci interessava che venisse da una cover band, noi volevamo avere un cantante bravo. E Yuri lo è. Sicuramente il fatto che conoscesse bene le canzoni e che le amasse lui per primo, ha voluto dire tante cose. Non credo si sia trattato di coraggio, semplicemente abbiamo trovato un ragazzo che crede in questi brani e che ci mette tutto il suo cuore. Credo che questo rappresenti il top per noi.

Recentemente vi ho visti in concerto ad Argenta, la terza data che avete fatto insieme e l’impressione che ho avuto è che siete molto più “gruppo”.
Ci hai preso. Poi se ti capita di venire adesso vedrai una crescita ancora ulteriore in termini di “gruppo”, perché c’è un affiatamento che va oltre la musica. C’è sempre voglia di giocare, di scherzare e di stare insieme. Io con Cico Falzone e Daniele Campani sono 27 anni che sto su un palco, con Massimo Vecchi e Sergio Reggioli 20. Con Yuri sono solo 5 mesi ma mi sembra di esserci da sempre perché lui è nato nomade. Quindi sul palco è una festa continua. Per certi versi mi ricordano gli anni con Augusto, ovviamente Yuri non è Augusto, ma lo spirito si avvicina molto.

Come lo hanno accolto i fan?
Benissimo, lo stanno osannando. In molti han detto che con Yuri “sono tornati i Nomadi”. I Nomadi in realtà sono sempre esistiti, ma tanti accostano la voce di Yuri a quella di Augusto.

Nel 2016 i Pooh hanno deciso di ritirarsi. I Nomadi invece riescono a trovare sempre nuovi stimoli per ricominciare, senza mai cadere nel revival. Da dove nasce questa forza?
Onestamente non lo so nemmeno io! Sono 54 anni che faccio il nomade, la mia vita è sul palco e non mi vedo da nessun’altra parte. Anche perché trovo che non ci sia niente di più bello che fare una cosa che ami così tanto.
Io tante volte mi sono chiesto come facciano certi musicisti a fare a malapena due concerti all’anno. Sarebbe impossibile per me suonare così poco, visto che ho cominciato a suonare nelle balere a 15 anni ed a fare un concerto un giorno sì e l’altro no. Quella dei Pooh è una scelta che va rispettata, ci mancherebbe, però io credo che si debba sempre andare avanti, soprattutto quando, come nel mio caso, non cala mai il divertimento.
Quando è morto Augusto ho pensato di smettere, ma poi ho realizzato che non avrei mai potuto fare altro. Andare avanti è una cosa naturale, così come trovare nuovi stimoli, perché quando vedi davanti a te 2.000 persone tutte le sera, o vai in piccoli paesi dove ti accolgono a braccia aperte con un amore unico come fai a pensare di smettere?

Tra le tante bandiere che non mancano mai ai concerti dei Nomadi c’è quella della pace. Credo che nel 2017 continuare a parlare di pace sia un atto estremamente rivoluzionario. Da dove nasce questa forza?
Io sono nato nell’immediato dopoguerra e, pur non avendo vissuto il conflitto, a 6/7 anni ho cominciato a capire cos’era successo. Credo fortemente che la guerra non la vince mai nessuno perché, con tutte le vittime e con tutta la miseria che si porta dietro, anche chi dice di averla vinta, in fondo, l’ha persa. Dopo aver vissuto tutto questo, nella mia ingenuità, ho pensato che mai più ci sarebbero stati conflitti. E invece, con quello che vediamo tutti i giorni, mi sembra di essere tornato indietro nel tempo. Purtroppo fino a quando saranno prodotte le armi ci saranno delle guerre. Che poi se vedi anche tutti i decreti ministeriali che sono usciti sul tema della “sicurezza”, in realtà non fanno altro che mettere le persone in un clima di allarme. Mi sembra assurdo che la gente per andare ad un concerto debba essere perquisita, debba subire un terzo grado, addirittura non può portarsi una bottiglietta d’acqua. Mi sembra che si stia esagerando. Un concerto è una festa.
Le nostre canzoni parlano di pace e di speranza anche per dire che, nonostante non sembri possibile, può esistere una via diversa alla guerra. Purtroppo toccare certi temi ti preclude determinate vetrine: i network non ti trasmettono, o se lo fanno passano solamente Io vagabondo. Ma le nostre ultime produzioni non sono banali, trattano di omosessualità, di migranti, ecc, ma purtroppo non vengono prese in considerazione.

Lasciando spazio a canzoni più “leggere”
Abbiamo toccato un punto secondo me molto importante: si parla tanto di crisi del mercato discografico, ma io in realtà credo che quando qualcuno fa delle belle canzoni ha sempre una risposta dalla gente. E’ chiaro che se tu punti tutto su canzoni “vuote”, quasi banali, i ragazzini poi al massimo le scaricano e tu sei finito. Purtroppo i discografici non hanno più il coraggio di lanciare nessuno. Noi abbiamo le nostre canzoni, continuiamo a farle, ma abbiamo pubblico che è sempre presente, non siamo altalenanti, non è che abbiamo della gente che ci segue solo se andiamo in classifica o se siamo primi. Il nostro pubblico è trasversale, copre tutte le età, e questo secondo me vuol dire che si possono ancora cantare certe canzoni e si può usare un certo tipo di linguaggio che, a prescindere da noi, arriva alla gente. Una musica diversa si può fare, ma bisogna al fenomeno la giusta amplificazione: bisogna avere il coraggio di lanciare e valorizzare chi affronta certe tematiche. Noi, e parlo di tutti, dobbiamo avere il compito di dare un’alternativa alle persone. Una cosa che trovo che manchi è l’educazione musicale, che in Italia purtroppo non esiste. Per superare la crisi del mercato bisogna, per prima cosa, fare delle belle canzoni. E non parlo solo dei Nomadi ovviamente. Perché le canzoni degli anni ’60 si cantano ancora? Io voglio vedere, con tutto il rispetto, se tra 6 mesi od un anno, i giovani continueranno a cantare quel che passano i network oggi. Perché la musica, quando è fatta bene, è arte, sarà anche arte povera, ma è arte.

Prima volta con il nuovo cantante a Novellara. Cosa vi aspettate? farete qualcosa di “speciale”?
Noi faremo le canzoni che facciamo abitualmente nei concerti. La cosa speciale è essere in piazza a Novellara, perché è la prima volta che suonerò lì. Certo, mi è capitato di suonare alla Rocca od in altri luoghi della città, ma mai lì. E’ una piazza davvero bella, che secondo me merita di essere vista. Non ti so dire quel che proverò ma è molto bello, dopo oltre mezzo secolo, suonare nel cuore del mio paese. Ci sarà sicuramente un fattore emotivo innegabile. Mi auguro che sarà affollatissima perché verrà gente da tutta Italia. Quando si parla di Novellara, si parla di Nomadi, si parla di Augusto, si parla della nostra storia.

Recentemente avete suonato a Masone, che fu il luogo dove si tenne l’ultimo concerto di Augusto. Secondo te cosa ti direbbe dei Nomadi attuali?
Credo che mi direbbe «Continua così!». Lui mi diceva sempre «Se hai pensato ad una cosa vuol dire che va bene». Era raro che fosse contrario a qualche mia iniziativa, non perché io sia particolarmente bravo, ma perché lo conoscevo talmente bene che sapevo cosa gli piaceva e cosa non. Credo che il fatto di aver portato avanti i Nomadi con tanta responsabilità, ma anche un po’ di incoscienza, ad Augusto sarebbe piaciuto, anche perché dopo la sua scomparsa siamo stati in giro per il mondo, da Cuba al Tibet, e lui amava tanto viaggiare. Sai, ho sempre cercato di portare avanti il nome di Augusto, sempre rispettando la sua persona, non ho mai voluto portarlo in giro come un gagliardetto sul petto, ma ho sempre puntato l’attenzione sul discorso che, 54 anni fa, abbiamo iniziato insieme.

54 di Nomadi. Più di mezzo secolo sui palchi di tutto il mondo. Se ti dovessi guardare indietro c’è qualcosa che cambieresti?
Onestamente ti direi di no. Non perché non credo di aver mai fatto errori, anzi. Ma dico sempre che tutte le cose che abbiamo fatto le abbiamo fatte dopo averle pensate, ponderate ed ovviamente dopo aver seguito il cuore. Perciò se siamo qua rifarei tutto pari pari, anche e soprattutto gli errori commessi, perché comunque sono stati fatti col cuore.

Nel 2013 Francesco Guccini scrisse una canzone proprio per voi, in occasione del cinquantennale.
Si, la canzone si chiama Nomadi ed uscirà nel nostro nuovo disco di inediti su cui stiamo lavorando. Non sono ancora in grado di dire molto perché siamo in fase di ultimazione e siamo concentrati sui concerti, ma quando uscirà di sicuro avrà anche questa canzone scritta da Francesco.

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Di origini torinesi, ma trapiantato ormai da diversi anni in quella magnifica terra che ha dato i natali ai più grandi musicisti italiani, l’Emilia. Idealista e sognatore per natura, con una spiccata sindrome di Peter Pan e con un grande amore che spazia dal Brit rock passando per quello a stelle e strisce, fino ai grandi interpreti italiani. Il tutto condito da una passione pura, vera e intensa per la musica dal vivo.

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