Cristicchi, l’Orcolat e il disastro friulano

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Simone Cristicchi, "Orcolat '76" - Foto Giò Alajmo (c) 2017

Quel giorno Venezia mi scivolò sotto i piedi, letteralmente, come un ubriaco che non trova più il passo e l’equilibrio, solo che a essersi ubriacata era la città. Il ponte dove stavo transitando fece uno scarto a sinistra. Mi aggrappai al corrimano cercando di non cadere. Di fronte a me un camino di mattoni stava precipitando dal tetto sugli avventori di un bar, quattro, seduti a un tavolino. Per qualche miracolo la scossa li fece saltar via per paura dalle sedie una frazione di secondo prima che tutto venisse schiacciato. Non era ancora l’imbrunire. Venezia è una città antisismica per eccellenza, costruita sull’argilla e milioni di palafitte. E’ uno dei motivi per cui dopo mille anni è ancora qui intatta. Terremoto. “Se la scossa si è sentita così qui”, pensai in quella sera di maggio del 1976, da dove diavolo veniva e cosa è successo lì?

La fisarmonicista e cantante Francesca Gallo. Foto Giò Alajmo (c) 2017

Simone Cristicchi ha raccontato la catastrofe del Friuli nel suo nuovo spettacolo assemblato per le celebrazioni del quarantennale e andato in scena a Gemona, Udine e Lignano. Il cantante attore romano, vincitore di Sanremo e di un premio Amnesty, ha continuato il suo percorso nella grande storia raccontata attraverso le piccole storie di uomini, matti, minatori, reduci, profughi, profeti e ora le vittime di una delle peggiori catastrofi italiane, quarant’anni fa, in Friuli, quasi mille morti e interi paesi distrutti, un tessuto sociale ed economico azzerato. Non l’unica catastrofe simile, ma forse la più emblematica, e per molti un esempio, soprattutto ora che, dall’Abruzzo all’Emilia, le macerie testimoniano che quando la terra si muove le persone sono inermi.

In Friuli lo chiamano “Orcolat”, e così ha preso nome lo spettacolo, scritto con Simona Orlando e andato in scena con l’Orchestra Mitteleuropa diretta da Valter Sivilotti e il Coro del Friuli Venezia Giulia preparato da Cristiano Dell’Oste e due straordinarie interpreti, la cantante fisarmonicista folk Francesca Gallo e l’anziana attrice Maia Monzani.

Maia Monzani – “Orcolat ’76”. Foto Giò Alajmo (c) 2017

L’Orcolat, secondo la tradizione friulana, è l’orco imprigionato nel profondo della terra che ogni tanto, risvegliandosi e girandosi nel suo torpore, provoca distruzione. Simone si fa interprete di un ricordo e di una celebrazione, rendendo omaggio al Friuli e ai friulani, alle vittime e ai ricostruttori, raccontando con il solito spirito del viaggiatore venuto da altrove cosa significarono quelle ore e quei mesi in cui Venzone, Osoppo, Artegna, Gemona e altri paesi pieni di storia, tradizioni, cultura e esseri umani furono spazzati via in qualche manciata di secondi.

Racconta storie di uomini e donne, di giovani e vecchi, di disperazione, forza e orgoglio, di solidarietà senza frontiere, di voglia di ricominciare.

Racconta la tremenda mazzata della nuova scossa, il settembre successivo, quando quello che era rimasto in piedi e quello che si era iniziato a ricostruire “dov’era e com’era” furono spazzati via da una nuova scossa devastante. E tutto si fermò. Anche la speranza.

Simone Cristicchi e Maia Monzani in “Orcolat ’76”. Foto Giò Alajmo (c) 2017

Realizzato con un eccellente repertorio di musiche originali per orchestra scritte da Sivilotti su testi del gemonese Renato Stroili e di Simone Cristicchi e canzoni tradizionali friulane, la ricostruzione della memoria è stata condotta rimettendo insieme l’infinito puzzle delle mille piccole cose che avvennero, perché ogni grande evento è comunque composto da mille storie tragiche e felici, che sfuggono alla storiografia e alle grandi cronache, ma rappresentano la trama di un tessuto fatto di umanità e vita.

In Friuli nacque l’idea di una Protezione Civile, partì un’azione solidale che portò volontari e soccorritori sin dall’Austria e la Germania – quegli stessi paesi che avevano percorso in passato il Friuli in armi con i loro eserciti – e da ogni parte d’Italia, dalla Sicilia al Piemonte.

Il racconto di Cristicchi è commovente, fino alle lacrime, sa dare anima ai ricordi, a ciò che è stato perso e all’orgoglio di chi si è rimboccato le maniche e ha subito voluto ricostruire, con la forza di un popolo tenace, a volte testardo, deciso e orgoglioso che aveva distribuito nel mondo milioni di emigranti ma che per tutti lì, anche sotto le macerie, era “casa”. E quando Francesca Gallo intona con la sua fisarmonica un antico canto, è l’intera platea dell’Arena Alpe Adria che si unisce in coro in una autocelebrazione dovuta, e voluta per un’altra nobile causa.

Lo spettacolo, replicato a Lignano la scorsa settimana, è stato dedicato ad Amatrice e alle sue popolazioni terremotate e l’intero incasso è stato donato direttamente a una delegazione del paese abruzzese, presenti i sindaci dei paesi colpiti nel ’76. Perché i friulani non dimenticano. Soprattutto non la solidarietà ricevuta a suo tempo, che cercano di ricambiare quando serve. Il 15 settembre sarà riproposto ancora una volta nel duomo di Gemona, a 41 anni dalla seconda Grande Scossa.

Simone Cristicchi in “Orcolat ’76”. Foto Giò Alajmo (c) 2017

A Gemona ricordo che passai alla fine dell’estate 1977. Ero un giovane giornalista. Mi mandarono a vedere che ne era della ricostruzione. Non c’era nulla. Solo macerie. Un intero paese ridotto a sassi dispersi attorno al tracciato di quelle che erano state vie. Si faceva scuola all’aperto. Tra i sassi. E si usavano i sassi per comporre oggetti, progetti scolastici. Si preservava la memoria di ciò ch’era stato, dipingendo la Gemona di un tempo su piccole rocce o cercando le radici familiari in parte perdute con o sotto le case. Ricordo l’insegnante che mi spiegava come avessero iniziato a chiedere ai bambini di fare ricerche sui loro cognomi, per capire origini e collegamenti legati al territorio, e di quel bambino che si chiamava Rotella e che come elaborato portò nel prato-scuola direttamente il nonno urlando festoso: “Ecco Rotella, è lui! E’ lui che chiamavano Rotella…”

Lo chiamarono modello Friuli, come restituire un mondo distrutto alla sua vita senza perdere tempo né dignità. Altri tempi.

Quella stessa sera, tornato a Udine, chiuso in una stanza d’albergo con troppi piani sopra la testa, l’Orcolat tornò a farmi visita.

Giò Alajmo

(c) 6 agosto 2017

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Giò Alajmo ha la stessa età del rock’n’roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.