Il segreto di Keith Richards: “Alla faccia di chi ci vuole male”

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Keith Richards a Lucca si ritaglia il solito spazio personale di due canzoni da solista. Guarda la folla e legge un cartello di un fan friulano. Sorride: dice ad alta voce “Yeah, alla faccia di chi ci vuole male!”. Sono le uniche parole in italiano che conosce a differenza di Mick Jagger che ha presentato ogni brano in un discreto utilizzo della lingua di Dante. Pochi sanno o ricordano da dove nasce questo amore di Keith per un modo di dire tipicamente italiano e perché è diventato un ritornello e un codice fra lui e alcuni fan nostrani.

Rolling Stones a Lucca (c) 2017 Giò Alajmo

Tutto nasce a Venezia, una trentina di anni fa, dall’incontro fra Keith e il bluesman veneziano Guido Toffoletti, uno dei pionieri del blues italiano. “Alla faccia di chi ci vuole male” era un saluto tipico di Guido, rivolto a quanti, per invidia, arroganza o semplice malevolenza, cercavano di denigrarne il lavoro e le capacità, mentre lui continuava imperterrito a seguire la sua strada.

Guido lo insegnò a Keith che se lo fece tradurre, appprezzò e adottò, tanto che un giorno, a capodanno Toffoletti mi chiamò urlandomi: “Vieni a sentire cosa ho trovato nella mia segreteria telefonica”. Accese il marchingegno e saltò fuori una voce inconfondibile che diceva “Hi Guido, It’s Keith here. Happy New Year alla faccia di chi ci vuole male!”.

Dell’incontro fra Guido e Keith sono stato non solo buon testimone, ma per certi versi l’ispiratore, quindi conosco bene tutta la storia. Il chitarrista dei Rolling Stones – avevo letto su una notizia in cronaca locale – era appena arrivato a Venezia con la moglie Patti Hansen, incinta del primo figlio. Alloggiavano al Gritti, il più prestigioso hotel sul Canal Grande. Avvisai Guido, che avrebbe voluto contattarlo, ma non sapeva come. Gli suggerii di fare un pacco dei suoi dischi e lasciarlo alla portineria dell’albergo con un biglietto: “Hai suonato con molti amici suoi, suoni la musica che gli piace, hai il suo maestro e mentore Alexis Korner che ti ha scritto le note di copertina di un disco fatto con uno dei cantanti che lui andava ad ascoltare da ragazzo al Marquee… Dove sarebbe il problema?”.

Keith “accoltellato” da Guido Toffoletti (c) 1985

Guido si fece convincere e fece come suggerito. Il giorno dopo provò a telefonare chiedendo di Richards. Il centralino perplesso chiese chi era, cosa voleva e comunque di restare in attesa. Dopo qualche minuto rispose Keith in persona. I dischi (e la… sponsorizzazione di Korner) avevano sortito il loro effetto. In breve Guido si trovò sulla terrazza del Gritti con Keith sua moglie e mi chiese di raggiungerlo. Richards era molto affabile. Salutò me e la mia compagna e appena lei e Patti si assentarono mi rivolse forse la frase più elegante che ho sentito rivolgere a un uomo a proposito della sua donna: “Apprezzo molto il tuo buon gusto”. Che delicatezza il vecchio pirata!

Keith passava le giornate chiuso in albergo nella sua suite dove aveva chitarra e amplificatore e si era fatto portare un impianto stereo su cui ascoltava vecchi dischi di blues e R&B, suonandoci sopra. Usciva la notte, con Guido, in giro per bàcari e taverne, un salto al Paradiso Perduto, trattoria jazz club alla Misericordia, o raramente a fare spese con Patti. Con Guido parlavano di blues. E della difficoltà di suonare in Italia. Keith gli scrisse il testo di una canzone su un tovagliolo di carta: “Musica questa, usala, magari ti serve”. E lo invitò a Parigi dove i Rolling Stones dovevano incidere Dirty Works agli studi Pathè Marconi: “Così se vuoi ti metto a disposizione la band”. La band? “Quella” Band!

Guido Toffoletti (c) 1998 Giò Alajmo

Guido ci andò davvero a Parigi, incontrò davvero la band, suonarono davvero dei blues in studio nelle pause. Ron Wood gli chiese se poteva trovargli un posto a Venezia o comunque in Italia per allestire una mostra dei suoi quadri e gli firmò una delega. Poi non riuscì più a Toffoletti, che aveva avuto nei suoi dischi Ian Stewart e Mick Taylor, di completare il brano che Keith aveva scritto facendogli registrare la parte di chitarra prevista. Troppo difficile trovare Richards nel tempo e nel luogo necessari. Ma Keith e anche Mick hanno sempre avuto un buon ricordo di Toffoletti (scomparso come noto in un incidente stradale nell’agosto 1999) ogni volta che ci si incontrava per qualche conferenza stampa in giro per il mondo, quelle in cui Keith e Mick incontravano divisi i giornalisti, e quando Mick si divertiva e superava i 20 minuti previsti, arrivava poi Keith che chiedeva al suo assistente: “Quanto è rimasto Mick? 40 minuti? Ok allora io faccio 45”.

Toffoletti rischiò anche l’arresto e una denuncia per colpa di Keith. Pensando a un regalo adatto da portargli, scelse un coltello da caccia e gli fece incidere sul manico le iniziali K.R. Poi però non resistette all’idea di farlo vedere a qualcuno e si incontrò nella notte con il suo batterista Max Iannantuono. Arrivò la polizia, vide due loschi figuri confabulare nella notte scura e si fermò. Controllò i documenti e notò la scatola aperta sul sedile. Il coltello fu sequestrato come arma pericolosa. Chissà dove giace ora.

Guido Toffoletti e Keith Richards, fotografati da Patti Hansen (c) 1985

Toffoletti non c’è più, ma i semi del blues italiano hanno dato frutti. Chi conosce la genesi e le traversie di quella parte del movimento musicale cresciuto in Veneto a metà degli anni Settanta non può non sorridere al pensiero che qualcosa di quei giorni, ancora oggi, faccia parte in qualche modo della vita della più grande rock’n’roll band della storia. Alla faccia di chi ci vuole male.

Giò Alajmo

(c) 25 settembre 2017

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Giò Alajmo ha la stessa età del rock'n'roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.