Il lato oscuro dei Pink Floyd a Pompei

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Buio. In perfetta stereofonia ascoltiamo il suono della grancassa di Nick Mason riprodurre il battito del cuore, imprescindibile inno alla vita e alla nascita di ognuno di noi. Dopo un minuto ecco vibrare vigoroso il gong di Roger Waters con un suono che sembra arrivare da lontano, al quale si aggiunge la tastiera di Richard Wright che come il caldo vento estivo sembra accarezzare la nostra pelle. A rompere il buio arrivano al minuto 1:48 le prime immagini, un incrocio di strade all’interno degli scavi archeologici dell’antica Pompei. Seguono altri scorci dei resti della città, vegliata in lontananza dall’alto dei suoi 1281 metri dal maestoso e silenzioso vulcano del Vesuvio. Due roadies dei Pink Floyd entrano nell’anfiteatro romano ancora vuoto, posizionando il gong al centro dell’arena. A giudicare dall’ombra dei cipressi è pomeriggio e si comincia a montare l’attrezzatura necessaria per le riprese.

Questo è l’inizio di uno dei film più importanti della Storia del Rock, Pink Floyd Live At Pompeii, firmato dal giovane regista scozzese Adrian Maben, capace di rendere immortali quattro musicisti di una promettente band inglese alle soglie dell’imminente successo mondiale.
Silenzio. Sullo schermo nero campeggia la scritta azzurra ECHOES Part I,  mentre parte l’inconfondibile piiiiiing” suonato questa volta dall’indice della mano destra di Roger Waters. È il segnale che stiamo per intraprendere un viaggio tra le fantastiche note di Echoes  la suite più evocativa dei Pink Floyd che occupava il lato b del 33 giri Meddle, amata e omaggiata da tutti i loro fan. Quel suono simile ad un sonar che sembra arrivare dagli abissi lontani del nostro subconscio si ripete due volte, quando si palesano finalmente le immagini interne dell’anfiteatro romano di Pompei, costruito intorno al 70 a.C… Sullo sfondo, due gruppi di amplificatori sonori disposti specularmente, davanti ai quali ancora poco riconoscibili si intravedono i quattro Pink Floyd. Intorno a loro un groviglio di fili, le rotaie per lo spostamento delle macchine da ripresa, alcune luci e una manciata di persone tra cui il regista del film, pronte a catturare su pellicola le storiche immagini di questo concerto. L’arena dell’anfiteatro è diversa da quella attuale, ci sono diversi sassi e il fondale non è regolare come quello dei giorni nostri.
Fa molto caldo quel giorno, nonostante siano i primi giorni di ottobre ma non è una sorpresa per chi vive in quelle zone. Un ombrellone colorato disposto sulla sinistra ripara dal sole Steve O’Rourke, manager dei Pink Floyd e Marie-Noel Zurstrassen, Zoe per gli amici, chiamata a dare continuità alle riprese. Cronometro alla mano al fine di controllare la durata delle riprese di ogni singola camera, il compito di Zoe era fondamentale per le riprese; siamo in piena era analogica e ogni bobina utilizzata per le riprese aveva un limite di circa dieci minuti, rendendo necessario un calcolo preciso delle varie postazioni.

Lo spettatore del film ha la sensazione di essere un osservatore privilegiato all’interno del set delle riprese. Dall’alto dell’anello che circonda l’anfiteatro di Pompei, egli può osservare i Pink Floyd suonare dal vivo, senza pubblico, in esclusiva per i propri occhi e le proprie orecchie. Sullo schermo oltre ai musicisti è visibile tutta la troupe cinematografica, solitamente nascosta agli occhi di chi guarda un film, attiva incurante di essere parte integrante delle riprese, senza trucchi e senza segreti. Al centro delle scene, poco più lontano, si scorgono di spalle quattro persone dietro al mixer per il controllo dei suoni raccolti su un registratore multi traccia, un trucco che avrebbe offerto alla band la possibilità di correggere gli eventuali errori più tardi, nella tranquillità dello studio di registrazione. Alla loro destra, un ombrellone azzurro che qualcuno ha dimenticato di togliere prima dell’inizio delle riprese, a riprova della scarsa attenzione ai particolari dovuti alla fretta con cui furono realizzate quelle prime riprese.
La telecamera è posizionata in alto e lontano rispetto alla band e mentre la musica scorre, si avvicina lentamente ai musicisti. Wright e Gilmour, che hanno deciso di togliersi la maglietta per combattere il caldo ottobrino, si scambiano le note tra pianoforte e chitarra slide; Waters imbraccia il suo basso Fender e Mason, con lo zoom che lo ha raggiunto mostrandolo in solitaria al centro dello schermo, colpisce preciso sulle pelli il suo primo intervento. Al secondo stacco di batteria, ecco il primo inserimento esterno del regista, che mostra un bassorilievo millenario con i volti di due uomini, uno glabro e l’altro con barba. I due profili si collegano ai primi piani di Gilmour e Wright, che campeggeranno sugli schermi di lì a poco, in un gioco senza tempo tra passato e presente voluto dal regista.

Sono passati tre minuti e venti secondi dall’inizio della canzone quando finalmente compare a tutto schermo il primo piano del barbuto Richard Wright, volto seminascosto tra i capelli e un microfono Sennheiser MD409 dietro al quale sembra proteggere la sua proverbiale timidezza. Arriva così il momento del gladiatore David Gilmour, occhi bassi per concentrarsi sul cantato e controllare il manico della sua chitarra, con il sole cocente che sembra accarezzare i suoi capelli al vento. Dopo la prima strofa, passano in sovrimpressione davanti ai nostri occhi le immagini dei quattro musicisti che passeggiano tra i fumi della Solfatara di Pozzuoli, seguite dal volto sorridente di una scultura antica. In poco più di quattro minuti vengono così rivelati allo spettatore gli elementi di tutto il film, nel quale il regista ha saputo amalgamare perfettamente la musica senza tempo dei Pink Floyd targati 1971 e i resti della città antica di Pompei, resa immortale dall’eruzione del ’79 d.C.

Le canzoni eseguite a favore di cinepresa furono sostanzialmente quelle che facevano parte del loro set regolare di quel periodo, ad eccezione di Mademoiselle Nobs,  incisa su Meddle con il nome Seamus, della quale non si conoscono altre esecuzioni dal vivo. Furono così lasciate fuori dalla scaletta “pompeiana” la lunga Atom Heart Mother, Fat Old Sun e Cymbaline.

Per una serie di ritardi e problematiche varie non fu possibile filmare a Pompei tutte le canzoni in scaletta, completando tra le mura dell’anfiteatro soltanto le due parti di Echoes e le due strumentali One Of These Days e A Saucerful Of Secrets. Due mesi dopo la band dovette recarsi a Parigi per concludere il ciclo delle riprese, registrando Set The Controls For The Heart Of The Sun, Careful With That Axe, Eugene e come divertissement finale Mademoiselle Nobs, dove fu utilizzata la signorina Nobs, un cane di razza Borzoi di proprietà di Madona, figlia del direttore circense Joseph Bouglione e amica del regista.

Premiato dalla critica, Pink Floyd Live At Pompeii è sempre stato amato e venerato dai fan, che dal 1974 lo trasformarono in un vero e proprio successo nei cinema di tutto il mondo. Il film scatenò un vero e proprio culto intorno alla band e alla splendida location nel quale fu ripreso quarantasei anni fa. Da quel momento, incessantemente, migliaia di visitatori degli scavi, provenienti da tutto il mondo, hanno immortalato fotograficamente le emozioni della loro visita all’interno dell’anfiteatro in ricordo ed in tributo dello storico concerto del 1971, un rito che si ripete oggi grazie ai social network.
Vendutissimo nella vecchia edizione analogica su vhs tra gli anni ’70 e i ’90, dal 2003 è stato pubblicato digitalmente su DVD e sosta imperterrito tra i primi posti delle classifiche dei titoli più venduti di tutto il mondo. Un successo quello di Live at Pompeii che non ha mai conosciuto pause, tanto che nel 2016 il chitarrista dei Pink Floyd è tornato a suonare due concerti esclusivi all’interno dell’anfiteatro, realizzando un film atteso dai fan di tutto il mondo, disponibile dal 29 settembre 2017 su vari supporti audio e video.

Cosa si nasconde dunque dietro al successo di questo film? Cosa lo rende imperdibile all’interno della storia della band? Forse la risposta si trova nella semplicità dei quattro musicisti. I Pink Floyd ripresi a Pompei erano delle anti-star, non indossavano abiti di scena e vestivano quanto utilizzato nella loro vita di tutti i giorni, jeans neri e t-shirt sporcate dal vento che in quelle ore sollevava le polveri della storica arena romana. La band non si vergognava di mostrare ai 35mm delle cineprese una attrezzatura un po’ datata, che di lì a pochi mesi sarebbe stata rottamata in favore di un nuovo impianto professionale. La polvere, il vento, il sole e il buio della notte, tutti gli elementi naturali che circondarono i musicisti durante le riprese sembrano cristallizzare le loro sagome, fermandoli nel tempo così come la lava riuscì a rendere immortale questa città. Non sono i visivamente i quattro musicisti o i loro strumenti a fare la differenza, è la loro musica la migliore colonna sonora per le immagini delle storiche opere d’arte contenute negli scavi di Pompei, una musica che sembra rispondere con le note ai misteri di uno degli scenari più affascinanti della Terra.

Era il dicembre 1971: per completare a Parigi il film di Maben la band interruppe infatti le prove del tour inglese che sarebbe partito nel gennaio 1972. Il gruppo affrontò le riprese suonando al meglio delle proprie capacità ma senza dare troppa enfasi al progetto, suonando con la solita maestria ma anche con la leggerezza di chi ha grandi ambizioni ed è consapevole del proprio futuro. Mentre il regista spendeva tutte le energie per aggiungere materiale e portare a casa il suo film, i Pink Floyd si facevano intervistare per il film in una sala parigina, ridendo e scherzando davanti alle cineprese, ben consci che l’appuntamento con la storia li attendeva proprio dietro l’angolo. Prima di raggiungere la capitale francese avevano già preparato una nuova suite di quaranta minuti, sulla quale tornarono a lavorare a riprese ultimate e che avrebbero registrato nel 1972.

Il titolo della suite?
The Dark Side Of The Moon

A cura dei “Lunatics” il libro “Pink Floyd a Pompei – Una storia fuori dal tempo”. Un libro unico al mondo per raccontare un momento magico della storia rock e uno dei film più iconici di sempre: “Pink Floyd Live at Pompeii”. Adrian Maben e i Lunatics raccontano la storia di una pellicola che ha stregato intere generazioni e la storia dei Pink Floyd in uno snodo cruciale della loro avventura: i due anni in cui passarono dall’underground al successo, i favolosi anni di Meddle e di Dark Side of the Moon.

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Storico, biografo e collezionista dei Pink Floyd, a partire dal 1986 cura la fanzine “Interstellar Overdrive”, collaborando con altre pubblicazioni periodiche italiane e straniere. Fa parte del collettivo “The Lunatics”, che ha pubblicato tre libri per Giunti. Collabora con Suono e Prog Italia e partecipa attivamente a numerosi siti dedicati ai Pink Floyd.