“The Piper At The Gates Of Dawn”: quando Syd Barrett inventò i Pink Floyd

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The Piper At The Gates Of Dawn dei Pink Floyd

Cominciamo col dire che se cercate su Google il giorno di pubblicazione dell’album d’esordio dei Pink Floyd con ogni probabilità troverete 5 agosto 1967. Ma questa non è la data giusta: dopo lunghe ricerche, lo storico del rock Glenn Povey, autore del monumentale The Complete Pink Floyd – The Ultimate Reference, pubblicato nel 2012 (Povey è anche uno dei supervisori della mostra Their Mortal Remains, attualmente al Victoria & Albert Museum di Londra), l’ha corretta in 4 agosto. Tra le varie motivazioni a sostegno di questa teoria c’è anche quella che i dischi della EMI venivano pubblicati il venerdì, e il 5 agosto era un sabato.

Il 1967 viene universalmente ricordato come l’anno della Summer Of Love, un fenomeno che caratterizzò la controcultura americana e che poneva le proprie basi su concetti universali quali pace, amore e libertà, raccogliendo proseliti in tutto il mondo. I protagonisti, definiti a volte impropriamente “hippie”, vivevano un momento culturale il cui stile fu definito spesso con il termine psichedelico che spaziava dalla musica alla moda, dalle arti visive alla cultura in genere. Maestri indiscussi della psichedelia inglese i Pink Floyd capitanati da Syd Barrett.

Nel corso dei dodici mesi che avrebbero stravolto per sempre la musica cosiddetta “popolare”, furono  pubblicati dischi per i quali il termine “storici” sembra riduttivo. A gennaio The Doors danno alle stampe il loro disco omonimo, seguiti a febbraio da Surrealistic Pillow  dei Jefferson Airplane e Younger Than Yesterday a firma The Byrds. A marzo esce The Velvet Underground & Nico dei Velvet Underground, a maggio Are you Experienced? della Jimi Hendrix Experience, a giugno Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles, mentre ad agosto tocca a The Piper At The Gates Of Dawn dei Pink Floyd e Itchycoo Park degli Small Faces.

A settembre ritornano The Doors con Strange Days, esce Winds of Change di Eric Burdon & The Animals e l’album omonimo dei Procol Harum. Nei negozi a novembre arrivano After Bathing at Baxter’s dei Jefferson Airplane, Forever Change dei Love e Disraeli Gears dei Cream di Eric Clapton. Il 1967 si chiude in bellezza con i due album pubblicati a dicembre dai Rolling Stones (Their Satanic Majesties Request) e The Who (The Who Sell Out).

Nonostante titoli e colleghi illustri, il primo album dei Pink Floyd viene ancora oggi ricordato come uno dei lavori più importanti del 1967, oltre ad aver portato con onore la fascia di uno dei migliori album d’esordio di tutti i tempi.

Dopo la pubblicazione del primo singolo, Arnold Layne, i Pink Floyd erano attesi da pubblico e critica con il loro primo album ufficiale. Tra marzo e maggio 1967 i musicisti si districarono in una selva di concerti in giro per l’Inghilterra, trovando comunque il tempo per effettuare una ventina di sedute di registrazione negli EMI Studios di Londra (futuri Abbey Road Studios) per fissare su nastro le undici tracce destinate a The Piper At The Gates Of Dawn, 33 giri che fu pubblicato il 4 agosto 1967.

L’opera prima dei Pink Floyd risulta essere un lavoro complesso ed ambizioso e musicalmente interessante. La band decise che l’’album doveva contenere soltanto canzoni inedite, per cui non furono inseriti i due singoli di successo per trainarne le vendite, così come tradizione in quel periodo. Per una fortunata coincidenza The Piper fu inciso nello stesso periodo in cui i Beatles stavano registrando il loro disco più importante e atteso, Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band. L’incontro dei Pink Floyd con i Beatles, avvenuto ad Abbey Road il 21 marzo, si può leggere come un vero e proprio passaggio di testimone tra la band più titolata e gli astri nascenti.

I Pink Floyd entrano così nel dorato mondo della musica popolare e lo fanno dalla porta d’ingresso e senza timori reverenziali nei confronti dei loro colleghi già affermati, mostrando personalità e idee chiare tipiche di una band navigata. L’album è testimone del miglior periodo creativo di Syd Barrett, firma solitaria per otto tracce su undici. Metà delle canzoni in esso contenute facevano già parte del repertorio live dei concerti dei Pink Floyd di fine ‘66: Astronomy Dominé, Interstellar Overdrive, The Gnome, Matilda Mother, Flaming e Pow R. Toc H. Rispetto alle versioni dal vivo, queste composizioni subirono una drastica riduzione nei tempi e negli arrangiamenti.

Da artista e creativo quale era, Barrett fu incuriosito dalle possibilità tecniche dello studio di registrazione, sperimentando e intervenendo con competenza e cognizione di causa, aggiungendo i suoi suggerimenti anche in fase di missaggio finale. Il risultato fu un disco dal suono attuale e dalle atmosfere senza tempo, capace di trasportarti nelle galassie più lontane grazie alle sonorità di Astronomy Dominé oppure di catapultarti in un paesaggio rurale a contemplare vita e desideri del triste spaventapasseri verde e nero cantato in The Scarecrow. Ogni canzone sembra differire profondamente da quella successiva, quasi in un gioco dove le regole non sono state scritte e non verranno mai svelate all’ascoltatore.

Musicalmente i Pink Floyd dell’epoca barrettiana si distinguevano per la sezione ritmica solida affidata ai due “amici per la pelle” Mason e Waters, abili a nascondere i propri limiti tecnici grazie alla loro energia esecutiva e ad una discreta capacità di improvvisare. Il vero e proprio motore musicale era costituito da Barrett e Wright; tra i due si era creato un sodalizio artistico profondo e il taciturno tastierista, appassionato di musica classica e jazz, preparava tappeti sonori sui quali l’eclettico Syd aggiungeva suoni e colori, toccando vette che ancora oggi lasciano senza fiato.
Si passava dalle atmosfere leggere di Matilda Mother al beat psichedelico di Take Up Thy Stethascope And Walk: in entrambe le situazioni Syd Barrett reinventa l’uso della chitarra al pari di Jimi Hendrix, applicando alla musica le stesse intuizioni e la stessa creatività che aveva scoperto nel disegno e nella pittura. Il valore di Barrett come chitarrista è stato a lungo sottovalutato: nel periodo dell’UFO Club arrivarono ad ascoltare le sue magie sulla sei corde due mostri sacri come Pete Townshend ed Eric Clapton! La chitarra del menestrello di Cambridge serviva a regalare ai Pink Floyd quel suono unico ed inconfondibile, utilizzando lo strumento musicale come un pennello che muove i colori sulla tela dell’artista, accostando tra loro colori forti e forme ardite.

I testi delle canzoni firmate da Barrett meriterebbero una attenzione a parte. Nel caleidoscopio della sua fantasia, tutte le letture preferite, dalle favole d’infanzia fino al testo di un atlante astronomico, trovano spazio nelle liriche delle canzoni e – miracolo! – sembrano trovare magicamente senso tra loro. Barrett sembra fornire una chiave di lettura al suo stile in Matilda Mother, dove canta “Wandering and dreaming / The words have different meaning / Yes they did”.

Nulla è però scontato e al cappellaio matto piace giocare: quando pensi di aver trovato una risposta, ecco un suono, un effetto, un eco in lontananza a trasformare l’atmosfera e si passa dal gioco all’incubo. Come nel finale di Bike quando dalla fanciullesca frase di corteggiamento “Sei il tipo di ragazza adatta al mio mondo / Ti darò tutto, qualunque cosa se vuoi qualcosa” si passa ad un invito ad andare in un’altra stanza, un momento apparentemente innocente con la musica che improvvisamente da giocosa diventa tenebrosa. Il 9 settembre 1967 The Piper raggiunse la posizione numero 3 nella classifica inglese, consacrando definitivamente i Pink Floyd.

Come verrebbe accolto dal pubblico The Piper At The Gates Of Dawn se fosse pubblicato nel 2017? La domanda non trova facile risposta, nonostante siano tantissimi i giovani musicisti che trovano ispirazione tra le note e le parole di Barrett. A dimostrazione di quanto siano attuali quelle musiche, nel 1997 e nel 2007 il disco tornò nelle classifiche inglesi (rispettivamente nelle posizioni 44 e 22). Nel suo recente tour David Gilmour, colui che sostituirà Syd Barrett nei Pink Floyd agli inizi del 1968, ha suonato in diverse occasioni una tiratissima versione live di Astronomy Dominé, riproponendo al pubblico un gioco visivo a grandi sfumature psichedeliche.

I Pink Floyd hanno forse inventato una musica capace di sopravvivere e superare il tempo? Forse è questo il loro segreto. Hanno dimostrato di saper fare miracoli, quando sembrano spacciati ecco che l’interesse intorno a loro torna a crescere e la parola fine sembra allontanarsi. La loro musica resta lì, eterna e senza tempo, così come quel visionario di Syd Barrett l’aveva immaginata cinquant’anni fa.

(La genesi, l’analisi e il processo di registrazione di tutte le canzoni della lunga carriera dei Pink Floyd, completo di curiosità e informazioni varie, sono racchiuse nel libro Il Fiume Infinito – Tutte le canzoni dei Pink).

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Storico, biografo e collezionista dei Pink Floyd, a partire dal 1986 cura la fanzine “Interstellar Overdrive”, collaborando con altre pubblicazioni periodiche italiane e straniere. Fa parte del collettivo "The Lunatics", che ha pubblicato tre libri per Giunti. Collabora con Suono e Prog Italia e partecipa attivamente a numerosi siti dedicati ai Pink Floyd.