Amenofi. Vita, morte e miracoli di un grande faraone

La prima mostra in assoluto dedicata ad Amenofi II, il primo faraone il cui cadavere fu ritrovato intatto nel suo sarcofago, propone a Milano uno spaccato interessantissimo della vita e dei riti egizi durante l’epoca rigogliosa del Regno Nuovo.

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tutte le foto sono di Carlotta Coppo

“Amenofi… Amenofi… Chi era costui?” Sì, il nome rimanda subito al Medio Oriente e all’Egitto, ma a tutti d’acchito verrebbe in mente un carneade qualunque di manzoniana memoria. Eppure il nome fu portato da quattro faraoni della XVIII dinastia, quella che inaugurò il Regno Nuovo, il periodo più fiorente della storia egiziana. Il più noto è Amenofi IV, perché impose come unica divinità Aton, il disco solare, operando un’ardita rivoluzione religiosa monoteistica, destinata però al fallimento dopo la sua morte e a causare la rimozione del suo stesso nome da parte di tutti i successori. Degli altri, Amenofi I fu colui che inaugurò la Valle dei Re come sede delle tumulazioni reali e Amenofi III fu il potente Memnone dei greci, raffigurato nei due imponenti colossi posti di fronte a Luxor (erano all’ingresso del più grande luogo di culto mai costruito in Egitto: 35 ettari di templi e tombe poi inghiottiti dalle esondazioni del Nilo). Infine Amenofi II, figlio e successore del grande Tutmosi III, colui che portò l’impero alla sua massima estensione, fu capace di consolidare, grazie a vittoriose campagne militari, e di organizzare in un clima di pace e ricchezza diffuse le conquiste paterne, governando l’enorme territorio esteso tra gli attuali Irak, Sudan e Libia compresi. È proprio questo Amenhotep, secondo la denominazione originale, il protagonista della bella mostra Egitto. La straordinaria scoperta del Faraone Amenofi II, aperta presso il Museo delle Culture (Mudec) di Milano fino al prossimo 7 gennaio 2018. Prima esposizione mai dedicata a questo faraone, ha avuto origine nel momento in cui l’Università milanese – una delle 4-5 più importanti al mondo per gli studi di egittologia – entrò in possesso, grazie a un acquisto del 2002, dei dettagliati resoconti e dei disegni di Victor Loret, l’importante archeologo francese che, nel 1898, scoprì la tomba di Amenofi II. Tomba che presentava per la prima volta il cadavere reale nel sarcofago (il solo corpo di Tutankhamon venne trovato nella medesima collocazione; gli altri di solito venivano occultati in stanze murate poco tempo dopo la sepoltura per evitare che i tombaroli, spesso gli stessi operai addetti alla costruzione del sepolcro, non li disseppellissero e sbendassero alla ricerca di monili e oggetti preziosi), due donne della famiglia e, appunto in una stanza-nascondiglio, quelli di altri 15 faraoni, tra i quali Amenofi III e Ramesse IV. Il percorso espositivo narra il clima che si viveva nella terra del Nilo attorno alla metà del XV secolo avanti Cristo, con un faraone che si fa raffigurare con un lieve sorriso e un corpo d’atleta, la stele della sua genealogia, la ricostruzione del suo magnifico carro da corsa (l’originale è a Firenze, intrasportabile) e l’arco che lui solo poteva tendere, raffigurazioni dei suoi amici della scuola di formazione dell’élite politica a Menfi (diventati tutti dignitari di corte e ministri), a confronto con statue e reperti del periodo precedente. Segue uno spaccato sulla vita quotidiana dell’aristocrazia egizia con contributi multimediali che immergono nel mondo luccicante di una delle civiltà fondanti dell’umanità e una serie di armi, gioielli, suppellettili, oggetti per la cura del corpo, decorazioni che la definiscono. Così come paradigmatica è l’attenzione al mondo dei defunti e al loro percorso dopo la vita, che viene proposto – mummie, corredi funebri, sarcofagi, oggetti per la mummificazione – in una visione che non lesina di aprirsi a tremila anni di storia, segnati da evoluzioni e mutamenti stilistici epocali. Infine, fiore all’occhiello dell’esposizione, ecco la ricostruzione quasi in scala 1:1 della stanza a pilastri, la più importante e la più decorata – un ciclo dipinto degli incontri nell’aldilà del faraone, cui le divinità Osiride, Anubi e Hathor offreno l’ankh, la vita – della tomba di Amenofi II (e delle due donne sepolte con lui, la madre e la nonna del futuro faraone Tutankhamon), accompagnata dai documenti finora inediti di Loret, che ne descrive la scoperta.

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Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente… Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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