Rolling Stones, la rock band per eccellenza: ecco perché

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The Rolling Stones

Quando fra trecento anni gli studiosi si chiederanno quale fra i centomila protagonisti dell’era musicale rock meglio rappresenta il periodo e la sua musica, non ho dubbi che la risposta sarà: i Rolling Stones. Non perchè gli Stones siano stati i migliori, i più originali, gli autori più prolifici, o i più tecnici, i più venduti, o i più amati dal grande pubblico, ma perché, se dobbiamo dare un altro nome al rock’n’roll questo non può essere che Chuck Berry, nessuno ha incarnato più dei Rolling Stones l’essenza di ciò che chiamiamo rock.

Questo esula dalla vexata quaestio che qualcuno ha riproposto dopo 40 anni, meglio Beatles o Rolling Stones, perché è una domanda insensata. I Beatles come nessuno hanno rappresentato un’epoca e rivoluzionato la musica del loro tempo. Nessuno ha aperto tante strade in sala di incisione come nei giochi vocali e armonici nella canzone pop, o per scelte sonore, tematiche o anche solo nelle strategie mediatiche e commerciali. Senza Beatles, i Rolling Stones probabilmente non sarebbero esistiti. Senza Jimi Hendrix, la chitarra elettrica si suonerebbe oggi in maniera completamente differente e non avrebbe avuto la sua epica. Senza Bob Dylan la canzone sarebbe rimasta canzonetta, un melenso intruglio di parole vuote e accattivanti come quelle che dominano oggi l’airplay.

Ma i Rolling Stones sono stati altro.

I Rolling Stones andrebbero studiati a scuola, e a scuola di musica, per quello che hanno fatto e soprattutto per quello che “non” hanno fatto. Alexis Korner, il loro mentore, colui che promosse (con John Mayall) la diffusione del blues in Gran Bretagna e lo insegnò a gran parte dei giovani musicisti degli anni Sessanta, amava ricordare che “il grande musicista è quello che sa quando NON suonare”. E la prima lezione sulla loro musica la ebbi da un amico musicista che mi consigliò: ascolta la loro musica, ma ascoltane anche i silenzi. Midnight Rambler, da Let It Bleed è uno straordinario esempio. L’incipit del brano non ha mai sovrapposizioni, ogni strumento lascia spazio ad un altro, in un alternarsi continuo di brevi interventi. Sono i vuoti a crere l’atmosfera.

Rolling Stones 2014. Foto di Giò Alajmo

I Rolling Stones sono una grande band per sottrazione, per sottintesi. Keith Richards amava dire che lui cercava di suonare due chitarre insieme, una con le mani l’altra nella sua testa. Chi non sa di musica ha pensato ironicamente alle allucinazioni di un eterno junkie. In realtà l’idea è di avere sempre qualcosa di sottinteso, di non espresso, di sottratto, perché less is more, il meno vale di più. Keith è uno straordinario musicista per sintesi. Nessuno come lui ha inventato una così straordinaria serie di intro fatte di uno o due accordi, tali da rendere il brano riconoscibile alle prime note, a volte alla prima. Per Honky Tonk Woman basta il primo accordo stoppato, per Start me Up due, per Jumpin’ Jack Flash uno ripetuto. E se non è un accordo è una frase ritmica, come l’intro di Sympathy for the Devil che apre i concerti di questo nuovo ennesimo tour.

Sono pochi i batteristi italiani che non ritengano Charlie Watts un mediocre batterista baciato dalla fortuna. Dicevano lo stesso di Ringo Starr. Alexis Korner, che negli anni ’70 capitò un paio di volte a casa mia a Venezia con Guido Toffoletti cercando uno spazio dove provare in pace, non aveva grande stima dei batteristi italiani: “Perchè suonano sempre up-tempo?” Perchè corrono e pretendono di fare i metronomi? Il blues non è un tempo regolare, ha una sua dimanica emozionale. Il drumming britannico di scuola blues non è mai preciso, lascia sempre un lieve ritardo che dà al brano un senso di precarietà che fa la differenza e finisce per coinvolgerti maggiormente. Mick Jagger disse che Charlie era il miglior batterista del mondo, per i Rolling Stones. Più o meno quello che McCartney disse di Ringo.

Charlie non è un grande batterista, è il miglior batterista possibile per la sua band. Perchè è al servizio del gruppo. Perchè non solo non suona mai troppo ma a volte, anche lui, sottrae. Capita infatti di vedergli battere un colpo a vuoto, un tamburo suonato nell’aria, togliendo anziché aggiungendo. Una volta in macchina ascoltavo una versione di “Paint It Black” e rimasi colpito da un passaggio strano. Riascoltai un paio di volte per capire. Quel pazzo di Charlie aveva lanciato il ritornello non con un tradizionale fill (un cambio di ritmo che di solito un batterista compie aggiungendo qualche colpo di batteria o una mezza rullata) ma con una pausa. Era quel “buco” a segnalare agli altri che si doveva cambiare.

Il produttore Don Was chiama lo stile di Watts “a cestello di frutta”. Il suo drumming irregolare, mai scandito con precisione ma sempre appena un po’ in anticipo, un po’ in ritardo, un po’ sottinteso ha una sua funzione. Consente a tutti gli altri di essere sempre comunque a tempo anche se non lo sono con precisione, di cascare comunque nel “cestello di frutta” e questo margine di errore codificato fa sì che i Rolling Stones, come insieme, suonino come nessun altro e in maniera così efficace.

E’ ovvio che nessun maestro di batteria insegnerà mai questo ai suoi allievi e che i seri batteristi inorridiscono al pensiero di non essere metronomici e di non poter sfoggiare la loro tecnica, ed è anche per questo che quasi nessuna tribute band dei Rolling Stones (ispiratori di Aerosmith e Ac/Dc) riesce a suonare come loro. Ed è illuminante il racconto di Darryl Jones, batterista di Miles Davis venuto a sostituire Bill Wyman. Darryl è un grande bassista, tecnico e di consolidata esperienza, molto quotato in ambito jazz. Eppure, quando si trovò per la prima volta a provare con gli Stones rimase stupefatto perché con tutti i suoi sforzi non riusciva a stare al passo col gruppo. Suonava, era convinto di fare le giuste note con il giusto tempo ma si trovava a un certo punto sempre fuori. A dare il ritmo a un brano ti insegnano che è la sezione ritmica, basso batteria, che sostengono tutto. Così Darryl racconta di essersi avvicinato di più a Charlie Watts per seguire il suo tempo e poi di avergli detto che non riusciva a seguire il gruppo pur cercando di stargli al passo. Charlie lo guardò di brutto e gli disse: “Non devi seguire me. Dobbiamo seguire il cantante”.

Negli Stones non è il brano che detta le regole, non c’è partitura, è Jagger che detta il tempo, crea dinamica con la sua interpretazione, accelera, rallenta. E il segreto dei Rolling Stones è che una volta sul palco tutti si ascoltano fra loro, si aprono spazi, modificano i brani via via, come un fiume in piena che a volte travolge a volte si fa deviare dalla montagna, a volte si schianta contro un macigno creando grandi spruzzi, altre trasporta le rocce fino al mare. Jagger è un vero animale da palcoscenico, androgino, secco, neanche un filo di grasso. E’ un eccellente armonicista blues, una voce tagliente e personale, un ottimo compositore e perfettamente in grado di suonare vari strumenti, tanto che in diversi pezzi pubblicati dagli Stones, è lui a fare la gran parte del lavoro in studio. Jagger è il fulcro dell’attività degli Stones, ma per gli altri resta “il cantante della band”, e solo con la band si crea quella strana alchimia per cui ognuno si trova esattamente al suo posto a fare la cosa migliore nell’interesse di tutti.

I Rolling Stones sono la vera “band” del rock. La quintessenza del british blues suonato dal vivo.

E paradossalmente questo gruppo di pirati inglesi ha cambiato anche la musica americana, e la società americana, restituendo ai poveri ciò che avevano “rubato”. “La prima cosa da fare qui in America? Vorremmo vedere Muddy Waters”. “E dove si trova questo posto?”, replicarono i giornalisti americani. “Volete dire che qui non conoscete uno dei vostri più grandi musicisti?”, replicarono gli Stones allibiti alla prima conferenza stampa in Usa, nel 1964. La segregazione aveva confinato il blues tra le musiche razziali. Gli inglesi, che avevano conosciuto i musicisti neri in tournée in Europa, o avevano ascoltato i dischi portati dai marinai, e avevano iniziato ad apprezzare quella musica scarna e semplice ma piena di emozione, la restituirono agli americani, riportandola al centro dell’attenzione.

E così i giovani bianchi americani scoprirono che la più nera delle musiche, la radice del jazz e del rock’n’roll, esisteva e poteva essere suonata e ascoltata a prescindere dal colore della pelle. E quando B. B. King, con la sua chitarra nera, la sua band e il suo pullman su cui non smise di viaggiare fino alla morte, arrivò per un concerto al Fillmore di S. Francisco, fece il giro dell’edificio fino a un ingresso secondario, perché tutta quella gente, giovani bianchi in maggior parte, non poteva certamente essere venuta per lui. Ma quando salì sul palco se li trovò tutti davanti, tutti quei giovani, bianchi in maggior parte, che volevano ascoltare lui, il chitarrista nero che suonava i blues. E lo stesso Bob Dylan un anno dopo si presentò in scena a Newport con una blues band mista ed elettrica, la Paul Butterfield Band. E Like a Rolling Stone cambiò la storia della musica.

Nel 1966 Muddy Waters arrivò in Inghilterra per un tour. Gli chiesero dei Rolling Stones. Lui sorrise: “Hanno preso la mia musica, ma mi hanno dato un nome”.

Per tutto questo e molto altro i Rolling Stones sono la più emblematica e straordinaria band della storia rock.

Giò Alajmo

(c) 23 settembre 2017

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Giò Alajmo ha la stessa età del rock'n'roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.