Mogwai. Aspettando il sole

Intervista al leader Stuart Braithwaite che ci presenta il valido "Every Country’s Sun". E ci parla di calcio: «Aspetto ancora che Zidane mi regali una sua maglia»

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Foto di Brian Sweeney

Stuart dei Mogwai è mezzo cotto. Quando lo incontro a Milano, in un piovoso tardo pomeriggio estivo, “Charlie Brown” è reduce da un’intera giornata di interviste promozionali ed il sole, al momento, è solo un pallido ricordo. Quello stesso sole che compare nel titolo del nuovo album degli scozzesi – Every Country’s Sun – sotto forma di stella luminosa ad uso e consumo di svariate nazioni.
«Nasce tutto da una boutade di una nostra amica», mi spiega Braithwaite cercando di stabilire una connessione empatica. «In pratica questa persona sosteneva che certi Stati abbiano un clima freddo perché illuminati da un sole più tiepido, mentre altri siano torridi perché il loro sole picchia più forte! (sghignazza) Da una simile assurdità, ci è venuta voglia di scrivere un disco inneggiante all’uguaglianza. Il mondo è tremendamente diviso mentre i Mogwai pensano che ci sia bisogno di unità. Mai come ora dobbiamo fare gruppo».
Ragion per cui Every Country’s Sun è malinconico, ipnotico e inscindibile come ai tempi gloriosi di Rock Action (2001) quando la Terra non stava messa meglio di adesso (l’11 settembre era alle porte mentre la globalizzazione galoppava implacabile) e questi scozzesi di ferro esploravano già le nostre anime con un suono fatto di riverberi chitarristici, tastiere oniriche ed esplosioni canonicamente post-rock. Sedici anni dopo facciamoci raccontare da Stuart ciò che ci occorre nuovamente sapere.

 Vi siete formati nel 1995 ed Every’s Country Sun è il vostro nono studio-album in carriera: hai mai avuto il sospetto (o la paura…) che i Mogwai siano diventati nel frattempo un gruppo “classico”?
Più che “classici” o ancor peggio “nostalgici”, diciamo che ci siamo istituzionalizzati a livello di pubblico. Allo stesso tempo non ci siamo mai guardati alle spalle, ma sempre lanciati in nuovi progetti tipo la colonna sonora di Atomic e questo nuovo album in cui crediamo molto.

Non vi siete mai guardati indietro, ok, ma stavolta avete nuovamente lavorato col produttore Dave Fridmann. Non succedeva da Rock Action2: perché?
Volevamo mollare Glasgow ed isolarci nei suoi Tarbox Road Studios, nello stato di New York, dove notoriamente c’è poco da fare se non lavorare con dedizione alla tua musica. Dave è sempre stato uno di famiglia e passare delle settimane intere con lui ha finito comunque per farci sentire a casa.

Hai dichiarato ai media che Every Country’s Sun ha inglobato al suo interno tanti eventi cupissimi (la morte di David Bowie, la Brexit, il terrorismo internazionale, l’elezione di Trump ecc.); quindi volevo chiederti se anche stavolta avete usato la musica come scudo nei confronti di un mondo problematico…
Sì, la musica è una fuga. Come band abbiamo sempre assorbito le circostanze esterne e non poteva essere che così pure stavolta visto che – nel giro di appena dodici mesi – il mondo è diventato un luogo ancora più bizzarro. E lo dico con un’accezione negativa, ovviamente. In pratica siamo solo dei “diffusori” di ciò che percepiamo nell’aria.

Non ho mai capito come nascano le vostre tracce strumentali. Fate delle jam oppure appiccicate le parti migliori composte da voi singolarmente?
Dipende. Come On Die Young venne fuori praticamente in studio, provando molto e facendo jam su jam. Per Every Country’s Sun ci siamo scambiati idee più definite, ma non esiste una regola fissa. Ora viviamo anche in luoghi differenti quindi, certi giorni, apri la mail e ti arrivano degli spunti dai tuoi compagni di band tramite Dropbox. E, se ti colpiscono, parti esattamente da lì.

A proposito del fenomenale Come On Die Young (che uscì nel 1999): intitoleresti mai un disco così adesso che hai superato la quarantina?
Ah, quello era il nome di un gang di teppisti di Glasgow! (ridacchia) Sai, il nostro debutto si chiamava Young Team e quindi, nel secondo album, giocammo con questa idea di far parte di una gang di teenager rissosi e scappati di casa: che bei tempi! Se usassimo ora un titolo del genere ci copriremmo di ridicolo perché, nel frattempo, siamo invecchiati anche noi.

Quindi stavolta avete optato per un titolo serioso…
Sì, come ti dicevo prima, Every Country’s Sun parla di universalità. Prendilo come un messaggio anti-bellico. La guerra è una follia e non bisogna neanche tirare in ballo la politica per comprendere un concetto così semplice. Il nostro album non predica a nessuno. Ammette solo, tramite certe atmosfere, che fare del male è sbagliato.

Ti sei accorto che i Mogwai rischiano di avere una hit su Spotify con Party in The Dark?
Sarebbe bello! Anche perché noi vogliamo migliorare costantemente e mettere sui nostri album solo le canzoni migliori. Party in The Dark è un cambiamento. Non un brano “commerciale”, ma una traccia più facile delle altre a livello di progressione di accordi.

Le domande musicali le avrei praticamente finite: ti va se adesso parliamo di calcio?
Molto volentieri. Sai, è tutto il giorno che discuto del nuovo disco…

Ho portato con me una maglietta del Celtic Glasgow per sapere se sei soddisfatto dell’ultima stagione della tua squadra del cuore. In patria avete vinto tutto, mentre in Europa marca male…
Molto soddisfatto! Sotto la gestione Rodgers (Brendan, l’attuale tecnico nordirlandese, Ndr) abbiamo conquistato il treble – Campionato, Coppa di Lega e Coppa Scozzese – e abbiamo pure battuto i Rangers Glasgow nel classico Old Firm, sfida tornata in auge proprio nel 2016/2017. Certo, in Champions siamo andati male, ma fai conto che eravamo in un ‘girone della morte’ assieme a Barcellona, Borussia Monchengladbach e Manchester City. Per il futuro, insomma, resto fiducioso.

Sei anche fiducioso che la nazionale scozzese vada ai Mondiali di Russia 2018? Ora come ora dovreste vincere le ultime quattro gare con Lituania, Malta, Slovacchia e Slovenia. E tenere le dita incrociate per puntare al secondo posto dietro i cugini inglesi…
Guarda, se deve essere sincero sarà più facile che Every Country’s Sun vada al primo posto delle chart britanniche…

Dici sul serio?
No, quello è davvero impossibile. Quindi, tra i due eventi, punto sulla Scozia futura partecipante a Russia 2018! (ride) Noi non siamo un gruppo da hit parade, d’altronde.

Ultima domanda: contento che Zinedine Zidane abbia vinto, alla guida del Real Madrid, due Champions League consecutive? Te lo chiedo, ovviamente, per via della vostra colonna sonora del documentario Zidane: A 21st Century Portrait.
In realtà non sono così felice per la sua impresa di Cardiff contro la Juventus. Io di norma tifo per gli sfigati ed il Real Madrid non appartiene di certo a quella categoria di squadre. Però, dai, Zidane resta una leggenda vivente…

Ma Zizou li ascolta sul serio i Mogwai?
Beh, lui ha approvato il film e di conseguenza anche la nostra soundtrack; però in questi dieci anni non si è mai fatto vivo con noi, né ci ha mai regalato una sua maglietta autografata. Zizou, sei sempre in tempo eh!

In attesa che il divino Zidane risponda alle richieste di Stuart e soci, Every Country’s Sun uscirà il primo settembre su etichetta Rock Action. I Mogwai suoneranno in Italia il 27 ottobre al Fabrique di Milano, il 28 all’Atlantico Live di Roma e il 29 all’Estragon di Bologna. Portatevi i tappi di cera, mi raccomando.

Mogwai
Stuart con la maglietta del Celtic Glasgow che gli è stata regalata da Simone Sacco
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Simone Sacco nasce nel 1975, l’anno di “Horses” di Patti Smith. Nella vita scrive abitualmente di musica, tattoo art, calcio, libri ecc. Deve tutto, nel bene o nel male, al 1991 e a “Nevermind” dei Nirvana.