Pink Floyd, una drammatica Woodstock a Venezia

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Il concerto dei Pink Floyd a Venezia, il 15 luglio 1989, fu per molti l’ultima vera Woodstock del XX secolo. Ognuno lo ricorda a modo suo, chi una catastrofe chi un evento straordinario. Sicuramernte fu unico e irripetibile. E uno splendido esempio di come la politica e la burocrazia possano andare totalmente in tilt per ignoranza, scarsa competenza, sottovalutazione e palleggiamenti di responsabilità. Sull’evento sono stati scritti fiumi di parole sui giornali e diversi libri e tesi di laurea. Sono state fatte mostre fotografiche, citazioni nelle autobiografie dei protagonisti, e ognuno ha portato elementi diversi e talvolta contrastanti nella ricostruzione dei fatti. E allora rileggiamo i fatti.
I Pink Floyd in causa con Roger Waters dopo la decisione di quest’ultimo di sciogliere unilateralmente il gruppo e la scelta di Mason e Gilmour (con il manager Steve O’Rourke) di mantenere invece in vita il marchio e continuare l’attività, tornarono ai concerti dopo aver realizzato un controverso album A Momentary Lapse of Reason e senza alcuna garanzia di successo. Il conforto del pubblico sin dalle prime date canadesi e americane di fine 1987 portò la band – comprendente il tastierista storico Richard Wright (licenziato da Waters) e gran parte dello staff storico e dei collaboratori dei Pink Floyd – a intraprendere l’anno dopo un lungo tour in Australia, Europa, con cinque tappe anche in Italia, e altre parti del mondo.

Nel 1989, per il ritorno della band in Italia, Fran Tomasi vinse la concorrenza di David Zard e si aggiudicò l’organizzazione dei concerti nella penisola previsti all’Arena di Verona, al parco di Monza, a Livorno e a Cava dei Tirreni. Tomasi, che abitava da qualche tempo a Venezia, puntò al bersaglio grosso proponendo al Comune lagunare e ai Pink Floyd un grande concerto gratuito del gruppo sull’acqua, davanti a piazza San Marco.
Il 16 maggio, andando al primo concerto italiano del tour, all’Arena di Verona straesaurita per tre tappe, trovai il booklet col programma del tour che recitava come ultima tappa prevista: “Venice, the Lagoon”. Dissi a Fran e al giovane Marco Balich, allora suo assistente: «Voi siete matti, non ve lo faranno mai fare e se lo faranno vi lasceranno nei guai all’ultimo momento». Ma Balich e Tomasi erano ottimisti ed entusiasti. Avevano anche scelto la data: il terzo sabato di luglio, tradizionalmente quello della Festa del Redentore.

Per un veneziano il “Redentore” è una festa tradizionale sacra, la vera festa patronale della Serenissima, dato che il 25 aprile, giorno di San Marco, si condivide con la festa nazionale della Liberazione. Quel giorno del 1577 i veneziani liberati dalla peste, una delle tante, si recarono in pellegrinaggio alla basilica del Redentore, all’isola della Giudecca, camminando su un ponte di barche. L’evento, che si replica da secoli, ha un suo prologo il sabato sera. Il bacino di San Marco si riempie di barche illuminate a festa, la gente esce nei campi e nelle fondamenta con sedie, tavoli, cibo, e si mangia, canta, balla e festeggia fin quasi all’alba, alcuni oltre. E’ stata per decenni una vera grande festa cittadina sull’acqua che tradizionalmente culmina con una spettacolare sequenza di fuochi d’artificio che illuminano San Marco e la parte storica più bella della città antica.
Inserire in tutto questo un concerto – in più gratuito – dei Pink Floyd fu sicuramente una forzatura. Eppure il progetto andò avanti mentre in città ancora nessuno si era reso conto di cosa avrebbe comportato. Al gruppo, che amava di suonare nei posti più belli del mondo, da Versailles a Berlino, magari un giorno davanti alle piramidi di Gizah, l’idea era piaciuta subito. Tanto da accettare che l’evento fosse ripreso dalla tv e mandato in onda in diretta. La Rai, con il beneplacito della sua concessionaria di vendita di prodotti televisivi all’estero, la Sacis, guidata da Gianpaolo Cresci, garantì una sufficiente copertura finanziaria in cambio dell’esclusiva. Cominciò quindi il martellamento pubblicitario per portare a Venezia e davanti ai teleschermi più gente possibile.

I problemi da risolvere erano prima di tutto tecnici e logistici. I Pink Floyd giravano come loro solito con un palco immenso, un cubo nero con il tradizionale schermo rotondo, un braccio meccanico per muovere il maiale gigante di Animals, droni elettronici per gli effetti luminosi sospesi o che apparivano e scomparivano controllati elettronicamente (si era all’alba dell’era digitale), e l’amplificazione in parte sospesa (come avevano iniziato a fare per The Wall), in parte nascosta sotto il palco con i musicisti che camminavano letteralmente su una pedana a griglie sotto la quale erano collocati fuori vista i monitor e i droni da terra, oltre a tutte le varie apparecchiature elettroniche necessarie allo show. Tutto questo andava ricreato e collocato sull’acqua. Fu quindi necessario reperire due giganteschi pontoni galleggianti e iniziare a studiare e costruire il palco in un’area del porto prevedendo poi di spostarlo via acqua in posizione in un secondo tempo.

A Venezia si scatenò presto l’inferno. Come sempre lo scontro si radicalizzò su due posizioni, quella totalmente positiva e quella catastrofica e totalmente negativa. Senza margini di trattativa. La giunta rossoverde era guidata all’epoca da un avvocato repubblicano, Casellati, ottima persona ma totalmente ignaro di chi o cosa fossero i Pink Floyd e quale seguito avessero nel mondo. A sostenere l’evento e farlo approvare in giunta fu Nereo Laroni, assessore socialista, ex sindaco, in quel periodo candidato al Parlamento Europeo. A contrastare l’evento fu un altro avvocato, Augusto Salvadori già assessore noto per le sue campagne sul decoro di Venezia e contro i “saccopelisti”.
Dalla sovrintendenza ai monumenti, che avrebbe potuto mettere il veto, non arrivò alcuna ordinanza contraria, pare per l’assenza prolungata della sovrintendente dalla sede.
Lo scontro fra pro e contro fu cruento, comparvero scritte sui muri contro i principali fautori del no, e i favorevoli accusarono gli avversari di essersele scritte da soli per suscitare l’opinione pubblica. Fu sostanzialmente un momento di puro delirio che culminò nel giorno del concerto.
La giunta comunale, divisa tra pro e contro, non aveva mezzi credibili per revocare l’evento e si appellò alla sovrintendenza che rimandò la palla indietro dopo aver fissato dei limiti: 60 decibel massimi di volume all’altezza dei monumenti (Palazzo Ducale) e nessuna installazione di gabinetti pubblici volanti per questioni estetiche. Chi aveva bisogno poteva utilizzare quelli dei numerosi esercizi pubblici.
Nel contratto firmato fra Tomasi e il Comune, a quest’ultimo restava la responsabilità dell’ordine pubblico, delle transenne di sicurezza e della pulizia.

Nel pomeriggio del giorno fatidico, con Venezia piena di fan arrivati da ogni parte d’Europa e altri in arrivo con treni speciali, la città invasa da colonne di persone che si dirigevano verso San Marco già intasata, altri in barca, migliaia già dalla notte in posizione sulla riva, sopra i tetti degli imbarcaderi o scalando le impalcature dei palazzi in restauro (la forza pubblica aveva mandato rinforzi che sarebbero però stati incredibilmente disponibili solo nel pomeriggio), l’ultimo palleggiamento di responsabilità fra Comune e Tomasi (negli ultimi giorni finito in ospedale per un malore) aveva obbligato quest’ultimo a far arrivare da Bologna centinaia di metri di transenne e collocarle a creare corridoi di sicurezza fra la folla, pena la cancellazione dell’evento. Un ultimo tentativo fu fatto con il prefetto perchè bloccasse tutto per “motivi di ordine pubblico”, ma quest’ultimo fortunatamente ritenne che i motivi di ordine pubblico ci sarebbero stati cancellando l’evento e non facendolo, con 150mila persone già sul posto e altre in arrivo. All’ultimo minuto, il vicensindaco, pur contrario al concerto si presentò all’ultimo imbarco apponendo la firma che legittimava l’evento da parte del Comune dopo mesi di tiraemolla.

Sul palco alla fine collocato in mezzo al bacino di San Marco, sventolava sul pennone più alto, una bandiera pirata. Gilmour e Mason raccontarono poi di aver subito anche tentativi di ricatto da parte di trasportatori e gondolieri, Gilmour di aver dovuto suonare con un orologio digitale davanti a sé calcolando i tempi televisivi che imponevano di accorciare assoli e scaletta. La loro presenza in città fu limitata all’essenziale, chiusi in un albergo del Lido, a parte Wright, non reinserito ancora stabilmente nel gruppo per motivi legali, data la controversia con Waters, che circolava ben accompagnato per i ristoranti del centro storico.

Quando si spensero le luci della città e si accesero quelle sul palco e le telecamere, il colpo d’occhio fu incredibile: sotto al palco centinaia di gondole, più dietro centinaia di imbarcazioni di ogni tipo, da quelle tradizionali veneziane illuminate a festa a canotti e kajak. Sulla riva una marea di persone a perdita d’occhio fino alla fine della piazzetta di San Marco e oltre, in tutta la piazza dove avrebbe dovuto esserci (ma non c’era) un megaschermo. Finalmente le polemiche si placarono e anche le voci della folla, tentando di ascoltare i suoni che arrivavano da lontano attutiti dall’acqua e dai limiti imposti.
In tv il grande spettacolo non ebbe l’effetto voluto. La gente si era aggrappata a ogni impalcatura, lampione, tubo esistente, e così erano saltate le luci a terra che avrebbero dovuto far risaltare i palazzi veneziani. La galleggiante con gli ospiti VIP che, con tutte le sue luminarie, i tavoli imbanditi e i personaggi della tv, aveva tentato di prendere posto davanti al palco ostruendo la vista a quanti erano lì dall’alba fu fatta decedere dall’intento a lanci di rifiuti, frutta, e perfino interi meloni. Si ancorò dietro al palco, in sicurezza.
I Pink Floyd avevano dovuto alla fine rinunciare alla quadrifonia, al maiale gigante e a parte del repertorio, in un concerto unico ma ridotto a un’ora e mezza rispetto a quelli del resto del tour.
Aperto dalla prima parte di Shine On You Crazy Diamond, lo show fu un greatest hits calibrato su Gilmour e Wright mescolato a brani dell’ultimo album per un totale di 14 pezzi (Learning to fly, Yet Another Movie, Round and Round, Sorrow, The Dogs Of War, On The Turning Away, Time, The Great Gig In The Sky, Wish You Were Here, Money, Another Brick In The Wall, Confortably Numb, Run Like Hell) sette in meno di quelli previsti.
Alla fine i fuochi d’artificio restituirono a Venezia la sua festa, l’immensa folla (molti treni speciali furono bloccati prima dell’arrivo e il ponte di collegamento con la terraferma chiuso) fu indirizzata pacificamente verso la stazione e il ponte e riusci ad abbandonare la città. Lasciò alle sue spalle cumuli di rifiuti che il giorno dopo nessuno raccolse e, mancando gabinetti pubblici perché “antiestetici” chi non aveva avuto l’accortezza di far pipì nei bottiglioni di bibite che si era portato e aveva svuotato nell’attesa sotto il sole (la piazza ne era piena), si liberò dove poteva, cioè ovunque.

La copertina del dvd sul concerto Pink Floyd a Venezia

Il giorno dopo, le polemiche travolsero l’intero mondo della musica dal vivo in Italia, oltre alla giunta veneziana che collassò. I rapporti tra istituzioni e organizzatori di concerti divennero tesi, si iniziò a interdire il luoghi storici e le piazze alla musica all’urlo “vadano negli stadi”, che però non erano concessi per motivi extrasportivi. Furono anni di diatribe, scontri, esasperazioni, invenzioni pseudoscientifiche (i danni dei decibel). Il principale quotidiano veneziano pubblicò a tutta pagina la foto di piazza San Marco invasa dai rifiuti titolando “Mai più così”. Fran Tomasi rispose un anno dopo tappezzando la città di manifesti del palco in acqua con le gondole, le barche, la folla e i monumenti splendidamente illuminati, e la scritta “Mai più così”.

Da quell’evento, che i veneziani considerano ancora come una delle peggiori catastrofi successe alla città dopo l’alluvione del ’66, anche se in realtà danni e problemi di ordine pubblico straordinari furono irrilevanti, considerata la quantità di gente e la disorganizzazione, ancora si parla e si discute, esempio negativo e straordinario insieme.
I Pitura Freska, la famosa band di reggae veneziano, trovarono quel giorno la loro fortuna. Il loro cantante Oliver Skardy, non riuscendo ad arrivare in piazza perché lasciato a terra dai suoi amici in barca, scrisse la sua canzone più famosa, Pin Floi, raccontando quasi da cronista il suo incrociarsi con il pubblico del concerto, fra incazzati, delusi ed entusiasti.

I Pink Floyd tre giorni dopo erano già a Marsiglia, per l’ultimo concerto – finalmente di nuovo completo – del loro tour. La scommessa era vinta. La band, pur senza Waters, era di nuovo saldamente in piedi e aveva un sacco di eccellente musica da suonare. Perchè se i Pink Floyd di Syd Barrett erano psichedelici e sperimentali, quelli di Waters tecnici, architettonici e concettuali, la terza fase, quella di Gilmour era in mano agli artigiani del suono e delle atmosfere, i creatori di magie per la… più complicata blues band della storia.

Giò Alajmo
(c) 26 agosto 2017

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Giò Alajmo ha la stessa età del rock’n’roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.