A proposito di Niccolò Fabi: spararla grossa uccide la credibilità del web

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Niccolò Fabi addio alla musica
© Foto: Riccardo Medana

Surfando sul web in questi giorni, pare proprio che Niccolò Fabi abbia deciso di ritirarsi definitivamente dalle scene. Peccato che la realtà sia distante anni luce. Niccolò ha detto soltanto che si è conclusa una fase artistica della sua ventennale carriera. Da qui a fare titoloni sul suo presunto “addio alla musica” ce ne passa. Ed è piuttosto squallido che il sito più antico e più letto per dare “peso” alla sua tesi (poi ripresa da decine di altri siti) faccia un incipit sulla morte della figlia di Fabi, un dramma privatissimo, che comunque risale a 7 anni fa. Questo non è giornalismo, a casa mia si chiama sciacallaggio. E il tutto per cosa? Per un po’ di click in più? Ma per favore…
Intendiamoci, nessuno è perfetto. Pure a noi è capitato di prendere un granchio. Recentemente, per esempio, pensavamo che la notizia della lunga serie di concerti di Bruce Springsteen al Walter Kerr Theatre di New York fosse una bufala. Ma appena è arrivata la conferma abbiamo dato la notizia con il rilievo che merita, tornando sull’argomento con approfondimenti in più d’un’occasione. A nostra (parziale) discolpa c’era il fatto che in quel caso era tutto basato su un’indiscrezione, non confermata né smentita da nessuno. Questa volta invece le parole di Fabi erano inequivocabili: bastava leggerle e riportarle per quel che sono. Invece no, si è voluta forzare la mano, fare del sensazionalismo gratuito. Insomma, non si può invocare nemmeno il beneficio della buona fede.
Giustamente, Niccolò ha ritenuto di dire la sua, pubblicando sulla sua pagina Facebook un post ironicamente intitolato Annunciaziò Annunciaziò. Secondo noi vale la pena leggerlo. E in futuro di tenerne in considerazione i contenuti (così come sarebbe utile imparare a memoria questo concetto enunciato da Umberto Eco nel giugno del 2015, quando l’Università di Torino gli dette una laurea honoris causa in Comunicazione e cultura dei media: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli. Prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”.
Ma ecco il post di Niccolò Fabi.

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Ma dimmi te se mi tocca commentare un articolo che parla di me. In venti anni è la prima volta. E spero sia l’ultima. In molte delle persone che mi seguono in queste ore si stanno alternando “disperazione” ed accettazione dell’ineluttabile a causa di un superbrillante titolo che riprendeva una frase all’interno di un’intervista. Titolo ripreso a sua volta e declinato a più non posso, che annunciava il mio ritiro definitivo dalle scene. Ora, che ai titolisti dei giornali, soprattutto online, interessi il sensazionalismo acchiappaclick più che la verità e la completezza dell’informazione è una triste evidenza nota a tutti.
L’abbassamento del livello giornalistico e la pigra fiducia che, malgrado questo, molti continuano ad avere in tutto ciò che si legge on line hanno delle conseguenze gravissime nella nostra vita sociale e culturale soprattutto quando si trattano argomenti ben più rilevanti che il presunto addio alle scene di un cantautore di nicchia. Ma qui la questione per me è delicata e mi tocca intervenire.
Nell’italiano che frequento frasi come “considero conclusa una fase artistica della mia carriera”, “non credo di poter andare oltre in un certo tipo di canzone”, “ho bisogno di una bella pausa in cui dedicarmi a progetti diversi” non sono esattamente sinonimi di “addio alla musica” o “ritiro definitivo dalle scene”. O forse sono solo sfumature?
Scrivo questo solo per un motivo: a ottobre uscirà un disco raccolta e a novembre avrò un importante concerto a Roma di fine tour. L’idea che qualcuno che non mi conosce bene possa pensare che dietro a quel tipo di esternazioni ci sia il misero progetto di vendere qualche copia o biglietto in più mi fa rabbrividire. Voglio tranquillizzarvi. A chi pensa di acquistarli per assistere alla pantomima di un addio, per guardare da vicino le lacrime di un uomo che se ne va per sempre, o per possedere il suo testamento, a coloro consiglio di non farlo, di non comprarli assolutamente.
Potrei tornare tra due anni vestito in smoking rosa suonando in un gruppo salsa e merengue o in canotta tatuato di teschi in una band che fa solo cover dei Suicidal Tendencies. La libertà per cui ho lottato non contempla l’obbligo della scelta imperitura.
Detesto il bisogno di enfatizzare tutto pur di essere notati, l’epica contemporanea di rendere spettacolo qualsiasi cosa. Di trasformare ogni notizia in un allarme come ogni concerto in un evento. Quando me ne andrò per sempre non credo che avrò tempo e voglia di comunicarlo prima di un concerto o prima dell’uscita di un disco. Non è questo quello per cui ho lottato. Che è invece la libertà della scelta. La scelta di tacere o di parlare. E nel caso in cui ci fosse qualcosa da dire di farlo nei tempi e nei modi che si accordano alla mia natura. Nessun atto creativo significativo può dipendere da un contratto o da un’aspettativa.
In ogni caso grazie a tutti quelli di voi che mi hanno fatto sentire così importante anche solo per la paura di un mio presunto ritiro nel silenzio. Per il resto vi prego non vi fidate mai dei titoli. Approfondite sempre. Non accontentatevi. Fine del requiem.

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Massimo Poggini è un giornalista musicale di lungo corso: nella seconda metà degli anni ’70 scriveva su Ciao 2001. Poi, dopo aver collaborato con diversi quotidiani e periodici, ha lavorato per 28 anni a Max, intervistando tutti i più importanti musicisti italiani e numerose star internazionali. Ha scritto i best seller Vasco Rossi, una vita spericolata e Liga. La biografia; oltre a I nostri anni senza fiato (biografia ufficiale dei Pooh), Questa sera rock’n’roll (con Maurizio Solieri), Notti piene di stelle (con Fausto Leali) e Testa di basso (con Saturnino). Ultimo libro uscito: "Lorenzo. Il cielo sopra gli stadi".