Priviero, storie migranti dall’Argentina al Bataclan

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Massimo Priviero (c) 2015 Giò Alajmo

“Siamo solo due pazzi caduti dal cielo, ancora in cerca di fiato per provare a salire in volo, e fino a che la luna non ci spegnerà, e fino a che la pioggia non ci scioglie, dovremo cercare due ali e volarcene via”. Massimo Priviero scrisse questi versi nel suo successo d’esordio, San Valentino una trentina di anni fa. I due pazzi in cerca di ali me li trovai insieme sotto un arcovolo dell’Arena di Verona, seduti affianco, il “futuro del rock italiano” in chiave springsteeniana che cercava di emergere passando per il Festivalbar. Claudio Maioli dice che quella con me, quel giorno, fu la prima intervista rilasciata da Luciano Ligabue. L’altro pazzo caduto dal cielo.

Priviero e Ligabue divisero le loro strade subito dopo. Quella di Luciano è nota a tutti, quella di Massimo meno, nonostante una lunga serie di album interessanti e originali, spesso controcorrente, anche con il supporto di Little Steven, la “grande spalla” del Boss.

Priviero torna in questi giorni con un album importante, sintesi di un percorso affinato nel tempo, tra collaborazioni con i Gang e i Luf, reinterpretazioni di poetiche rock Dylan, Waits e altri, uno spettacolo teatrale sulle memorie di guerra, e tanto rock all’insegna del “non mollare”.

Massimo Priviero (c) 2015 Giò Alajmo

All’Italia è una raccolta di dodici storie italiane, divise nei luoghi e nel tempo, racconti di italiani oltre confine, comuni storie di vittime e di eroi, di gente comune, giovani e anziani che hanno attraversato la Storia e la cronaca quotidiana. E’ un grande viaggio nella memoria delle tante migrazioni italiane, il contadino trentino in Francia, l’anziano che torna ai confini dell’Istria, a Fiume, il giovane hippy che abbandona ogni cosa per cercare se stesso e un nuovo senso di vita sui monti, il ragazzo sopravvissuto al terremoto del Friuli, il cameriere a Berlino, e il medico volontario in Mozambico, i tanti partiti per Londra o approdati in Argentina, come Villa Regina ancora oggi testimonia, e la grande amarezza di chi ha visto trasformare un giorno di gioia in tragedia, come Bataclan, immaginando l’ultima lettera alla madre di Valeria Solesin, la ragazza veneziana uccisa dai terroristi nell’attacco al teatro parigino.

«Bataclan – spiega il rocksinger jesolano – è il punto di arrivo di un percorso che parte dall’Argentina degli anni ’20, dove arrivarono i primi emigrati veneti e arriva ai ragazzi di oggi che sognano di trovare il proprio futuro da qualche altra parte. Ho voluto raccontare questa scelta di partire, che comporta forza, coraggio, capacità di mettersi in gioco, desiderio di cambiamento. E ho cercato di immedesimarmi, con empatia, diventando di ognuno di loro il fratello, l’amico, il padre, il nipote di chi partiva. E ho cercato di fotografare anche questa ragazza veneziana, Valeria, non scrivendo del Bataclan ma immedesimandomi in un frammento di un rapporto madre-figlia, con tenerezza».

E’ molto difficile scrivere di una cosa così delicata e drammatica. Hai potuto sentire la famiglia?
«A un mio concerto è venuta a trovarmi una persona che aveva sentito di questa canzone ed era rimasta colpita. Era uno zio di Valeria. Ho scritto ai genitori, che ho trovato due persone eccezionali, ma non so se vorranno rispondermi mai. Però il senso di questa storia è che questa ragazza ha lasciato un segno indelebile, non è solo una vita che si spezza e basta. E’ la fine di un viaggio iniziato cento anni fa».

Massimo Priviero (c) 2015 Giò Alajmo

Nelle canzoni del disco, tredici, non c’è nostalgia, c’è molta empatia, una grande fotografia di persone diverse, ed è molto legato al mondo d’oggi più che al passato.
«Parlare di oggi è più difficile che storicizzare un fenomeno passato, ma in London, Mozambico, Alba nuova, ho voluto trovare un legame tra ieri e oggi . Ho un figlio che vive a Londra e fa il ricercatore. E’ una realtà che posso toccare con mano. La migrazione in senso lato mi colpisce molto, perché anche io in fondo sono uno che ha lasciato la costa veneta per andare a Milano. In tutti ho trovato forza, coraggio, disponibilità, voglia di costruire. Mai autocommiserazione. Trovi persone forti, anche l’anziano che torna a Fiume a cercarvi le radici di quando era bambino. E’ un’idea di appartenenza che tendiamo a scordare e che ci fanno ricordare coloro che sono andati via e dai quali spesso abbiamo delle lezioni».

Una di queste l’ha avuta tornando a casa dalla madre 82enne, una era come tante, a cena: «Mi ha chiesto di cosa parlava questo disco che stavo registrando e le ho detto: di emigrazione. Allora è andata a prendere su uno scaffale la lettera di una sua amica di infanzia che se n’era andata in Australia. E questa ragazza, ora ormai anziana, ricordava i tempi di quando si trovava con mia madre, e raccontava delle Olimpiadi a Sydney del 2000, della sfilata della delegazione italiana, usando parole di appartenenza, di orgoglio per noi inimmaginabili, ma che erano normali per chi era partito. E non c’era solo la loro idea di un’Italia che non esiste più come la ricordavano, ma c’era anche qualcosa che resiste al tempo e alla lontananza, e non sai bene cosa sia. Quella lettera era rimasta sullo scaffale per 17 anni. Come se mi aspettasse».

All’Italia è un disco che arriva immediato, diretto al cuore dell’ascoltatore, come accadeva una volta. Il motivo c’è: «Ho registrato tutto, canzone dopo canzone, con chitarra, voce e armonica. Solo dopo ho aggiunto qualche strumento per arricchirlo e colorarlo. Le canzoni sono nate una dopo l’altra, quasi con una scansione temporale precisa. Ho curato molto la scrittura, i testi, e l’impatto emotivo, cercando il giusto mix fra commozione e bellezza. E’ un album prevalentemente, se non quasi esclusivamente acustico, senza chitarre elettriche, forse solo qualche basso, ma che è invece colorato da ukulele, fisarmonica, archi, flauto, violino, percussioni e qualche altro strumento acustico. E’ una scelta che avevo in testa fin dall’inizio, pensando a Tom Joad di Springsteen ma soprattutto all’Eddie Vedder di Into the Wild. Alla fine è stato un lavoro a togliere, più che aggiungere, perché la tentazione di aggiungere sempre qualcosa, uno strumento in più, un effetto, c’è sempre, ma poi ti accorgi che com’era prima era meglio, che quel qualcosa in meno dà più forza, più immediatezza».

Massimo Priviero (c) 2015 Giò Alajmo

All’Italia sarà presentato in concerto il 15 ottobre all’Alcatraz di Milano in un doppio set, acustico ed elettrico. E’ già disponibile il primo video, London.

Ma se il disco parla delle storie di ieri e dei ragazzi di oggi, che cosa dire di quelli, a milioni, che restano, che devono vivere questa Italia a casa loro?
«L’Italia di oggi secondo me si regge sulle nicchie, sulle minoranze, su minoranze straordinarie che hanno questo stesso tipo di sentimenti, di emozioni, di coraggio, di voglia di fare. Ma la maggioranza è poco incline al ragionamento, all’analisi delle situazioni. Il nostro peggior male è non avere forte il valore del bene comune, e questo rende difficile sentirsi comunità, essere solidali. E non parlo degli sms solidali da due euro, ma della quotidianità, del buttare comunque la spazzatura dove capita. Penso ai due giovani professionisti veneti morti abbracciati nell’incendio della torre a Londra. Qui guadagnavano 500/600 euro al mese. E’ inaccettabile. Viviamo fra generazioni scollate fra loro e incapaci di pensare a un interesse generale, tutti votati a un eccesso di individualismo».

E il problema secolare delle grandi migrazioni, tu parli dei migranti che se ne vanno, ma di quelli che vengono?
«E’ difficile. Da un lato la considerazione più semplice è che prima di chiudere la porta bisogna pensarci bene. Io sono credente e considero ciò che dice papa Francesco. Dall’altro è banale e errato sovrapporre realtà diverse. Non è così semplice parificare la migrazione italiana a quella in atto. Tendenzialmente sono per la porta aperta sequendo regole precise, ma sono combattuto, mi faccio domande ma non ho risposte. Non è il mio mestiere. Io racconto storie e mi sento uno dei personaggi del disco. Non so dire cosa è giusto e cosa no e fino a quando le cose sono giuste. Trovo aberrante che noi si sia in una Europa che non sa organizzarsi con una strategia comune».

La canzone di quest’album a cui sei più legato?

«Probabilmente Basso Piave. Mi commuove di più perché lì c’é la parte di me che esplode. E’ una di quelle canzoni che ha rischiato di restare fuori dal disco, come spesso capita, per la paura di dare troppo, di essere prolisso. Ma non potevo tenermela per me».

Giò Alajmo
(c) 11 settembre 2017

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Giò Alajmo ha la stessa età del rock'n'roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.