“The Wall”: l’opera rock totale

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Provare a spiegare cosa rappresenta The Wall e l’importanza che ha avuto per la storia della musica è impresa ardua.
Perchè The Dark Side of the Moon avrà rivoluzionato il mondo della musica, ma The Wall ha riscritto ancora una volta le regole, soprattutto quelle degli spettacoli dal vivo: quei 31 concerti tra il 1980 e il 1981 hanno cambiato irrimediabilmente la concezione della musica live e la monumentalità dei concerti rock.
Sì, perchè questo non è solamente un disco, ma è un’opera rock globale, sin dal principio nata per essere disco, tour e film, perchè le sole note registrate sul vinile non potevano bastare a racchiudere tutti i significati di un lavoro così maestoso e spiegare tutto l’immaginario nella testa di Roger Waters che lo ha portato a dare vita a tutto questo.
Il motivo per cui dopo quasi 40 anni tutti i messaggi contenuti all’interno risultino ancora attuali è presto detto: tutti noi costruiamo dei muri per difenderci da chi sa come ferirci, per respingere gli attacchi di coloro che ci sono vicini: primi fra tutti, le nostre madri e i nostri padri, poi gli insegnanti, che possono umiliarci e metterci in ridicolo di fronte ai compagni di classe, e poi dalle mogli e dai partner in generale, capaci di ferirci anche di più. Per questo il messaggio è universale e chiunque riesce ad assorbirlo, sentirlo suo ed emozionarsi nell’ascolto del disco o nella visione di film e live: si tratta dei muri che tutti noi erigiamo per proteggere i nostri lati più vulnerabili.

Il fatto da cui tutto è scaturito è noto e l’abbiamo raccontato QUI nei minimi dettagli, mentre la lavorazione dell’intera opera fu lunghissima, ed iniziò a metà del 1978 con i primi demo, per concludersi nel 1982, con l’uscita ufficiale del film.
Ma c’è stato un momento in cui tutto questo sarebbe potuto non accadere mai. Roger infatti presentò alla band due progetti tra cui scegliere: uno era proprio The Wall, mentre l’altro era The Pros and Cons of Hitch-Hiking, che successivamente diventò il primo disco solista di Waters. La votazione democratica della band (fortunatamente) portà alla vittoria del progetto del Muro.

Entriamo dentro l’opera (e dentro la testa di Waters) analizzando prima la trama di The Wall, ovviamente in comune a tutte e tre le “versioni”, e successivamente un po’ di dettagli e curiosità sulla realizzazione di album, tour e film.

LA TRAMA

Pink (personaggio fittizio basato principalmente su Roger Waters, ma con alcuni richiami anche a Syd Barrett, come ammesso dallo stesso bassista) è un artista che, anche a causa dei tragici avvenimenti della propria esistenza (la morte del padre in guerra durante i suoi primi mesi di vita, la disumanizzante spersonalizzazione della scuola, l’iperprotettività della madre, l’alienante vita da rockstar, le grottesche avances delle groupie, il divorzio dalla moglie), decide di chiudersi in un muro psicologico, protettivo ed invalicabile, che lo soffoca inesorabilmente, trascinandolo ai limiti della follia.

Dopo un’introduzione sull’infanzia con la prematura scomparsa del padre in guerra e la prima giovinezza del protagonista (The thin ice, Another brick in the wall part 1, The happiest days of our lives, Another brick in the wall part 2), Pink, ormai divenuto una celebre rockstar, comincia ad analizzare il suo difficile rapporto con la madre iperprotettiva, con i fans e le groupie (Mother, Young lust, One of my turns).
Intanto, il legame tra Pink e la moglie si è ormai incrinato a causa della loro reciproca incomunicabilità (Empty spaces, Don’t leave me now) e quindi Pink, sentendosi distaccato dal mondo che gli sta attorno, decide di costruire un muro e di chiudercisi dietro per proteggersi dalla vita, restando solo più che mai, e Goodbye cruel world va a chiudere la prima metà dell’album.

A questo punto Pink è solo, isolato dal mondo, dietro un muro che si è autocostruito, ma cerca lo stesso di comunicare con chi è dall’altra parte, tentando di vincere il proprio distacco, anche se inutilmente (Hey you, Is there anybody out there?, Nobody home).
Chiuso in un paranoico isolamento, Pink è in balia dei propri produttori, che lo salvano da un’overdose solo al fine di sbatterlo su un palco (Comfortably Numb) per il suo ennesimo concerto, immaginato da Waters come causa e prodotto di una forte massificazione giovanile: la perdita di identità delle masse degli adolescenti è determinata e sfruttata anche dal sistema delle rock star, il cui seguito acritico potrebbe, iperbolicamente, far rivivere gli incubi del nazismo (In the flesh, Run like hell, Waiting for the worms).
In tutto questo rimane l’isolamento del protagonista.
Pink capisce che potrà vincere la propria solitudine in un solo modo: deve analizzare la propria vita. Così si apre un auto-processo mentale (The Trial), con tanto di accusa, giudice e testimoni (il maestro, la moglie e la madre), il cui esito è immaginato da Pink come una sentenza che lo condanna (forse dolorosamente, forse liberatoriamente, di sicuro in un modo che ricorda il contrappasso dantesco) ad abbattere il muro, eliminando le proprie difese ed esponendosi – nudo – ai propri simili. Il doppio album si chiude con la ballata Outside the Wall, poesia delicata, dal tono introspettivo, in cui Waters spiega come sia difficile rimanere sempre sani di mente.

IL DISCO

Sebbene abbia successivamente subìto un’enorme trasformazione (Roger finì per riscrivere l’intera opera in Francia) il demo presentato ai compagni di band era comunque già abbastanza definito e conteneva diversi concetti, alcuni in forma abbozzata mentre altri già sviluppati, che fecero capire al resto del gruppo che il potenziale di questo progetto andava oltre il semplice album.
Siccome le tracce preparate da Roger nel suo studio erano già strutturate a livello musicale, seppur non c’erano ancora Run like hell e Confortably numb, scritte insieme a Gilmour, il livello del contributo di ogni musicista fu un primo segnale strisciante di quella discordia che poi portò alla separazione.
Il team di lavorazione dell’album comprendeva James Guthrie come tecnico del suono, alla sua prima esperienza con i Floyd, e Bob Ezrin come co-produttore.

Per le registrazioni la band cominciò a cercare nuovi ambienti sonori rispetto al passato, cercando ad esempio di ottenere un suono simile a quello di una sala di concerti dal vivo. Per raggiungere questo obiettivo diverse parti di batteria furono registrate in un vasto open space all’ultimo piano degli studi Britannia Row, in una sala col tetto a vetrate e il pavimento in parquet che ospitava il biliardo di Waters.
Le registrazioni proseguirono successivamente in Francia per un duplice motivo: la dotazione tecnologica dello studio di proprietà della band non era considerata adeguata ed al passo con le ultime tecnologie, ma soprattutto la band fu costretta ad emigrare per un anno per motivi economici, avendo perso oltre un milione di sterline in investimenti economici sbagliati.
In Francia la band registrò al Super Bear di Berre-les-Alpes, studio sulle Alpi Marittime a circa mezz’ora di distanza da Nizza, e al Miraval, situato a circa sessanta km dal primo studio.

Fu proprio durante questo esilio forzato ci fu il primo strappo all’unità del gruppo: la Sony propose alla band una percentuale più alta di proventi in cambio della pubblicazione dell’album prima delle feste natalizie. Waters accettò, ma c’erano ancora da registrare molte delle parti di tastiera. Richard Wright, infatti, era in vacanza in Grecia con la moglie e si rifiutò categoricamente di interrompere le sue vacanze per tornare in sala d’incisione. Saputo il fatto, Roger andò inevitabilmente su tutte le furie, e chiamò il manager della band Steve O’Rourke, intimandogli di cacciare Rick dal gruppo, con la sola concessione di rimanere come musicista stipendiato per il tour di The Wall, ma che avrebbe dovuto lasciare la band subito dopo. Altrimenti sarebbe saltato l’intero progetto.
La minaccia era servita.
Wright non si oppose e decise di avallare la volontà di Roger e, paradossalmente, fu quello che ne trasse più giovamento: come musicista stipendiato per The Wall, fu l’unico a guadagnare dai concerti dal vivo. Gli altri tre, invece, dovettero dividersi le perdite.

IL CONCERTO

L’evoluzione finale alla base dello spettacolo era che il pubblico entrasse nell’auditorium, trovando un muro parzialmente costruito ai lati del palco. All’inizio lo show sarebbe stato aperto da un presentatore, una combinazione tra un maestro di cerimonie e un disc jockey radiofonico destinata ad aumentare l’irrealtà della performance e a scardinare le aspettative del pubblico.
Con tutta la grandiosità di uno spettacolo rock (fuochi d’artificio ed effetti speciali) il concerto si apriva con una band di quattro musicisti, che sembravano i Pink Floyd, che spuntava sul palco salendo attraverso delle botole mediante pedane su montacarichi. In realtà era un gruppo di “sosia” che veniva chiamato “band surrogata” (Pete Woods alle tastiere, Willie Wilson alla batteria, Andy Bown al basso e Snowy White alla chitarra) e ognuno di loro indossava sul volto un calco del viso del rispettivo membro della band di cui stava prendendo il posto. A mano a mano che i giochi pirotecnici e gli effetti speciali raggiungevano l’apice, il primo gruppo di musicisti s’immobilizzava e le luci rivelavano la vera band dietro di loro. Sarebbero poi tornati successivamente sul palco come musicisti ausiliari, senza maschere sul volto e con strumenti e abiti di scena grigi, mentre quelli della band erano neri.
A mano a mano che lo spettacolo procedeva, il muro veniva gradualmente costruito in modo che la prima metà dello spettacolo terminasse con l’ultimo mattone pronto per essere posato, mentre Roger intonava le ultime note di Goodbye cruel world.
Parlando tecnicamente, il muro era costruto con 340 scatole di cartone rinforzato e ignifugo, larghe circa 120 cm, alte 90 cm e profonde 30 cm, che andavano a costituire un muro alto 10 metri e largo 85.
Ma non c’erano solo i mattoni a farla da padrone: durante tutto l’arco del concerto, infatti, venivano proiettate sul muro le animazioni di Gerald Scarfe, e su determinate canzoni (Another brick in the wall part 2, Mother, Don’t leave me now) facevano la comparsa sul palco giganteschi pupazzi gonfiabili che rappresentavano il professore, la madre, la moglie. Per Nobody home, invece, una parte del muro si apriva a ponte levatoio, rivelando una stanza d’hotel dove Roger cantava, e successivamente su Confortably numb Waters è davanti al muro, mentre Gilmour compare in cima, per suonare gli assoli del brano.
Il culmine del concerto era il momento in cui i mattoni cominciavano a crollare, alla fine di The trial, mentre l’ultimo brano, Outside the wall, veniva eseguito davanti al muro crollato, in versione acustica, come un gruppo di musicisti ambulanti.

Quello di The Wall, sebbene storico, fu uno dei tour mondiali più brevi della storia: sette serate a Los Angeles, cinque a New York, sei a Londra nell’agosto 1980, otto a Dortmund nel febbraio 1981, e per finire altre cinque serate a Londra, all’Earls Court, per un totale di soli 31 concerti nell’arco di un anno e mezzo, dal 7 febbraio 1980 al 17 giugno 1981, data che per 24 anni è rimasta l’ultima esibizione dal vivo dei Pink Floyd in quattro, fino al Live8 del 2005.

IL FILM

Le prime bozze di sceneggiatura furono scritte da Roger Waters insieme al disegnatore Gerald Scarfe, ma successivamente il bassista si attribuì l’intera paternità dell’opera.
Scarfe e Michael Seresin avrebbero dovuto essere i registi, mentre Alan Parker si sarebbe dovuto occupare della produzione.
L’idea originaria era quella di usare le immagini del live come spina dorsale del film, da cui tutti gli altri elementi si sarebbero diramati a raggiera, coinvolgendo quindi la band e usando gli enormi pupazzi gonfiabili usati nei concerti, ma dopo i primi tentativi, tutti falliti (per poter riprendere il pubblico bisognava illuminarlo con riflettori fortissimi, creando grossi malumori in platea), si decise di cambiare direzione.
Da quel momento Scarfe decise di rinunciare alla regia e di dedicarsi esclusivamente alle animazioni, e la direzione passò ad Alan Parker. Per il ruolo di Pink fu scelto Bob Geldof, che inizialmente non voleva la parte, ma che si rivelò un attore credibile e, stando alle parole degli autori, «il miglior Pink possibile».
Racconta Waters a raccontarci un aneddoto riguardo la scelta dell’attore principale: «Quando gli fu offerto il ruolo era in taxi con il suo manager, e disse: ‘Non mi interessa, odio i Pink Floyd’. E il manager gli disse: ‘Penso che sarebbe una buona cosa per la tua carriera, dovresti almeno pensarci’, ma a lui non importava proprio. Quel che non sapeva era che il tassista era mio fratello! Qualche tempo dopo ne ho parlato a Bob e lui ha confessato. E perchè non avrebbe dovuto? I Pink Floyd non possono piacere a tutti, e di sicuro a lui non piacciono».
Una curiosità riguardo la scena in piscina sulle note di Don’t leave me now: Parker fece riempire la piscina di acqua tinta di rosso e, per dare un’impressione di frenesia, appese la cinepresa ad una fune che poi fece ondeggiare avanti e indietro sopra la sagoma di Bob che si dimenava per resta a galla nella piscina. Il fatto che Geldof non sapesse nuotare rendeva il tutto ancora più realistico.
L’inizio del film ci viene raccontato ancora da Waters: «La storia inizia con la prima linea nella testa di ponte di Anzio nel febbraio 1944, dove fu ucciso mio padre. Il film è in gran parte autobiografico. Mio madre era tenente in seconda nella compagnia C dell’ottavo battaglione dei Royal Fusiliers. Ebbero la sfortuna di trovarsi in prima linea quando i tedeschi lanciarono un forte contrattacco respingendo gli alleati in mare, e morirono tutti. Scrissi la canzone ‘When the tigers broke free‘ appositamente per il film e la scena relativa fu ispirata proprio dal brano».
Il costante desiderio di controllo di Waters mise in crisi più volte sia i rapporti tra chi stava lavorando al film sia il film stesso, e fu solo quando convinsero il bassista ad andare in vacanza che le riprese filarono lisce e si riuscì a completare il tutto: Roger infatti tornò in possesso della sua creatura solamente mentre stava iniziando il montaggio, arrivando nel momento esatto, perchè nessuno meglio di lui sapeva come legare tutti i suoni. Fu forse proprio un momento durante il montaggio del film ad incrinare definitivamente i rapporti tra David Gilmour e Roger Waters, ed è il chitarrista che ci racconta l’accaduto: «La goccia che fece traboccare il vaso tra me e Roger fu proprio il film, credo. Lui voleva controllare ogni dettaglio, e ricordo il giorno in cui il regista Alan Parker se ne andò. Uscì infuriato dallo studio costeggiando il ciglio del prato. Sembrava tutto pazzesco. Roger aveva firmato un contratto con Parker quando gli avevamo assegnato la regia del film. Alan aveva preteso, come chiunque al posto suo, di avere l’ultima parola: voleva essere lui ad approvare il montaggio finale. Così inseguii Parker e gli dissi: ‘Devi tornare indietro, devi tornare indietro’. E lui: ‘Solo se mi togli di dosso quel tricheco del cazzo, così possiamo finire questa merda di film’. Quindi garantii ad Alan che gli avrei lasciato il controllo totale, come negli accordi originari, e dovetti andare a dire a Roger: ‘Devi lasciare il controllo a lui’ e mi toccò dirgli che io e Nick (Rick ormai era fuori dalla band) l’avremmo battuto ai voti. Roger era furioso con me perchè avevo interferito e avevo coalizzato gli altri contro di lui, perchè gli avevo intimato di farsi da parte».

Per quello che riguarda la colonna sonora del film, è ovviamente ripresa dall’album e va a chiuderne il cerchio essendone, per così dire, il “commento visivo”. Sono comunque molti i brani remixati, risuonati, accorciati o allungati per le esigenze della narrazione cinematografica, e anche su questo aspetto ci sono da annotare diverse curiosità:
When the tigers broke free fu scritta da Waters apposta per il film, rilasciata come singolo di lancio della pellicola ed inserita, dal 2004 in poi, nelle riedizioni di The final cut.
– sono assenti The show must go on ed Hey you, quest’ultima perchè ritenuta troppo ripetitiva per il prodotto filmico.
– nella scena che vede Pink leggere il suo quaderno con le liriche in un gabinetto, prima delle parole di Stop, Geldof intona quelle di Your possible pasts (tratta da The final cut) e di The moment of clarity (da The pros and cons of hitch hiking).

Il film fu l’ultimo episodio in ordine temporale della “trilogia”, in quanto uscì nelle sale a luglio 1982 dopo un’anteprima fuori concorso al Festival di Cannes.
E l’ultima curiosità ce la regala Alan Parker, regista del film, direttamente da Cannes: «La premiére a Cannes fu incredibile! Scaricarono due camion di equipaggiamento audio dagli studi di registrazione così che potesse apparire ancora meglio di quanto fosse. Fu uno degli ultimi film ad essere presentati al vecchio Palais ed il suono era tale che la vernice si scrostava dalle pareti. Era come neve che iniziò a piovere dall’alto ed alla fine tutti sembravano avere della forfora sulle spalle. Ricordo che vidi Terry Semel, che all’epoca era a capo della Warner Bros. seduto di fianco a Steven Spielberg. Ci separavano solo cinque file e sono sicuro di aver visto Steven Spielberg fare delle smorfie a Semel quando si accesero le luci, dicendogli ‘che cazzo è questo?’, mentre Semel si girò verso di me e si inchinò rispettosamente.
‘Che cazzo è questo?’ era invece l’espressione più adatta. Era qualcosa che nessuno aveva mai visto prima, una fusione di live-action, film e mondo surreale».

CONCLUSIONE

Chi scrive è clamorosamente di parte, considerando (per concept, significato e musica) The Wall il suo album preferito di sempre, superiore anche agli altri mostri sacri pubblicati dalla band britannica, e il tour di Waters del 2010-2013 il concerto più bello ed emozionante che si possa mai vedere nella vita.
La “trilogia”, poi, aiuta a rendere l’esperienza davvero completa oltre al semplice ascolto del disco, e grazie al live e al film si può avere la possibilità di entrare dentro al disco, di assorbirlo completamente e di ritrovarsi nei panni di Pink, muro compreso.
Un voto? Nove e mezzo, facile facile.

Qui sotto la copertina dell’album e, più in basso, la tracklist.

CD 1
1. In the flesh? [03:17]
2. The thin ice [02:28]
3. Another brick in the wall (part 1) [03:41]
4. The happiest days of our lives [01:20]
5. Another brick in the wall (part 2) [03:56]
6. Mother [05:32]
7. Goodbye blue sky [02:48]
8. Empty spaces [02:07]
9. Young lust [03:29]
10. One of my turns [03:36]
11. Don’t leave me now [04:22]
12. Another brick in the wall (part 3) [01:17]
13. Goodbye cruel world [01:05]

CD 2
1. Hey you [04:39]
2. Is there anybody out there? [02:40]
3. Nobody home [03:25]
4. Vera [01:38]
5. Bring the boys back home [00:50]
6. Comfortably numb [06:49]
7. The show must go on [01:36]
8. In the flesh [04:16]
9. Run like hell [04:22]
10. Waiting for the worms [03:56]
11. Stop [00:34]
12. The trial [05:16]
13. Outside the wall [01:42]

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Nato a Roma nel 1984, ma vivo a Venezia per lavoro. Musicista e cantante per passione e per diletto, completamente autodidatta, mi rilasso suonando la chitarra e la batteria. Nel tempo libero ascolto tanta musica e cerco di vedere quanti più concerti possibili, perchè sono convinto che la musica dal vivo abbia tutto un altro sapore. Mi piace viaggiare, e per dirla con le parole di Nietzsche (che dice? boh!): "Senza musica la vita sarebbe un errore".