“The Division Bell”: l’ultimo capolavoro dei Pink Floyd

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Dopo 7 anni dall’ultimo disco di inediti (A momentary lapse of reason) e 6 dall’ultimo live (Delicate sound of thunder) i Pink Floyd tornano a dare alla luce un album, l’ultimo della loro carriera fino all’uscita di The endless river nel 2014.
Stiamo parlando di The division bell, pubblicato il 28 marzo del 1994.
Per questo nuovo lavoro, registrato sull’Astoria, la casa galleggiante di David Gilmour, la band ha deciso di tornare ad un approccio alla registrazione old-style: ore ed ore di jam session tra Gilmour, Nick Mason e Rick Wright a cui si univa ogni tanto Guy Pratt al basso. Probabilmente il suono così riconoscibile e tipicamente floydiano di questo disco è dovuto anche e soprattutto da questa scelta.
Il filo conduttore dell’album è la comunicazione o, per dirla con le parole di David Gilmour «la presenza e l’assenza di comunicazione tra la gente in generale e in relazioni specifiche».
Comunicazione e incomunicabilità. Un impulso decisivo sul tema e sulla scrittura dei testi dell’album fu dato da Polly Samson, scrittice e nuova compagna del chitarrista: fu lei a spingere David ad autoanalizzarsi e ad esternare tutte le sue frustrazioni e i suoi sentimenti. E quindi nell’album troviamo sfogati molti tipi di problemi di comunicazione, che siano verso una compagna, un ex membro della band (molti i riferimenti a Roger Waters e qualcuno a Syd Barrett), o semplicemente tra persone.

La genesi del titolo annota un fatto curioso: nel gennaio del 1994, la band era ancora indecisa sul nome da dare al nuovo lavoro, e la lista di titoli provvisori presa in considerazione aveva incluso nomi quali Pow wow e Down to rarth. Nel corso di una serata, durante una cena con Gilmour, di cui era amico, e Mason, lo scrittore Douglas Adams, si offrì di trovare un titolo al disco in cambio di un’offerta di 5.000 sterline da devolvere alla sua associazione benefica preferita, la Environmental Investigation Agency. Egli suggerì l’idea di intitolarlo The division bell (parole tratte dal testo di High hopes), e il gruppo accettò. Il titolo del disco è un riferimento alla “division bell” del parlamento inglese, che segna l’inizio di una votazione (detta division) e che richiama i membri dell’assemblea affinché vi prendano parte.

L’album si apre con Cluster one, prima traccia a firma Gilmour/Wright dal 1972 in poi, ovvero da Mudmen, contenuta in Obscured by clouds.
C’è una curiosità da annotare su questo brano, completamente strumentale: il rumore che apre il brano ha causato un po’ di confusione tra chi ascoltava l’album per la prima volta nel lontano 1994, in quanto non riusciva a capire se la sua copia del disco fosse difettosa o se effetivamente facesse parte dell’album, dato che durava per circa un minuto. In realtà quel ronzio è il rumore elettromagnetico del vento solare. Per la precisione è una registrazione di una frequenza molto bassa di un coro d’alba e spettri, eventi radio dovuti rispettivamente all’interferenza del vento solare con la magnetosfera della Terra, e alle emissioni radio dei fulmini che interferiscono con la ionosfera.

What do you want from me, primo saggio sulla difficoltà di comunicazione, è un brano in stile Chicago blues, scritto da Gilmour come sfogo dopo una litigata con Polly, che allora era la sua fidanzata, ma che ha al suo interno riferimenti che hanno preso un significato più ampio e che possono essere riferiti, ad esempio, anche a certi fan incontentabili: “Should I sing until I can’t sing anymore? Play these strings ‘til my fingers are raw? (Dovrei continuare a cantare fino a quando non avrò più voce? Suonare queste corde fino a quando avrò le dita scorticate?)”

Arriva anche il momento di fare i conti col passato, e in Poles apart si affrontano gli spettri di Syd Barrett e Roger Waters, con la prima strofa dedicata al diamante pazzo (“Did you know, it was all going to go so wrong for you / And did you see it was all going to be so right for me…” – Lo sapevi… che tutto ti sarebbe andato così male? / E avevi capito che a me sarebbe andata così bene?) e la seconda dedicata all’ex bassista, con parole molto dure e un sarcastico inizio di strofa chiamando Roger “Hey you” (“Hey you, did you ever realize what you’d become / And did you see that it wasn’t only me you were running from” – Ehi tu… Hai mai capito che cos’eri diventato? / E hai capito che non era solo da me che stavi scappando?) e facendo un parallelo tra la luce negli occhi di Syd e l’acciaio in quelli di Waters. Ma alla fine, dopo la sofferenza e l’incertezza, questo nuovo corso dei Pink Floyd per Gilmour è come una rinascita (“I thought of you and the years and all the sadness fell away from me” – “Ho pensato a te e tutti gli anni e la tristezza sono volati via”).

Maroneed, ovvero Abbandonato, ci dà l’esatta impressione del titolo, ovvero di essere dei naufraghi sperduti su un’isola deserta.
Piccola curiosità anche su questo brano: sullo sfondo si possono sentire gli “urli” degli effetti di chitarra originali di Echoes, qui ridoppiati da Gilmour per dar loro maggior spessore.
Il brano ha vinto anche un Grammy award nel 1995 come miglior brano rock strumentale.

In A great day for freedom si fa riferimento alla caduta del muro di Berlino, crollato meno di 5 anni prima. Il brano parla della grande speranza che si poteva percepire dopo lo storico evento del novembre 1989 e la successiva disillusione. Racconta Gilmour: “C’era un meraviglioso momento di ottimismo quando il muro è caduto – il rilascio dell’Est Europa dal lato non democratico del sistema socialista. Ma quello che hanno ora non sembra essere molto meglio. Sono pessimista a riguardo. Io desidero e vivo nella speranza, ma tendo a pensare che la storia si muove ad un ritmo molto più lento di quello che noi pensiamo. Sento che i cambiamenti veri richiedano un tempo decisamente più lungo.”
Molti fan e critici hanno trovato nelle parole del brano un altro attacco a Roger Waters a causa delle citazioni del muro, ma questa volta non si tratta di un riferimento all’album del 1979, ed è sempre Gilmour a smentirli: «Sono molto contento che la gente interpreti The division bell nella maniera che preferisce. Ma forse bisognerebbe fare attenzione perchè si potrebbe leggere troppo in là. ‘A great day for freedom’, per esempio, non ha nulla a che fare con Roger o il suo ‘muro’. Semplicemente non c’entra nulla. Che altro posso dire?».

Wearing the inside out vede il ritorno di Richard Wright alla voce principale per la prima (e ultima) volta dai tempi di Time,
Ci sono alcune curiosità da annotare su questo brano: è l’unica canzone dell’album in cui non è accreditato Gilmour e la prima e unica canzone da dopo The dark side of the moon a non portare la firma nè di Waters nè di Gilmour. Inoltre, sebbene questa canzone non sia mai stata suonata dal vivo dai Pink Floyd, pare che Wright impose il suo inserimento in scaletta come condizione essenziale per partecipare all’On an island tour di David Gilmour nel 2006.

Il brano più radiofonico, nonchè (non a caso) primo singolo dell’album è Take it back, ed è una canzone che all’apparenza può essere ancora una volta legata alla difficoltà della comunicazione dei rapporti di coppia, al voler spingere l’altro verso il limite della sopportazione per vedere se e quanto resisterà, arrivando fino ad una rottura che però potrebbe essere ricucità qualora lei decidesse di “riprenderselo”. In realtà, come fu dichiarato durante la presentazione del videoclip del brano, è un brano metaforico a tema ecologico, e parla del nostro rapporto con la Natura visto sotto forma di una storia d’amore.

Se nella prima parte dell’album troviamo ottime canzoni, in perfetto Floyd-style, sono gli ultimi brani a portare l’intero disco nell’Olimpo della discografia floydiana con una filotto di capolavori.
Il primo è sicuramente Coming back to life, unico brano ad essere accreditato per testo e musica al solo Gilmour, e dedicato alla moglie Polly.
Tanto semplice quanto straziante ed emozionante, nella musica e nelle parole: un semplice tappeto di tastiere che si apre in un assolo che va dritto nell’anima, e un testo che colpisce al cuore (“Where were you when I was burned and broken? / While the days slipped by from my window watching / And where were you when I was hurt and helpless? – Dov’eri tu quando ero bruciato e a pezzi? / Mentre i giorni scivolavano via guardando fuori dalla finestra / E dov’eri tu quando ero colpito e indifeso?”).
Ma in questo caso l’incomunicabilità, l’inedia dell’attesa in cerca di una soluzione si apre in una rinascita, in un nuovo futuro (“I took a heavenly ride through our silence / I knew the moment had arrived / For killing the past and coming back to life – Ho fatto una cavalcata celeste attraverso i nostri silenzi / Sapevo che il momento era arrivato / Per uccidere il passato e tornare a vivere”).
Il tutto puntellato da tre assoli strepitosi di un Gilmour ai massimi livelli. Ed è evidente che oltre a tenere molto a questo brano lo consideri uno tra i suoi più riusciti, visto che ha fatto sempre parte di ogni tour, dei Floyd e solista, da Pulse fino a Rattle that lock.

Il problema dell’incomunicabilità non riguarda semplicemente le coppie, i membri delle band o gli amici, ma l’intera umanità, e Keep talking ne è un’eccellente dimostrazione: all’inizio del brano c’è un campionamento della voce di Stephen Hawking tratta da uno spot tv della British Telecom (guardacaso, le telecomunicazioni). Gilmour decise di usare quel parlato dopo aver pianto guardando la pubblicità, che ha descritto come “la pubblicità televisiva più potente che abbia mai visto nella sua vita”.
Il senso della canzone è così ampio e universale ma paradossalmente così semplice, ed è tutto nelle parole dello scienziato: (“For millions of years mankind lived just like the animals / Then something happened which unleashed the power of our imagination / We learned to talk… / All we need to do is make sure we keep talking – Per milioni di anni gli uomini vissero come animali / Poi qualcosa accadde che scatenò il potere della nostra immaginazione / Imparammo a parlare… / Tutto quello che dobbiamo fare è assicurarsi di continuare a parlare”).
Da notare in particolare l’uso del talk box, un effetto per chitarra, che Gilmour non utilizzava dall’incisione di Animals, e successivo tour.
Qui sotto lo spot, e lasciamo a voi decidere se David avesse ragione sulla forza emozionale di questa pubblicità. Secondo noi sì.

Lost for words è, stavolta sì, una canzone completamente dedicata a Roger Waters e racconta i sentimenti di David nei panni di subalterno dell’ex bassista, quando quest’ultimo aveva preso in mano le redini del gruppo e imposto alla band le idee per gli ultimi album, e il successivo scontro legale dopo l’uscita di Waters dal gruppo, che ha gettato i due in uno stato di odio reciproco, fino a renderli nemici in tribunale (“I was spending my time in the doldrums / I was caught in a cauldron of hate / I felt persecuted and paralyzed / I thought that everything else would just wait. – Stavo trascorrendo il mio tempo in depressione / Ero catturato in un calderone d’odio / Mi sentivo perseguitato e paralizzato / Pensavo che tutto il resto potesse aspettare”).
Ancora una volta problemi di comunicazione, stavolta tra ex membri della stessa band, raccontati anche stavolta, come in Poles apart, con una punta di sarcasmo, definendo Roger “the right one”, “il giusto”. (“To martyr yourself to caution / Is not going to help at all / Because there’ll be no safety in numbers / When the right one walks out of the door – Martirizzarti alla cautela / Non servirà a nulla / Perchè non ci sarà salvezza nei numeri / Quando il Giusto esce dalla porta”).
Ma anche qui, come in Coming back to life, ci sono la presa di posizione e il riscatto, arrivati dopo una richiesta, rifiutata, di seppellire l’ascia di guerra (“So I open my door to my enemies / And I ask ‘could we wipe the slate clean?’ / But they tell me to please go fuck myself / You know you just can’t win – Così apro la porta ai miei nemici / e gli chiedo ‘potremmo cancellare la lavagna?’ / Ma mi dicono per favore di andare a farmi fottere / Sai che non puoi proprio vincere.”).

High hopes è il brano che chiude l’album e che, per 20 anni, ha chiuso anche la storia discografica dei Pink Floyd.
Simbolicamente la canzone parte da ricordi d’infanzia di Gilmour per arrivare a quello che all’epoca voleva essere un lascito universale della band e probabilmente proprio in un senso di summa generale, si possono trovare molte citazioni del passato floydiano: l’intro con le campane che ricorda molto quello di Fat old Sun, il cinguettio degli uccelli e il ronzio delle mosche, molto simili a Grandchester meadows, fino alla marcetta della parte orchestrale centrale, che riporta a Bring the boys back home.
Il tema di fondo della canzone si può accostare a quello di A great day for freedom, ovvero i sogni e le ambizioni di gioventù tradite da una vita che non è andata nel modo in cui doveva andare, bruciando le speranze di una generazione intera.
Ma in una vita (e in una carriera) che volge al termine, il compito di portare avanti il lavoro e cambiare il mondo spetta a qualcun altro, alle nuove generazioni.
Questo messaggio può avere sia una valenza a livello umano che musicale, come a dire “noi finiamo qui il nostro percorso, abbiamo rivoluzionato per sempre la storia della musica, ora tocca a qualcun altro darsi da fare”.
E non è un caso che questa sorta di testamento universale sia proprio scritto nelle ultime frasi dell’ultima canzone di quello che per vent’anni è stato l’ultimo album della band (“The dawn mist glowing / The water flowing / The endless river / Forever and ever – L’alba si vaporizza incandescente / L’acqua scorre / Nel fiume senza fine / Sempre e per sempre”).
E sarà proprio quell’endless river, quel fiume senza fine, che rappresenta l’eredità musicale infinità lasciata dai Floyd, a dare il titolo all’ultimo album della band, del 2014.
Ma questa è un’altra storia.

Ultima (è proprio il caso di dirlo) curiosità sull’album: alla fine di High hopes, dopo circa 15 secondi di silenzio, è possibile udire una conversazione telefonica di poche parole, tra Charlie, figlio di Polly Samson, e Steve O’Rourke, storico manager della band.
La motivazione di tutto questo è molto semplice: O’Rourke ha sempre voluto essere su un disco dei Pink Floyd e ha supplicato la band fino a farsi concedere questo “regalo”.

Per la storia della parte grafica e della copertina vi rimandiamo alla sezione dedicata a The division bell nel nostro articolo sulla storia delle copertine dei Pink Floyd.

Per quello che riguarda l’accoglienza alla pubblicazione, anche in questo caso all’uscita dell’album buona parte della critica musicale è corsa ad affossare il disco.
Tom Sinclair di Entertainment weekly, nel dare una D come giudizio, affermava «la cupidigia è l’unica spiegazione plausibile per la pubblicazione di un album così vacuo ed inutile, notevole solo per la sua pomposità progressive-rock e le sonorità new age da voltastomaco», mentre Tom Graves su Rolling Stone scriveva degli assoli di Gilmour «un tempo di cruciale importanza nell’economia della band, articolati, melodici e ben definiti, ora si fossero ridotti a pallida imitazione del passato diventando del tutto trascurabili».
Anche Roger Waters ha avuto modo di dire la sua: «Just rubbish … nonsense from beginning to end» («Solo spazzatura … senza senso dall’inizio alla fine»).
Con gli anni, però, molti hanno dovuto rivedere le loro idee, e scrivendo dell’edizione del ventennale nel 2014 Graeme Thomson di Uncut dichiara: «The Division Bell potrebbe essere l’album più sottovalutato dell’intera discografia dei Pink Floyd. Il terzetto di canzoni iniziale è un impressionante ritorno molto vicino all’eterna essenza dei Pink Floyd, e gran parte del resto dei brani possiede una forza e una qualità riflessiva che mostra un genuino senso di unitarietà».

Chi scrive considera questo album un capolavoro, degno di stare tra i migliori 5 della band.
C’è un notevole passo avanti rispetto al precedente lavoro, che suonava eccessivamente eighties e che non aveva molta forza nei testi.
Grazie al fondamentale apporto di Polly Samson per le liriche e ad un rinnovato feeling musicale tra Gilmour e Wright questo disco suona molto più floydiano di tanti altri album storici dei Floyd, ed era esattamente questo lo scopo che si erano prefissi.
Brani come High hopes, Coming back to life, Keep talking non sfigurerebbero in nessun album dell’era dorata della band, e rendono The division bell eterno e senza tempo.
Un voto? Otto, senza dubbio. Qui sotto copertina e tracklist dell’album.

  1. Cluster one (6:00)
  2. What do you want from me (4:21)
  3. Poles apart (7:04)
  4. Maroneed (5:30)
  5. A great day for freedom (4:17)
  6. Wearing the inside out (6:47)
  7. Take it back (6:12)
  8. Coming back to life (6:20)
  9. Keep talking (6:10)
  10. Lost for words (5:14)
  11. High hopes (8:30)
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Nato a Roma nel 1984, ma vivo a Venezia per lavoro. Musicista e cantante per passione e per diletto, completamente autodidatta, mi rilasso suonando la chitarra e la batteria. Nel tempo libero ascolto tanta musica e cerco di vedere quanti più concerti possibili, perchè sono convinto che la musica dal vivo abbia tutto un altro sapore. Mi piace viaggiare, e per dirla con le parole di Nietzsche (che dice? boh!): “Senza musica la vita sarebbe un errore”.

  • Lodovisio Gustavo Armstrong

    io a division bell do 10 e lode…chi perde il metro del giudizio solo perché è orfano di waters non dovrebbe giudicare, l’assenza di waters( a differenza del precedente album) qui non si sente affatto, ne nelle musiche e nemmeno nei testi…anzi pur essendo l’album triste e riflessivo Gilmour lascia a spazio a della positività che con il waters di quegli anni sarebbe stata un miraggio…forse gli assoli in se non hanno tutti il valore di quelli storici ma nel complesso non sono male e rendono l’intero album molto omogeneo, grande anche il contributo di Rick Wright tornato a pieno titolo ed in grande forma!! per me capolavoro assoluto!!!

  • Angelo Lele Giarletti

    Ogni disco dei Pink Floyd è un capolavoro