La nascita del mito, dai The Tea Set ai Pink Floyd: “Oh, by the way… Which one’s Pink?”

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Saliamo a bordo della macchina del tempo, oppure di una più comoda DeLorean e torniamo nella Londra dei primi anni ’60. Una città in pieno fermento culturale, piena espressione di vitalità artistica e creativa. Definita anche la Swinging London, la capitale britannica  oltre a sfornare dischi d’oro, sforna nuove tendenze e nuovi stili, dalla moda alla fotografia, dal cinema alle arti.
A Londra si respira un clima di incredibile vivacità e creatività: le arti grafiche e visive si fondono con la musica, con la ricerca di nuovi spazi e territori, le sostanze stupefacenti cercando un nuovo mondo sensoriale.

A Cambrige, cittadina universitaria legata al mondo accademico e alla vita di college vive Roger “Syd” Barrett, un ragazzo interessato di musica e pittura, inizia a mettere insieme qualche amico per formare le prime cover band. Fu cosi che nacqueroi Geoff Mott and the Mottoes. Roger Waters, amico di Barrett, stava iniziando a suonare il basso e, di tanto in tanto, prendeva parte alle prove. La band si dilettava in alcune cover rhythm and blues. Il gruppo si sciolse dopo un solo spettacolo.
Waters andò a studiare al Regent Street Poly di Londra, insieme a un altro amico di Barrett, Bob “Rado” Klose, mentre Syd iniziò un corso alla Camberwell School of Art. Nelle vacanze, Roger e Syd pensarono di mettere su un nuovo gruppo, ma ci riuscirono solo nel 1965. Intanto Syd compose due delle sue prime canzoni: Golden Hair e Effervescing Elephant, la prima tratta dal Chamber Music di James Joyce e la seconda da un testo di Lear.
Syd riallacciò i contatti con il chitarrista John Gordon e con l’amico d’infanzia David Gilmour, che di lì a poco metterà su, proprio insieme a Gordon e altri ex Mottoes, i Joker’s Wild, band che eseguiva cover dei Four Seasons e dei Beach Boys.
Barrett quindi iniziò a seguire il proprio sogno di formare una band insieme a Waters e Klose. I due avevano iniziato senza di lui, unendosi ad altri studenti, formando i Sigma 6 (conosciuti anche come Abdabs, Screaming Abdabs, Meggadeaths e Tea-Set) e suonando durante alcune feste al college. Da quando Barrett si aggregò, il gruppo divenne noto come Spectrum Five e successivamente The Tea Set. Questa prima formazione aveva Waters al basso, Klose alla chitarra e due colleghi di Waters alla tastiera e alla batteria: Richard Wright e Nick Mason. Barrett era la chitarra ritmica e sostituiva l’ormai sempre più assente Chris Dennis. La cantante Juliet Gale, che diventò poi moglie di Wright, partecipava occasionalmente come corista.
Il gruppo inizia a riscuotere un moderato successo, affermandosi come una delle più popolari formazioni dell’underground londinese alla fine degli anni sessanta.

Quando i Tea Set scoprono che il loro nome è già stato usato da un altro gruppo, Barrett propone The Pink Floyd Sound, unione dei nomi di due bluesman: Pink Anderson e Floyd “Dipper boy” Council, letti tra i crediti di un album di Piedmont blues.
La parola Sound viene presto rimossa, mentre l’articolo The resistette fino al 1970.
Curiosità: la frase “Oh, by the way… Which one’s Pink?” (Oh, a proposito… Chi di voi è Pink?) contenuta in Have a cigar (Wish you were here, 1975) era un leit-motif durante i primi anni di carriera della band.

Ma torniamo nel 1965: Bob Klose, data la sua attitudine prettamente blues che gli fa preferire le più conservatrici chitarre semi-acustiche rispetto alle Fender Stratocaster, nonché su pressioni del padre e dei tutor del Politecnico, abbandona il gruppo dopo aver registrato solamente un demo in acetato. Si tratta di una registrazione mai data alle stampe, Lucy Leave/I’m a King Bee, in cui il secondo brano è una cover di una famosa canzone di Slim Harpo, pubblicata solo nel 2016 con il megacofanetto The early years 1965-1972.

Siamo quindi arrivati alla prima formazione definitiva: i Pink Floyd Sound erano una sconosciuta cover band che piano piano si era ritagliata una certa credibilità tra il pubblico londinese. Syd Barrett, Nick Mason, Roger Waters e Rick Wright erano quattro giovani universitari con la passione del rock, tanta buona volontà e un repertorio che attingeva a piene mani dai successi dell’epoca. La loro strumentazione era a dir poco approssimativa, la preparazione musicale appena sufficiente ma sfruttavano al meglio il carisma del loro front man, destinato a diventare una delle icone più affascinanti del panorama rock mondiale.

Tra la fine del 1965 e il 1966 il gruppo riuscì a compattare il proprio suono, affiancando al repertorio fatto di solide cover di Bo Diddley e al rock blues dei primi successi dei Rolling Stones anche le prime canzoni inedite, in particolar modo quelle partorite dalla fervida fantasia di Barrett. Agli inizi del 1966 i Pink Floyd potevano vantarsi di essersi esibiti con una certa frequenza al Marquee Club, una istituzione per la musica dal vivo della capitale britannica, dove si distinsero grazie ad alcuni concerti fissati la domenica pomeriggio e denominati Spontaneous Underground, nei quali condividevano spesso il palco con musicisti di varia estrazione come AMM o Donovan.

Quelle esibizioni dei Pink Floyd vengono ricordate per una serie di sperimentazioni audio-visive che incontrarono un crescente favore del pubblico, attirando l’attenzione di Pete Jenner e Andrew King, lungimiranti a tal punto da diventare di lì a breve i loro manager. Jenner e King avevano individuato in loro una potenziale band di successo e furono i primi a credere in maniera concreta nella loro musica. La storia racconta che i Pink Floyd fossero quasi in procinto di sciogliersi durante l’estate del 1966 per mancanza di stimoli e con poche prospettive per il futuro. L’insistenza di Jenner e King li convinse a darsi tempo e i primi risultati arrivarono al ritorno dalle vacanze.

La miscela speciale che portò al successo i Pink Floyd (nel frattempo avevano accorciato il loro nome sacrificando la parola Sound) esplose tra settembre 1966 e marzo 1967, quando la sorte li fece trovare nel posto giusto al momento giusto. Grazie ad una serie di fortunate congiunzioni astrali il quartetto capitanato da Syd Barrett si ritrovò in cartellone in una serie di eventi legati alla nascita del movimento underground e della controcultura inglese. Il loro lancio definitivo avvenne in occasione della presentazione della rivista IT (International Times), guidata dal fotografo John “Hoppie” Hopkins e dal giornalista Barry Miles e sostenuta commercialmente anche dal beatle Paul McCartney.

La presentazione di IT avvenne alla Roundhouse di Londra il 15 ottobre 1966, quando sul palco si esibirono tra gli altri i due gruppi destinati a movimentare il panorama musicale londinese, i Soft Machine e i Pink Floyd. L’evento ebbe una eco nazionale e IT rappresentò sin dal primo numero la voce degli “hippie” britannici. Grazie a quel concerto i Pink Floyd attirarono l’interesse del quotidiano Sunday Times e finanche del Financial Times.

Il vero successo nazionale per i Pink Floyd giunse di lì a breve. Il popolo underground necessitava di una sede in cui ritrovarsi; John Hopkins e il produttore discografico Joe Boyd avevano individuato la location adatta per il loro nascente locale che fu battezzato con il nome di UFO Club, ricavato nei locali sottostanti il cinema Gala Berkley al numero 31 di Tottenham Court Road di Londra e che aprì al pubblico il 23 dicembre 1966. I Pink Floyd divennero a breve il gruppo di punta dell’UFO; a rendere unici i loro spettacoli fu soprattutto il light show, il volume altissimo dei loro amplificatori e il carisma di Syd Barrett, che rendevano le loro performance uniche e imperdibili per il popolo della notte londinese.

Il primo vero successo dei Pink Floyd fu una canzone che si trasformò in breve nell’inno della controcultura inglese, la strumentale Interstellar Overdrive, spesso allungata nelle esibizioni dal vivo grazie ad una serie di improvvisazioni e capace di raggiungere una durata di oltre mezz’ora.

Il successo dell’UFO Club coincise dunque con quello dei Pink Floyd, ai quali arrivarono le prime offerte per alcuni importanti progetti. Ancora senza contratto discografico nei primi giorni del 1967, registrarono la colonna sonora del documentario Tonite Let’s All Make Love In London, filmato dal regista Peter Whitehead e incentrato proprio sul nascente movimento underground, mentre Joe Boyd produsse le due canzoni destinate al loro primo singolo ufficiale.

Nello stesso periodo i Pink Floyd furono filmati dalla tv nazionale inglese BBC che trasmise una porzione di una loro esibizione all’UFO Club. A fine febbraio firmano il loro primo contratto discografico con la EMI, una delle maggiori etichette inglesi che vantava nella sua scuderia la rock band più famoso del mondo, i Beatles.

Il resto è storia…
(ha collaborato Andrea Giovannetti)

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Storico, biografo e collezionista dei Pink Floyd, a partire dal 1986 cura la fanzine “Interstellar Overdrive”, collaborando con altre pubblicazioni periodiche italiane e straniere. Fa parte del collettivo "The Lunatics", che ha pubblicato tre libri per Giunti. Collabora con Suono e Prog Italia e partecipa attivamente a numerosi siti dedicati ai Pink Floyd.