Un sabato mattina come tanti, su un treno che come tanti avrebbe portato la tua malinconica adolescenza verso Bologna, sei raggiunto da una doppia certezza. Il tuo non è un Paese di democrazia. Né un Paese sicuro.

Non lontano da Modena e in piena campagna il treno si arresta, prima rallentando, poi effettuando una lenta graduale frenata. Spinti in avanti e poi indietro con l’effetto dell’ultimo più brusco stop prima della stasi definitiva, per tutti, terminato lo stridore sulle rotaie, emerge solo il canto delle cicale sulle distese di peschi. Il sole delle 11 avvampa da tutta la volta biancastra del cielo. Dopo mezzora si intuisce che la sosta non è cosa normale. Dopo oltre due ore, la sete e il caldo spingono molti a scendere dalle carrozze. Non si ottengono informazioni sul presunto guasto o altra causa della sosta forzata in piena campagna, ma si può notare che da quando il treno è fermo neppure un solo convoglio ha percorso in senso contrario i binari. Mentre l’ora del tuo appuntamento con Camilla con la quale avevi una corrispondenza da mesi, passa indifferente nel fuoco del primo pomeriggio senza che sia possibile comunicarlo, il capotreno, oggetto di numerose invettive, è insultato e strattonato da un tale che disperato dice di non potersi permettere di restare bloccato in quel posto: qualcuno che soffre lo starebbe attendendo, e lo sconforto in lui prende il sopravvento. L’intervento sgraziato di un secondo addetto al treno produce una breve colluttazione, al termine della quale tutti misurano un senso di oggettiva impotenza.

   Siete fermi da oltre tre ore nel pieno della campagna più torrida, presumibilmente a una quindicina di chilometri dalla stazione di Bologna, senza conoscere l’origine del guasto né assistere ad alcun segno che possa far pensare a una prossima soluzione del problema. Alcuni accusano malori per via del caldo insopportabile, i bambini piangono sui vagoni che piegano su una lunga curva, qualcuno sommessamente, un paio a squarciagola qualche carrozza più in là; squadre di ragazzi a torso nudo scorrazzano avanti indietro per tutta la lunghezza del convoglio.

Se pensi al colore degli occhi della ragazza così intima e al tempo stesso sconosciuta che ti avrebbe illuminato i due giorni a venire, ti sembra di non ricordarlo già più. Nell’ultima foto che ti ha inviato in una busta da lei tinta di nero col pennarello, ti sorride e il sole le rischiara la fronte e una ciocca di capelli che le crolla da una parte. Dopo mesi di lettere, di fantasie e ipotesi circa il vostro incontro, di sogni e racconti scritti a due mani da entrambi appositamente per questo, probabilmente avrà pensato di essere stata ingannata, illusa di un incontro che non avrebbe mai avuto luogo. Deve aver pensato che, non sentitoti più in grado di affrontarla col suo carico di promessa erotica accumulato nei mesi, avessi rinunciato a prendere quel treno. Non sai che cosa sarebbe stato di voi due per quel pomeriggio, e tantomeno per la sera.

   Avresti dovuto cercare una sistemazione per la notte, a quel punto, ma ora che la sera si avvicinava, con la gola spossata e il sudore stagnante addosso, mentre l’orizzonte di campi si addolcisce del calare del sole, quel problema non sembra più sussistere. Dalle vostre lettere saliva un bisogno di darsi covato per mesi, e lei aveva manifestato più volte il suo desiderio di farlo legata a un letto. Lo aveva visto in un film, e questo l’aveva a tutta prima turbata molto, con un senso di profondo malessere, per poi farle nascere il desiderio bruciante di provarlo. Così te lo aveva chiesto. Si era persino scattata delle polaroid in una delle quali mostrava i polsi sottili trattenuti da un laccio, una benda sulle labbra e gli occhi bruciati di desiderio, bagnati quasi di pianto. Aveva compiuto diciotto anni a giugno, e dal momento della visione dello stupido film che le aveva rivelato la sua pulsione masochista, la colonna sonora delle sue masturbazioni allo specchio erano stati Interzone di Joy Division, e I’ll Be Your Mirror.

   Poco prima delle sette di sera sopraggiunge a piedi una squadra di vigili, con un medico, e subito dopo arrivano scorte di acqua ormai calda e sacchi di panini avvolti in buste di plastica sudata, che vengono distribuiti ai passeggeri. Interrogati in continuazione, i soccorritori riferiscono che alla stazione di Bologna sarebbe scoppiata accidentalmente una bombola di gas e che l’esplosione avrebbe investito un treno in sosta diretto ad Ancona. Una sciagura: vi sarebbero morti e feriti. Informano che un piccolo treno di servizio sarebbe giunto a breve all’altezza del vostro per riportare tutti a Reggio Emilia. Da lì si sarebbero smistati coloro che intendessero passare la notte in albergo a spese delle ferrovie, da coloro che invece avrebbero optato per raggiungere Bologna in corriera.

   Arrivi a Bologna quasi alle dieci di sera, la città è a soqquadro, ovunque si vada la gente non parla che di questo incidente e la “bombola di gas” diventa di colpo un ordigno fatto esplodere apposta, i morti diventano più di sessanta e i feriti centinaia. La gente racconta di taxi e autobus trasformati in veicoli di fortuna per il trasporto dei feriti in ospedale. Vista così, la realtà è ben diversa da quella dipinta in precedenza. Non hai il coraggio di telefonare a casa della tua amica, è già sera inoltrata e sebbene sia estate, non sei certo di non sommare disturbo allo sgomento. Secondo gli accordi, Camilla ti avrebbe atteso al bar della stazione, vi sarebbe arrivata verso le 10.30 e poi insieme sareste andati a mangiare qualcosa. In tasca hai meno di diecimila lire, tutti i locali pubblici sono chiusi. Stonato per il caldo di tutto quel giorno e disorientato, vaghi alla ricerca di una cabina telefonica. Grazie alla cortesia del proprietario, dal telefono privato di un bar in chiusura riesci a chiamare casa per informare di stare bene, malgrado tutto. Inventi che dormirai dalla tua amica, chiedi però se sono stati resi pubblici i nomi delle persone ferite, e questo mette in confusione tua madre, già molto provata dall’attesa di tue notizie già dal pomeriggio, quando si era saputo dello scoppio che aveva sventrato la stazione di quella città proprio nell’orario in cui saresti dovuto giungervi tu. Tua madre chiede che torni immediatamente a casa, ma anche se lo volessi, non sarebbe possibile: la stazione non esiste più, per metà è un cumulo di macerie. È rimasta in piedi solo una porzione di questa, tra cui un muro con l’orologio fermo alle 10.25, ora dell’esplosione.

  Una volta avevate fumato della camomilla, scherzando sull’assonanza tra il suo nome e quello della pianta i cui steli essiccati erano pressati nella cartina a mo’ di tabacco. La camomilla era piccante sulla lingua e scottava molto a ogni tiro, poi girava subito la testa e ronzavano le orecchie. Lei ti dava dei piccoli baci tra il collo e l’orecchio, ridendo in continuazione, era bello. Per strada nel silenzio più completo della notte alcuni ubriachi bestemmiavano e si sentiva rotolare una bottiglia vuota presa a calci da qualcuno lungo il marciapiede. Estate piena, estate di città vuote al punto da lasciare i superstiti al limite della sopravvivenza. E voi due lì, in una cucina angusta persa in un assembramento di caseggiati identici gli uni con gli altri, nel silenzio tombale dell’estate di periferia. L’eccitazione ti montò lenta dal profondo di una sconfinata spossatezza, un languore indicibile, un senso d’estate profonda, qualcosa di dimenticato nel fondo di noi e che vuole restare lì. Era come volerlo fare dormendo. Non c’era più futuro, solo questa nebulosa voluttà nella quale ritrovarsi, in cui s’incontravano le sue guance lisce e la sua bocca bagnata e vorace.

A musica finita, nient’altro che gli uccelli del mattino sulle prime partenze degli autobus dal capolinea. Pulsioni naturali si mescolano alle fantasie. Lei strofina la testa castana sui tuoi pantaloni, ha un collare sottile a impreziosirle il collo, e la catena di acciaio inox finisce con l’impugnatura di cuoio nella tua mano sudata. Esaurite le sfuriate di cartavetro di The Stooges, sul piatto del giradischi occorre sostituire il vinile, e saranno le cavalcate secche di Heroin, la sobria isteria di Sister Europe di The Psychedelic Furs e i dolci avvelenati di Sweetheart di Suicide, suonati fino a non distinguerne più i passaggi, quando lei è davanti a te, le sue natiche sono il promontorio bipartito che sovrasti, che domini posandovi sopra le mani in segno di possesso, come un triste re di provincia sulla mappa carnosa del proprio limitato regno. E l’alba là fuori a svenire la notte, mentre avanzi in lei, senza più forze, senza direzione, con gli ultimi colpi di reni, verso una luce finale, cremosa, arrendevole. Con la musica che ancora gratta l’aria fresca del nuovo giorno appena arrivato.

  Ora Camilla, la tua Justine mancata, era risorta dal coma emotivo alle sei circa della mattina di lunedì 4 agosto. Sorpresa dall’esplosione appena varcato l’ingresso della stazione, era stata scaraventata a terra dall’onda d’urto diversi metri di lato senza subire danni, tranne diverse escoriazioni alle mani, ai gomiti e alle ginocchia. Coi pantaloni lacerati e imbrattati di sangue, era stata trovata in stato confusionale nei pressi di un giardino pubblico nel primo pomeriggio, e condotta in ospedale, dove vi aveva trascorso due giorni immersa in una nebbia mentale. La paura si era diradata dalla sua giovane mente solo alle sei del mattino di lunedì.

   A mezzogiorno le avevano già consegnato la breve lettera che avevi dato personalmente ai genitori il giorno dopo la sciagura, in cui la esortavi a riprendere la sua vibrazione naturale e rallegrarsi, poiché poteva dirsi fortunata: riportare un lieve trauma cranico, qualche sbucciatura e uno stato di choc, era una delle regalie più generose che la tragedia di Bologna potesse consegnarti se per tua sventura ti eri trovato in quell’inferno. Altre settanta persone non potevano più raccontare nulla né, come invece avrebbe fatto lei, tornare a desiderare di essere battuti sulle natiche e sulle braccia a coronamento di un sottile impulso erotico.

Lo schianto della bomba dimostrava inoltre a entrambi che le fantasie e la predisposizione erotica al dolore fisico rimangono una faccenda affettivo-estetica legata profondamente alla vita. Niente di più che una delle numerose variazioni sul tema amoroso.

   Venire squartati, fisicamente o mentalmente da una bomba, è ben altra cosa.

tratto da: “Ex – Semi di musica vivifica”, gianCarlo Onorato, VoloLibero Edizioni, 2013.

 

 

 

 

 

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Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L’ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex – semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.