Caparezza è il “Prisoner 709”: un’autobiografia in musica e parole

A tre anni di distanza da "Museica" ritorna Michele Salvemini con un concept album che parla di prigionia, in una sorta di autoanalisi prendendo spunto dall'acufene, malattia che lo rende prigioniero da oltre un anno e mezzo, e che da allora gli causa un tremendo fischio nelle orecchie con cui dovrà convivere anche in futuro.

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Caparezza

Prisoner 709
di Caparezza
Universal
Voto: 7

A tre anni di distanza da Museica torna Caparezza, al secolo Michele Salvemini, con Prisoner 709.
Come al solito ci troviamo di fronte ad un concept album, dal tema di fondo decisamente personale: da giugno del 2015 il rapper è infatti prigioniero dell’acufene, una fastidiosa malattia che lo costringe a convivere con un fischio nelle orecchie. Decisamente non la condizione migliore per una persona che vive di musica.
Il Capa ha passato diversi mesi a chiedersi perchè proprio a lui una cosa del genere, che sulla musica ha concentrato tutta l’esistenza, e proprio questo l’ha portato a scrivere questo album.

Il ruolo centrale di questo disco è lo zero del titolo, che oltre al numero di un prigioniero può anche essere visto come una lettera, la o, e quindi può rappresentare la scelta tra una parola di 7 lettere e una di 9, ad esempio tra Michele o Caparezza.
Ogni canzone dell’album rappresenta un capitolo del carcere mentale da cui il rapper tenta di evadere, ha un suo 709 personale ed è un percorso di autoanalisi che parte da una situazione di disagio, descritta dal brano di apertura Prosopagnosia, fino ad arrivare all’accetazione della propria condizione nel brano finale, Prosopagno sia!.
La copertina è volutamente in bianco e nero, a rappresentare il bipolarismo del progetto e la condizione del Capa durante questo anno e mezzo di composizione.
Il titolo dell’album prende spunto da quello che viene chiamato Esperimento della prigione di Stanford a cura dello psicologo Philip Zimbardo: l’esperimento consisteva nel far recitare il ruolo di guardie e di prigionieri ad alcuni studenti universitari per due settimane. Fu interrotto dopo appena sei giorni perché nessuno riusciva più a sganciarsi dal ruolo assegnato: le guardie divennero estremamente violente e i detenuti, annichiliti, finirono con l’accettare passivamente qualsiasi vessazione.
Il prigioniero 819 tentò con uno sciopero della fame di sabotare l’esperimento e chiese di vedere un dottore abbandonandosi ad una crisi isterica, ed è proprio pensando a quel prigioniero che è nato il titolo Prisoner 709.

Ma partiamo con l’ascolto ed analizziamo i brani.
Come detto, ogni brano ha un suo “709” ed è un capitolo del carcere mentale e dell’autoanalisi dell’autore, e l’album si apre quindi con Prosopagnosia (capitolo: il reato; 709: Michele o Caparezza). La prosopagnosia è un deficit che impedisce il riconoscimento dei volti altrui. In questo caso il Capa non riesce più a riconoscere se stesso, a causa del disturbo che l’ha colpito (Non mi riconosco più, prosopagnosia / sto cantando ma il mio volto non è divertito / quasi non capisco più quale brano sia / ogni volta mi riascolto e sono risentito).
Si prosegue col primo singolo dell’album, la title-track Prisoner 709 (capitolo: la pena; 709: compact o streaming) che rovescia il concetto di prigioniero e di carnefice riferendolo all’oggetto fisico: Caparezza diventa il disco e la sua musica, rimanendo rinchiuso nell’involucro che lo custodisce (Io sono il disco, non chi lo canta / sto in una gabbia e mi avvilisco).
La caduta di Atlante
(capitolo: il peso; 709: sopruso o giustizia) prende spunto, appunto, dal mito greco di Atlante che, innamoratosi di Dike, dea della giustizia, cerca di conquistarla offrendole potere e ricchezza, ma lei rifiuta e scappa via. Atlante, nel tentativo disperato di raggiungerla cade, finendo schiacciato proprio dalla Terra che portava sulle spalle. Questa storia ovviamente è una metafora del momento in cui Caparezza si accorge dell’aggravarsi del suo acufene, ed il concetto è molto chiaro nel ritornello del brano (Del giorno in cui mi cadde il mondo addosso / ricordo tutto pure l’ora e il posto / il contraccolpo poi la stretta al collo).
Nel brano Forever Jung (capitolo: lo psicologo; 709: guarire o ammalarsi) si fanno vestire al rap i panni dello psicologo per analizzare il problema, esattamente come successe al giovane Caparezza nell’86 quando ascoltò per la prima volta i RUN DMC. E qui troviamo infatti ospite Darryl Mc Daniels. Per autoanalizzarsi non resta quindi che scrivere testi e “parlare il rap” (I veri padri del rap sono Freud e Jung / prima di dj Kool Herc e del folle boom / prima che la vecchia scuola ci abbia messo rime su / potere alla parola prima di Francesco di Gesù).
Nel disagio della prigione in cui è costretto Caparezza cerca un appiglio, ed è la volta di Confusianesimo (capitolo: il conforto; 709: ragione o religione), ma essendo scettico non riesce a trovare nessuna religione che faccia al suo caso, e quindi cerca di capire come sarebbe la sua vita se aderisse a tutte le religioni contemporaneamente, ma senza successo (c’è una scienza dietro le religioni, il testo epico, l’impianto scenico / nuove barriere, nuove prigioni, non mi immedesimo, confusianesimo).
Come tutti i carcerati che si rispetti anche il Capa scrive la sua lettera, ma essendo un cantautore la lettera si trasforma in canzone ed è Il testo che avrei voluto scrivere (capitolo: la lettera; 709: romanzo o biografia), anche se alla fine non è comunque soddisfatto del risultato, in una sorta di continua ricerca della perfezione (Scrivo tanto, soddisfatto mai / sono il vanto per i cartolai / e vado come un treno perché non mi sento arrivato / non ascolto il giudizio del popolo intero perché non mi sento Pilato).
Nel carcere ovviamente ci sono i colloqui, ma quello di Caparezza non poteva essere “normale”, e quindi in Una chiave (capitolo: il colloquio; 709: aprirsi o chiudersi) non è un parente che va a fargli visita, ma se stesso da giovane, a cui cerca di trasmettere la sicurezza che non ha mai avuto, soprattutto alla sua età. Ma inaspettatamente la risposta ci mostra un bambino molto più coraggioso del se stesso adulto che ha di fronte. (La vita è un cinema tanto che taci / le tue bottiglie non hanno messaggi / Chi dice che il mondo è meraviglioso non ha visto quello che ti stai creando per restarci).
E’ giunto il momento di un pizzico di libertà, anche nel regime di costrizione del carcere, ed è la volta di Ti fa stare bene (capitolo: l’ora d’aria; 709: frivolo o impegnato). Dopo il colloquio con se stesso bambino e la spinta a guardare avanti, stavolta è proprio un coro di bambini ad incitare il rapper a fare ciò che lo fa stare bene per evadere dalla condizione di prigionia, e se per i bambini stare bene è volare con la fantasia, per Caparezza la soluzione è scrivere canzoni (Con le mani sporche fai le macchie nere / vola sulle scope come fan le streghe / Devi fare ciò ce ti fa stare).
Migliora la tua memoria con un click (capitolo: il flashback; 709: ricorda o dimentica) è una sorta di promemoria e di autobiografia per ricordarsi di sé nel giorno in cui la memoria inizierà a perdere colpi. Basterà infatti riascoltare questa canzone per ritrovare se stessi. Il ritornello è cantato da Max Gazzé (Fra qualche anno dimenticherò chi sono, cosa penso, che cosa mi piace e cosa detesto / e infatti eccoti qui, come il tizio di Memento, ok, ascolta sto pezzo e le rime dentro!).
Il pezzo più intimo e personale del disco è sicuramente Larsen (capitolo: la tortura; 709: perdono o punizione). In questo brano è raccontata molto direttamente la storia dell’acufene che dal 2015 rende Caparezza prigioniero, ed è quindi considerato una tortura. Impressionante e disarmante per schiettezza l’ultima strofa, che merita di essere riportata per intero:
So come ama Larsen e so com’è ammalarsene,
so che significa stare in un cinema con la voglia di andarsene.
Contro Larsen, l’arsenale, non pensavo m’andasse male,
solo chi ce l’ha comprende quello che sento nel senso letterale
e poi non mi concentro, mi stanca, sto invocando pietà, Larsen.
Il suono del silenzio a me manca più che a Simon e Garfunkel.
Nel cervello c’è Tom Morello che mi manda feedback:
“Hai voluto il rock, ora tienilo fino alla fine!”.
Presa coscienza del problema e del fatto che ad esso non c’è soluzione, bisognerebbe reagire e guidare la rivoluzione contro la prigionia, ma in Sogno di potere (capitolo: la rivolta; 709: servire o comandare) non si cerca nessuna posizione di comando, solo la possibilità di “potere andare via”, inteso come guarire dalla malattia e stare in pace per conto proprio (Vorrei solo una vita serena, minchia / tutti mi chiedono di avere polso, non sono Serena Williams).
Nella prigione ovviamente ci sono i prigionieri, ma altrettanto ovviamente ci sono anche i carcerieri, e L’uomo che premette (capitolo: la guardia; 709: innocuo o criminale) ci svela la guardia di Caparezza. In una prigione mentale il rapper non poteva che essere prigioniero di se stesso, o meglio, della sua parte oscura, che fa premesse di tolleranza, pronte però a cadere al primo alito di propaganda (Non posso cambiare me, posso cambiare mira / l’invettiva è la mia malattia, la malattia invettiva / Potessi mutare cute e tenere compresse, sedate, mute / come leonesse tra gabbie chiuse, le mie premesse non mantenute).
Colpito dalla sua stessa invettiva, in Minimoog (capitolo: l’infermeria; 709: graffio o cicatrice) Caparezza si ritrova sul lettino dell’infermeria circondato da medici che tentano di rimetterlo in sesto (I chirurghi sono Mickey Rourke, io Miki Munch / Ho le loro dita addosso come un Minimoog).
Buttando uno sguardo fuori dalla piccola finestra della cella il prigionero Caparezza, un po’ come Leopardi (che infatti viene citato nel testo) guarda l’infinito… o l’in…finto? Infatti nel brano L’infinto (capitolo: la finestra; 709: persone o programmi) viene esposta una grandiosa teoria dell’universo simulato, per cui noi saremmo un enorme, evoluto, videogame. Ma proprio l’idea di una simulazione spiegherebbe e giustificherebbe gran parte degli atteggiamenti che prima faticava a comprendere, e proprio accettando questa condizione si potrebbe ritrovare l’umanità perduta di molti gesti (Questo non è il pianeta terra, questo è “Human Simulator”, top seller / mica come quello dei dinosauri / vedi gli hanno dato bel po’ di stelle / e ci giocano fino ai pollici anchilosati).
Come nel più classico dei film, il prigioniero Caparezza progetta la fuga dalla sua prigione, e con Autoipnotica (capitolo: l’evasione; 709: fuggire o ritornare) pensa di scappare, ed essendo una prigione mentale il suo viaggio è altrettanto mentale come se fosse sotto ipnosi, correndo sulla strada davanti a sé con la strada che gli si distrugge dietro, come a dire che non c’è comunque via di scampo dall’acufene che lo affligge, non si può tornare indietro e non si può guarire, quindi bisogna continuare a guardare avanti sulla strada che si conosce meglio, quella della musica (La mia macchina è il cursore di una lampo sulla linea tratteggiata / guardo nel retrovisore, dietro me si sta scucendo l’autostrada).
Chiude l’album Prosopagno sia! (capitolo: la latitanza; 709: libertà o prigionia), brano strumentale che riprende solo il ritornello della canzone di apertura, come a dire che il prigioniero Caparezza non c’è più, è scappato, e quindi sulla canzone non c’è la sua voce. Ma come il 709 ci suggerisce, si tratta di libertà o prigionia? Libertà per essere arrivato alla consapevolezza di dover convivere con l’acufene e poterlo fare in un modo positivo oppure prigionia per il doverne comunque essere schiavo per il resto della vita? Come nel finale di Inception, la scelta è lasciata all’ascoltatore.

Per concludere, è complicato giudicare un disco di Caparezza da pochi ascolti: va assimilato e assorbito, va compresa ogni sfumatura e si deve entrare a pieno nelle liriche che, sebbene sembrasse impensabile dopo le vette di Museica, qui raggiungono un livello ancora superiore per scelta e uso delle parole, costruzione delle metriche e delle rime a cui ormai il Capa ci ha abituato da tempo.
Un album decisamente difficile, come deve essere stato difficile per Caparezza affrontare di petto la sua malattia e scriverne. Un’autoanalisi per esorcizzare l’acufene, e sicuramente il tono cupo dell’album ha risentito dell’umore del rapper durante la composizione: mancano infatti brani dal tono “allegro”, ironico e da pogo sfrenato ai concerti, come potevano essere in passato Abiura di Me o Mica Van Gogh. Se proprio vogliamo cercare una similitudine col passato, il disco a cui questo nuovo lavora somiglia di più è Habemus Capa.
Per chi deciderà di conoscere il Prisoner 709 sarà quindi altrettanto difficile l’ascolto, dovendosi sforzare di entrare in simbiosi con l’autore, che qui ci racconta la sua storia, personale e autobiografica come mai prima.

Qui sotto la copertina e la tracklist dell’album:

  1. Prosopagnosia (feat. John De Leo)
  2. Prisoner 709
  3. La caduta di Atlante
  4. Forever Jung (feat. DMC)
  5. Confusianesimo
  6. Il testo che avrei voluto scrivere
  7. Una chiave
  8. Ti fa stare bene
  9. Migliora la tua memoria con un click (feat. Max Gazzé)
  10. Larsen
  11. Sogno di potere
  12. L’uomo che premette
  13. Minimoog (feat. John De Leo)
  14. L’infinto
  15. Autoipnotica
  16. Prosopagno sia!

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Nato a Roma nel 1984, ma vivo a Venezia per lavoro. Musicista e cantante per passione e per diletto, completamente autodidatta, mi rilasso suonando la chitarra e la batteria. Nel tempo libero ascolto tanta musica e cerco di vedere quanti più concerti possibili, perchè sono convinto che la musica dal vivo abbia tutto un altro sapore. Mi piace viaggiare, e per dirla con le parole di Nietzsche (che dice? boh!): "Senza musica la vita sarebbe un errore".
  • Francesco Ray Illume

    Articolo ben scritto e molto utile a chi non conosce o sottovaluta, o non vede l’ora di svalutare questo artista. Bravo Andrea