Se avere paura è un meccanismo di autodifesa, aver paura di aver paura è la quintessenza del disagio dell’uomo rispetto al proprio ruolo nel mondo.

Pur credendo di aver dominato il mondo, gli uomini ne sono vittime in ogni circostanza.

Se è vero che abbiamo devastato ampie parti del pianeta neppure sapendo ancora bene cosa esso è, né perché ci sia toccato come abitazione, né tantomeno come si sia sviluppato tutto ciò che noi siamo soliti chiamare vita, è altrettanto vero che non ne abbiamo affatto il controllo e che l’organismo immane che ci sopporta potrebbe da un momento all’altro aver ragione di noi.

Ma che, dopo tutto il tempo trascorso a difendersi da ogni calamità, la cancellazione dell’umano possa avvenire per sua stessa mano,  è un paradosso degno della più sottile dabbenaggine.

Tempo fa si pensava che la fine sarebbe potuta giungere dall’ordigno nucleare, e avendone fatto esperienza in maniera talmente dura con Hiroshima e Nagasaki da ritenere possibile uno sterminio completo del genere umano a causa dell’inconsulto utilizzo di quel dispositivo, per anni si è temuta assai una simile prospettiva, così come si può temere la ricaduta di una malattia che ci ha molto spaventati.

Tuttavia le cose sembrano mutare col tempo e col tempo, così come si dimentica il brutto di certi momenti difficili, quanto al nucleare ci siamo poi dimenticati o peggio illusi di essere divenuti saggi al punto da poter scongiurare il conflitto definitivo.

Gli incidenti occorsi negli anni a importanti impianti, che hanno devastato e compromesso la vita per molti decenni in ampie zone del mondo, e ridotto a larve e ucciso lentamente molte creature venute a contatto con le radiazioni, ci hanno solo in parte persuasi che certi giochi siano troppo pericolosi per essere maneggiati con disinvoltura.

Propositi di ragionevole convivenza mescolati a ipocrisie di varia natura ci hanno convinto che un equilibrio di qualche decade potesse allontanarci definitivamente dalla tentazione di rovinare tutto una volta per tutte.

Ma naturalmente ci sbagliavamo.

Probabilmente il dono inestimabile di esistere, del quale ci sfugge il senso, ci spinge per sua troppa bellezza a desiderare in un qualche torbido fondale l’autoannientamento.

Forse un colmo di bellezza chiama la distruzione.

Forse alcuni uomini non si sentono intimamente all’altezza di tanta bellezza.

Pensano in fondo di non meritarla.

O forse è solo incapacità di darsi gestione, tradotta nella fatale incapacità di scegliere i propri rappresentanti, coloro cioè che prenderanno decisioni vitali al nostro posto, e decideranno per noi, per i nostri amori, per i nostri figli, per la poesia, per la filosofia, per l’idea quantica dell’universo quale compenetrazione di conoscenze in amori e di amori in nuove inflorescenze.

Fatto sta che l’autoeliminazione ci tenta a tal punto che di decade in decade abbiamo sperimentato in vario modo l’opportunità di devastare alle basi la nostra garanzia di sopravvivenza.

Nella via pratica infatti pur dicendo di amare l’amore, abbiamo nullificato via via il proseguo della vita stessa in tutti i modi: credendo alle razze, immaginando religioni che possano dare diritto di sopraffazione su altre forme di credo, sognando domini totali miranti alla sorda felicità di pochi e alla sottomissione di moltitudini, offendendo e avvelenando alle radici il mondo stesso.

Volendo immaginare l’uomo del post-novecento, uscito annichilito da guerre mondiali, da mondiali inganni e da scoperte epocali che ne hanno ridisegnato la storia, e persosi per strada il concetto di dio poi prontamente sostituito con quello della scienza-tecnica, somiglia da vicino al fattore idiota che sega l’alto ramo al quale è egli stesso appollaiato.

La caduta dell’uomo dal mondo, un tempo pareva materia solo di filosofia in quanto riflessione al di fuori dell’idiozia permanente o di teologia intesa come necessaria sottomissione al dio-padre temibile e venerabile in quanto onnipotente.

Poi, accantonati confusamente quei concetti, quella della fine dell’uomo per sua stessa mano rimane l’unica prospettiva attualmente ancora valida e sempre in attesa di essere smentita.

In queste ore poi, mentre alcuni parlamenti si concedono il lusso di fare la pausa estiva, e mentre metà mondo muore di fame e l’altra metà si trastulla in ferie, il duetto Kim Jong-un/Trump ha ridisegnato alla perfezione tale prospettiva di caduta, non tanto in quanto la loro propria idiozia possa travolgere definitivamente e in modo rapido le sorti prossime dell’umanità, ma anche solo in quanto dimostrazione pratica di come si possa riprecipitare al più retrogrado livello come governanti e come individui, attuando in poche mosse il più rovinoso degli scenari visti in ormai tanta storia.

Infatti se oggi nella sua orribile verità storica persino il disegno di Hitler può sembrarci un delirante piano degno del peggior film di fantascienza, sapere che possano al nostro tempo giungere a capo di massimi apparati mondiali idioti di tale statura, squalifica molti anni di pensiero collettivo, declassandoci tutti quanti a deficienti cosmici.

Accanto all’interrogativo contabile che si sente avanzare su quanti milioni di vittime potrebbe generare una simile opportunità bellica, la domanda fondamentale è dunque: si può ancora e in poche mosse rischiare di rovinare tutto quanto il fragile castello di carte che si è disperatamente tentato di mantenere in equilibrio nei millenni?

La risposta è in un’ulteriore immagine che occorre figurarsi per avere un quadro tragicomicamente semplificato dello scenario in atto:

due pistoleri seduti su una polveriera, che con una mano abbiano puntato ciascuno la pistola sulla faccia dell’altro, e nell’altra tengano un accendino prossimo ad appiccare il fuoco alle polveri sulle quali stazionano. Che sparasse l’uno o sparasse l’altro il risultato non cambierebbe. E neppure avrebbe più alcuna importanza.

Ciò che è abnorme è che si sia fino a questo punto scesi in basso.

Ora, se il pensiero è tutto ciò che mai si è avuto al mondo, e se è vero – come è del resto vero – che solo dal pensiero è potuta scaturire tutta la resistenza dell’umano alle troppe avversità incontrate, avendo nuovamente come prospettiva una minaccia di annullamento a causa di pochi incapaci, possiamo concludere che il nostro passaggio sul pianeta si avvii a confermarsi pietosamente, meritatamente inutile.

A meno che non si tolgano, e presto, pistola e accendino dalle mani dei dementi.

 

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Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex - semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.