La generazione anni ’90 riletta da Mauro Ermanno Giovanardi

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Foto di Silva Rotelli
La prima copia del vinile in mano, 13 pezzi a formare un doppio album affinché non si perdano tutte le dinamiche, a garanzia del miglior suono, Mauro Ermanno Giovanardi quasi si emoziona nello scartarlo dalla velina e mostrarlo. È stato un lavoro lungo e faticoso, ma la disciplina del ciclista, che gli imponeva fatica e dedizione, oggi gli viene in aiuto.
La mia generazione è il suo disco da solista a cui più si è dedicato, perché quella generazione è la sua e non la cambierebbe con nessun’altra. Stiamo parlando di quella che negli anni ’90 ha dato vita a una vera e propria rinascita creativa in fatto di canzone rock. Una svolta era necessaria e uno dopo l’altro quei gruppi che avevano iniziato cantando in inglese si accorgono che non possono continuare sulla scia dei loro ispiratori originali. Optano allora per la loro lingua, e tutto sarà diverso da allora. Le attenzioni del pubblico si moltiplicano, i posti dove suonare diventano sempre più grandi e soprattutto le major discografiche, che allora ancora esistevano, si accorgono di loro e mettono a disposizione mezzi e soldi.
Fuori dalla cantine, la Vox Pop che aveva tenuto a battesimo alcuni di loro lascia il posto a Mescal e Black Out, marchi ancora circoscritti ma con alle spalle i giganti della discografia. Apre l’album, primo singolo, Aspettando il sole di Neffa, e a seguire troviamo Lieve dei Marlene Kuntz, Huomini dei Ritmo Tribale con la partecipazione di Manuel Agnelli, Non è per sempre degli Afterhours, Cose difficili dei Casino Royale, Baby Dull degli Ustmamò con Rachele Bastreghi, Forma e sostanza dei CSI insieme a Emidio Clementi e Cristiano Godano, Lasciati dei Subsonica, Cieli neri dei Bluvertigo con Samuel al canto, Corto Maltese dei Mau Mau, Stelle buone di Cristina Donà, Nera signora dei La Crus e Primo dio dei Massimo Volume
Hai lasciato fuori qualcuno?
Penso di no, almeno quello che mi ero prefisso di includere l’ho portato a termine. In effetti avevo portato in sala due pezzi dei La Crus, l’altro era L’uomo che non hai, ma poi ha prevalso Nera signora. A questo punto ho un pezzo che non è proprio finito, ma potrebbe essere sfruttato in seguito. 
Non avverti una certa responsabilità nell’aver intrapreso questo percorso?
In un certo senso si. È stato un disco difficile da gestire e nello stesso tempo pericoloso, perché era facile cadere nella retorica. Avessi voluto fare disco di cover ci avrei messo una settimana, un disco di inediti magari sette-otto mesi, qui invece ci ho messo più di un anno. I brani devi farli diventare tuoi, questo se vuoi fare omaggio serio. Di ogni pezzo devi rispettare lo spirito originale e capire se riesci a cucirtelo addosso. Su alcuni brani c’è stato un ulteriore carico, mi riferisco a Aspettando sole, Primo dio, Forma e sostanza. C’è voluto più lavoro nell’impostare la voce, perché il rap e il canto sono due mestieri diversi, salmodiare e cantare anche, come cantare e declamare. Ho dovuto reinventare il mio modo di cantare, perché è più facile cantare un brano di Tenco che uno di Ferretti. Ho dovuto trovare una mia versione. Mi ha fatto piacere quando Mimi dei Massimo Volume ha ascoltato il loro pezzo e mi ha fatto i complimenti. Poi ci sono pezzi trip hop come Baby Doll, Cose difficili, Lasciati e la stessa Nera signora, dove originariamente c’erano campionamenti in loop. In questi casi abbiamo dovuto riscrivere la musica che non c’era. 
Quindi anche gli anni ’90 meritano di essere riscoperti?
Sì, perché è stata una stagione che ha significato molto per la musica italiana. Prima cantavamo tutti in inglese, noi, gli Afterhours, i Casino Royale, ma poi ci siamo accorti che era una scorciatoia, perché era necessario confrontarci con la nostra lingua. Hanno iniziato Le Posse e qualche gruppo che usava il dialetto, poi Senardi in Polygram ha aperto le porte a vari gruppi con l’etichetta Black Out. Noi La Crus siamo approdati prima alla Mescal, poi alla Warner.
Il cambiamento è stato automatico o voluto?
Uno e l’altro. Ricordo che Davide Sapienza, giornalista che aveva una trasmissione in televisione negli studi di Torino, sapendo che stavamo registrando il nostro disco, il primo dei La Crus, ci invitò a partecipare. Presentammo Il vino di Piero Ciampi e in studio c’era anche Enrico De Angelis che sorpreso di questa versione ci invitò a sua volta alla successiva edizione del Club Tenco.  Presentammo tre pezzi e come in un film la nostra storia cambia. Mezz’ora dopo l’esibizione firmiamo con Mescal e Warner, i primi gruppi Mescal sono stati Massimo Volume, Modena City Ramblers e noi. A Sapienza devo tanto.
Chi è al tuo fianco in questa operazione?
Nelle note del disco avverto che trattasi di una produzione artistica di gruppo. Quindi è un disco solista che però suona come fosse una band. Con me ci sono Leziero Rescigno batterista, già con i La Crus, Marco Carusino, chitarrista che ha suonato con Morgan ed era cantante de I Cosi, già dalla partecipazione al Festival di Sanremo è il mio braccio destro. E ancora Gianluca De Rubertis al piano e Lele Battista: da lui abbiamo registrato l’album.
Allora Joe, tutte quelle ore sulla bici a cosa sono servite?
La bici mi ha insegnato la disciplina. Questo disco è stato impegnativo, ma non ho mollato mai. C’è cuore e passione, anche umiltà nel mettermi a disposizione e poi tanta testa, perché non potevo permettermi di sbagliare nulla.
Mauro Ermanno Giovanardi
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Nato in Lombardia, prime collaborazioni con Radio Montevecchia e Re Nudo. Negli anni 70 organizza rassegne musicali al Teatrino Villa Reale di Monza. È produttore discografico degli album di Bambi Fossati e Garybaldi e della collana di musica strumentale Desert Rain. Collabora per un decennio coi mensili Alta Fedeltà e Tutto Musica. Partecipa al Dizionario Pop Rock Zanichelli edizioni 2013-2014-2015. È autore dei libri Anni 70 Generazione Rock (Editori Riuniti, 2005) e Che musica a Milano (Zona editore, 2014).