È morto Harry Dean Stanton

Se ne è andato un attore icona di Wenders e Lynch

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Harry Dean Stanton è morto. O forse è “finito” e basta, come gli prediceva il medico in Lucky, ritratto di fine vita dell’uomo Harry Dean più che del personaggio che era alle prese con una discussione perenne, filosofica e demenziale con David Lynch su cosa è importante e cosa resta. Chissà se HDS adottava davvero la dieta latte, Bloody Mary, yoga e sigarette e aveva lo stesso rapporto di rispettoso menefreghismo con il bello della vita e con l’impermanenza del bello e di tutto il resto. Era stato in Le colline blu, in Nick Mano fredda, in Pat Garret & Billy the Kid, nel Padrino II, in Alien, in 1997 Fuga da New York: ma con Paris Texas  Wenders ne aveva fatto un’icona e dopo l’incontro con David Lynch era abbastanza chiaro che il cammino iniziato nel deserto sarebbe finito da qualche parte sui monti in Twin Peaks.
Riproponiamo la recensione del suo ultimo film-ritratto, Lucky, appunto, regia di John Carroll Lynch, passato a Locarno l’agosto scorso. Letta ora sembra un necrologio scritto in vita. L’uscita prevista era il 29 settembre…

Harry Dean Stanton è Lucky: è vecchio, novant’anni, è allampanato, si nutre di latte, Bloody Mary e sigarette (il medico gli sconsiglia di smettere col fumo perché non morirà più di malattia: finirà e basta), veste 3 calzoni e tre camicie uguali da cowboy, quando apre la porta di casa sembra entrare nella luce, si aggira in un paese desertico che pare ancora Paris Texas, fa 5 esercizi di yoga al giorno, non ha famiglia, guarda cose orrende in tv, fa le parole crociate manda spesso a quel paese un luogo che non vediamo fino alla fine (ma il nome del luogo la dice lunga…), sogna ambienti che non starebbero male tra gli incubi di Twin Peaks e quando va al bar o a far colazione tratta tutti con la benevolenza di un filosofo stoico: il saluto di arrivo è “tu non sei niente”, quello di commiato “di noi non restera unghaz!” (starebbe per il nostrano “un cazzo”). Una variante da bar dell’impermanenza buddhista, più flemma zen, poesia e sigarette. A cui aggiungere David Lynch che, nella sua tartaruga terrestre di nome Presidente Roosevelt, identifica ciò che nella natura vive più degli umani: per cui vorrebbe lasciarle un’eredità in denaro per il futuro. In Lucky ci sono produttori e sceneggiatori di Twin Peaks, amici di Lynch, Lynch stesso, echi di certo cinema indipendente pensoso e leggiadro, alla Jim Jarmusch, e forse c’è davvero un documentario trasformato in fiction su tutto quello che Harry Dean Stanton è stato, è e sarà non solo nel cinema. Una di quelle rare occasioni per riconciliarsi col cinema che parla di spazio, tempo, amicizia, amore e morte e sembra una seduta analitica al tavolo di un bar. Davvero piacevole.

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Marco Bacci scrive di cinema, tecnologia e libri. Ogni tanto scrive romanzi. È un ex di molti lavori