Pink Floyd 1984-1987: storia della battaglia tra Waters e il duo Gilmour-Mason

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Tanti e sparsi negli ultimi anni di vita della band erano i segni di malumori, litigi e problemi all’interno dei Pink Floyd: dal licenziamento di Richard Wright dopo The Wall, alla continua e costante mania di accentramento di Roger Waters che, essendo diventato da un decennio la mente creativa del gruppo, voleva avere sotto controllo ogni dettaglio, pensava che il nome della band fosse solo un sinonimo del suo e che senza la sua presenza i Floyd avrebbero semplicemente cessato di esistere.

Subito dopo la pubblicazione di The Final Cut (ne abbiamo parlato qui) ogni membro della band si era dedicato ai rispettivi progetti solisti, ma questo invece di un momento di respiro dall’aria pesante che si respirava attorno alla band servì solamente a creare un ulteriore senso di insoddisfazione nei tre membri superstiti.
Roger Waters aveva deciso in quel periodo di rinegoziare il suo contratto individuale col manager della band Steve O’Rourke mantenendo la trattativa riservata. Quest’ultimo, però, per ragioni morali o forse finanziarie, sentì il dovere di informare gli altri due membri del gruppo. Waters lo interpretò come un tradimento e decise di cambiare manager.
Fu quindi organizzata una cena tra i membri della band, nel 1984, per parlare della situazione e decidere il da farsi, discutendo di tutto quello che non andava.
Racconta Nick Mason nella sua autobiografia: «Data la nostra generale bonarietà e il tacito consenso, Roger aveva creduto erroneamente che noi avremmo accettato che i Pink Floyd fossero praticamente finiti. Io e David invece pensavamo che, una volta che Roger avesse ultimato Pros and Cons, la vita sarebbe continuata. Dopotutto anche in passato c’erano state diverse interruzioni. Di certo, le nostre capacità comunicative continuavano pericolosamente a latitare. Uscimmo dal ristorante con visioni diametralmente opposte di quello che si era deciso».

Nel dicembre del 1985, quindi, Waters lascia ufficialmente i Pink Floyd e quando, l’11 novembre 1986, viene emesso un comunicato stampa dove si annuncia che Gilmour e Mason intendono usare il nome Pink Floyd anche senza Waters e hanno iniziato la registrazone di un nuovo album, il bassista va su tutte le furie, ed il 6 aprile 1987 tramite i suoi avvocati dirama una nota in cui afferma di essere la forza creativa dei Pink Floyd e che avrebbe contestato l’utilizzo del nome da parte di chiunque altro, dando inizio quindi alla disputa legale per l’uso del nome.
È ancora il batterista che ci parla di quel periodo: «La battaglia con Roger continuò con immutata intensità durante tutto il periodo delle registrazioni, non facendoci mai mancare brividi da montagne russe. Alle interminabili telefonate con gli avvocati fecero seguito lunghissime riunioni. Nella speranza di trovare qualche prova determinante, si discusse per ore sugli aspetti più insignificanti della nostra storia, vale a dire sui cavilli legali di ciò che pensavamo di aver potuto concordare verbalmente diciotto anni prima».

Se su un fronte di battaglia gli avvocati sono schierati per cercare di ottenere la vittoria, sull’altro fronte ci furono anche alcuni tentativi di riconciliazione: durante una cena con Mason, infatti, Waters disse che avrebbe accettato un accordo in cambio della rescissione del contratto col manager Steve O’Rourke, dal quale si sentiva tradito, ma Gilmour e Mason rifiutarono in quanto si sentivano legati al loro manager di sempre, col quale erano talmente in fiducia da non aver stipulato un contratto scritto, ma solamente verbale.
Nonostante tutto il batterista afferma di capire la condizione di Roger: «Da un lato sentiva di essere i Pink Floyd, e per dieci anni o forse più aveva avuto sulle sue spalle il peso della band come compositore e direttore. Ma finchè la band fosse esistita come entità di qualunque genere, avrebbe rappresentato un ostacolo alla sua carriera come solista, dal momento che la casa discografica avrebbe sempre atteso un disco dei Pink Floyd. Qualunque suo lavoro da solista sarebbe sembrato un riempitivo temporaneo e difficilmente avrebbe ricevuto lo stesso supporto promozionale di un album della band».
Insomma, quello di cui Waters aveva bisogno era che la band venisse formalmente sciolta per avere campo libero per la sua carriera solista, ed il suo pensiero era che dato che lui era stato il fulcro del gruppo per così tanto tempo ciò sarebbe avvenuto nel momento del suo addio, visto che Richard Wright già non faceva più parte della band, Nick Mason si era limitato a suonare la batteria, mentre negli ultimi tempi perfino David Gilmour sembrava un chitarrista ospite e un produttore, piuttosto che un membro effettivo del gruppo.
Convinto di essere in una posizione dominante rispetto agli altri componenti della band, Waters commise l’errore tattico di adire le vie legali, ottenendo l’effetto esattamente opposto a quello desiderato. Fu infatti proprio lui a dare lo sprone maggiore a Gilmour ad andare avanti, avendogli detto «non lo farai mai», dopo aver sentito parlare dei progetti per un nuovo album a nome Pink Floyd, e annunciando al mondo intero che la band «era finita», fornendo invece a Gilmour e Mason ulteriore motivazione per la realizzazione del disco.
Inoltre il colpo di scena ci fu quando Waters realizzò che un contratto firmato dalla band nel 1982 con la EMI e la CBS conteneva una clausola con una serie di diversi compensi basati su diverse combinazioni di formazione e, tra le varie combinazioni, c’era ovviamente quella senza di lui. Fu quindi chiaro a Roger e ai suoi avvocati il fatto che il loro assistito avesse sottoscritto un contratto che lo prevedeva fuori dalla band prima ancora che avesse deciso di abbandonarla davvero e che rendeva di fatto incostistente, dal punto di vista legale, la sua idea che la il gruppo dovesse smettere di esistere dopo il suo abbandono.
L’attenzione quindi si spostò non su chi avesse diritto ad utilizzare il nome, ma su chi detenesse i diritti di ciò che non era musica, prime fra tutte le varie trovate sceniche come lo schermo circolare, i gonfiabili, ecc.
E’ proprio Roger che, in un’intervista ad una radio australiana del 1988, racconta i dettagli di questo colpo di scena: «Non ho lasciato il gruppo. Ho telefonato agli altri invitandoli a pranzo. Ho detto: ‘Guardate, è tutto finito, OK’. Poi il manager dei miei ex colleghi mi ha telefonato e mi ha detto: ‘Ti rendi conto che se non adempi al tuo contratto con la CBS o con non so chi altro, loro potrebbero rivalersi su di te per i danni subiti, e bla bla bla…?’. Gli risposi: “Non ti credo’. E lui: ‘Informati dai tuoi avvocati’. Controllai e… yeep! Così pensai: ‘Dio mio’ e dopo un po’: ‘Dai su, è finita. Non siamo più una band. Non possiamo metterci qui a sospirare. Accettatelo!’ Risposero di no, così ho scoperto che l’unico caso in cui la legge mi dà ragione è qualora chieda a loro il 20-25% degli introiti, se decidono di continuare a chiamarsi ancora Pink Floyd. Ma, visto che non sono molto interessato ad avere la mia parte della torta, non è che ci sia molto da fare…»

Sulla disputa legale c’è anche un capitolo riguardante Richard Wright e il perchè non risulta come membro della band per A Momentary Lapse of Reason: oltre ad essersi unito decisamente tardi al lvoro per l’album, l’accordo che aveva firmato nel 1981 e col quale aveva lasciato la band prevedeva una clausola che gli impediva di ritornare nel gruppo, e quindi dovette aspettare la fine della battaglia legale per unirsi nuovamente ai suoi due ex compagni.

Anche per il successivo tour del 1987 ci furono diversi problemi, perchè c’era il rischio che Waters potesse riuscire ad ottenere un’ingiunzione che impedisse ai promoter di vendere i biglietti per i concerti e questo, insieme all’interrogativo su come il pubblico avrebbe accolto il nuovo disco e la nuova formazione, rese difficile anche il coinvolgimento degli sponsor. Mason e Gilmour dovettero quindi anticipare di tasca loro tutti i soldi per l’allestimento del tour (il batterista impegnò addirittura la sua Ferrari GTO del ’62).

L’accordo tra Waters, Gilmour e Mason fu firmato la vigilia di Natale del 1987 ed è ancora una volta dettagliatamente raccontato in Inside Out, l’autobiografia della band a cura di Nick Mason: «Durante una pausa del tour, David e Roger fissarono un summit nell’Astoria (la casa galleggiante di Gilmour, ndr) assieme a Jerome Walton, il contabile di David. Pasticci di carne, bicchierini di liquore e cappellini per le feste furono messi temporaneamente da parte, mentre Jerome batteva diligentemente i termini essenziali dell’accordo. Fondamentalmente, anche se i dettagli erano più complessi, l’accordo scioglieva Roger dal suo contratto con Steve, e permetteva a me e a David di continuare a lavorare con il nome di Pink Floyd. Il documento fu poi consegnato ai nostri rispettivi e costosi avvocati per essere tradotto in giuridichese. Stranamente, nessuno di loro ci riuscì; alla fine il tribunale accettà la versione di Jerome come documento definitivo e vincolante, autenticandolo debitamente».

Dopo mesi di contenzioso si pone quindi fine alla disputa, ed i termini dell’accordo sono sempre rimasti riservati.
L’unica cosa trapelata è che dal quel 24 dicembre 1987 in poi Roger Waters avrebbe ricevuto dei diritti d’autore ogni volta che un’immagine creata durante il suo periodo di permanenza della band veniva usata, comprese le riproduzioni del battito di The Dark Side of The Moon, i video proiettati sullo schermo circolare e i maiali volanti, e tutto quello che riguarda l’aspetto teatrale di The Wall.
Per darvi un’idea di quanto i termini dell’accordo fossero tutt’altro che insignificanti economicamente basti pensare che, dopo il tour The Division Bell del 1994 e la pubblicazione dell’album e della VHS live Pulse nel 1995, Waters, che pure era inattivo da tre anni, fece di nuovo capolino nelle classifiche annuali dei musicisti inglesi più ricchi.

Che dire, quindi, se non “Money, it’s a gas!”

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Nato a Roma nel 1984, ma vivo a Venezia per lavoro. Musicista e cantante per passione e per diletto, completamente autodidatta, mi rilasso suonando la chitarra e la batteria. Nel tempo libero ascolto tanta musica e cerco di vedere quanti più concerti possibili, perchè sono convinto che la musica dal vivo abbia tutto un altro sapore. Mi piace viaggiare, e per dirla con le parole di Nietzsche (che dice? boh!): “Senza musica la vita sarebbe un errore”.