A Momentary Lapse 1987-89, il tour infinito dei Pink Floyd

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Iniziamo dalla fine: luglio 1989, Marsiglia. Si chiude il tour di maggior successo della storia dei Pink Floyd: 197 date in quasi due anni, più di cinque milioni di spettatori in USA, Europa, Asia e Oceania, concerti in luoghi incredibili, come la Reggia di Versailles, il Canal Grande di Venezia con il palco galleggiante e Mosca prima della caduta del muro.
Ma riprendiamo dall’inizio: agosto 1987. Mancano poche settimane alla prima data, la band è a Toronto, in un hangar del Pearson International Airport, cercando di familiarizzare con nuovo mega palco progettato Mark Brickman e Robbie Williams (gli storici collaboratori Mark Fisher e Jonathan Park scelsero Waters e il Radio Kaos Tour) per un tour talmente costoso e dall’esito così incerto che Gilmour e Mason hanno dovuto anticiparne le spese, nel caso di Mason impegnando la più preziosa delle sue auto, una Ferrari 250 GTO del 1962.

C’è anche Bob Ezrin, chiamato all’ultimo momento per risolvere il problema, non da poco per uno show dal vivo, della musica che stenta a decollare, con una band di giovani professionisti che vanno amalgamati a due Floyd decisalemente fuori allenamento e uno, Gilmour, che deve dividersi tra le prove e le riunioni con gli avvocati per gestire la separazione con Waters, dato che sta intimando azioni legali contro tutti i promoters interassati al tour dei nuovi Pink Floyd.
Così come A Momentary Lapse of Reason è un disco senza nessun concept specifico, il relativo tour viene votato alla spettacolarità fine a se stessa. Giocando sul sicuro si decide di optare per un ideale proseguimento degli spettacoli della fine degli anni settanta, di cui si riprendono, seppur amplificati, struttura e aspetto, senza neanche tentare di proseguire il percorso avanguardista, simbolico e del tutto Watersiano interrotto nel 1981 con l’ultima data del tour The Wall.
Il palco ricorda molto quello dell’In The Flesh Tour 1977, aggiornato con nuove tecnologie come lasers, luci mobili, i tre droidi Floyd e vecchie idee rivisitate come l’immancabile maiale (adesso con occhi luminosi e due grossi attributi) per One of These Days, un letto che si schiantava sul palco su On The Run come l’aereo aveva fatto dal 1973, un Icaro per Learning to Fly ( poi abbandonato).  Nessuna canzone pre-1971 fu presa in considerazione perchè Gilmour non si sentiva più a suo agio con i testi, nessuna canzone di The Final Cut per ovvi motivi, mentre Sheep (da Animals) quasi entrò in scaletta, ma fu abbandonata per il fatto che la parte vocale era troppo tipicamente Watersiana per essere eseguita da Gilmour.

Il tour partì da Ottawa, in Canada, il 9 Settembre 1987, in contemporanea con l’uscita del disco; nonostante Il fatto che il bootleg della data riveli una band ancora da rodare, con imperfezioni e scarsa coesione, il risultato finale fu tutto sommato superiore alla media, con il pubblico entusiasta che rispose positivamente ai nuovi pezzi ma soprattutto ai classici e alla voce e chitarra di Gilmour che sembrava finalmente libero di spaziare la dove il Tour di The Wall non gli aveva permesso ci andare.
Echoes fu la prima scelta come pezzo di apertura, ma suona rigida e priva del fascino naïf Pompeiano, soprattutto per l’incapacità dei nuovi, giovani e perfetti musicisti, di lasciarsi andare in un groove hippie, come lo ha definto Mason o di “disintegrarsi” come disse Gilmour. Il chitarrista ha ricordato in seguito come, nella parte centrale del pezzo dove la canzone si perde tra effetti vari per poi rientrare, Pratt, Carin e Wallis chiedessero quante battute d’improvvisazione ci fossero, mentre David li invitava a lasciarsi andare e sentire il momento giusto per ripartire.
Dopo poche date Shine On You Crazy Diamond prese il posto di Echoes come brano di apertura, e Mason e Wright cominciarono ad integrarsi meglio con la band e a riprendere confidenza con le proprie capacità. Gilmour, nel frattempo, iniziò a scoprirsi frontman ma soprattutto un eroe della chitarra con l’obbigatorio look alla Eric Clapton dell’epoca. Parafrasando il singolo di lancio del loro ultimo album, i nuovi Pink Floyd avevano finalmente «imparato a volare».

Quando il tour arrivò in Europa, ed in Italia, nel 1988, era veramente uno “show delle meraviglie” ( definizione dei promoters italiani). Infatti niente, all’epoca, era paragonabile per scenografie, canzoni e qualità del suono, ed il pubblico italiano, che non li vedeva dal vivo dal 1971, scoprì e riscoprì un amore per la band che esiste tuttora, proprio grazie ad un tour ed un album che, guardando indietro di pochi anni, avrebbero potuto non esistere mai.
David Gilmour: «Dato che Roger possiede gran parte dei diritti sulle canzoni, è impossibile proporre un set dei Pink Floyd senza che compaia il suo nome. Ci stiamo comunque concentrando su un angolo visuale diverso da quello di Roger. Lui ama le parole, io la musica. I nostri momenti migliori sono stati quelli in cui siamo riusciti a equilibrare le due dimensioni, anche se spesso
abbiamo dato troppa importanza alle parole come veicolo di contenuti. Siccome non condivido la percezione che Roger ha delle cose, è evidente che i nostri testi saranno diversi» (intervista a John Pareles del New York Times, 7 ottobre 1987).

Articolo di Enrico Soldatini.
Toscano di Prato ma emigrato all’estero dall’anno del Live 8, nato tra The Dark Side of The Moon e Wish You Were Here, scrive di Floyd on line sotto mille etichette, principalmente Floyd Channel, dai tempi di The Division Bell.

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