Lettera di una fan al Liga dopo il concerto di Reggio

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Liga a Reggio
Foto di Andrea Giovannetti

Bentornato, Luciano.
Sai Capo, ci pensavo dopo il concerto.
Quello di Reggio.
Pensavo che valeva la pena aspettare le nuove date.
E pensavo che Made in Italy è davvero un tour a sé, rispetto a tutti i tuoi altri.
Perché rispetto a tutti gli altri si è evoluto nel tempo, è cresciuto, dimagrito, ripreso forma.
È del tutto nuovo rispetto a come è partito il progetto, e non sono così certa che quello che ho visto a Reggio lo rappresenterà da qui fino alla fine.
Perché credo sia il tour più personale che tu abbia portato a spasso, Capo.
Ha seguito le tue vicissitudini, il tuo dolore.
Si è ritirato, ha aspettato lontano dalle folle per riprendersi pienamente.
E quando è tornato, quando si è ripresentato, lo ha fatto con la stessa paura della prima data, la stessa ansia e speranza di piacere, voglia di accettazione, gioia esuberante e felicità palpabile che chi c’era ha potuto leggere anche nei tuoi occhi e in quelli della band.
È stato un gran bel concerto, per chi come me va a un concerto pensando di godere del tutto: delle canzoni, dell’atmosfera, di chi c’era.
Le canzoni, che dire? C’era Made in Italy, c’erano certe chicche che da sole meritavano il prezzo del biglietto – Regalami il tuo sogno docet.
C’era l’atmosfera delle occasioni speciali: le immagini in anteprima del film, tu nella tua terra, e quelli della tua terra che erano lì proprio per te.
E si va anche per vedere chi c’era: lo fai tu, lo facciamo noi.
E chi c’era tu lo hai potuto vedere, come ogni volta.
C’erano  “…quelli che puoi giurarci ogni notte son presenti.”
C’erano quelli che hanno aspettato Reggio perché altrove non potevano.
C’erano quelli che lo facevano per beneficienza.
E c’erano quelli che lo fanno sempre e comunque per te.
Perché andar via con il ricordo di averti visto soddisfatto e in forma ha il potere di cacciarne via un altro, quello di quei maledetti video di mesi fa in cui annunciavi lo stop prima e l’annullamento del tour poi.
Si va via con la soddisfazione di aver avuto indietro un bello spettacolo, con un piccolo miracolo per noi che ti seguiamo, che siamo così vari e variegati: la scaletta, il termometro ufficiale della soddisfazione generale, sostanzialmente piace a tutti
Piace a chi vorrebbe solo le chicche, a chi vorrebbe solo Made in Italy, a chi vorrebbe sentire i vecchi pezzi, a chi conosce solo i nuovi…
Dopo Reggio, posso dire che mantengo quella che è stata la mia impressione sin dal primo momento in cui l’album è uscito: quella che dice che Made in Italy è una didascalia perfetta per una storia, una colonna sonora assoluta, tagliata per immagini; che i pezzi mantengono il potenziale suonati distintamente, ma che suonati come li abbiamo sentiti suonare al raduno ne acquistano uno nuovo, come singoli pezzi di un puzzle che vanno finalmente a posto.
Sentir suonare “Ho fatto in tempo ad avere un futuro” o “Mi chiamano tutti Riko” – “E’ venerdì non mi rompete i coglioni” credo meriti una menzione d’onore a parte però 😀 – mentre sullo schermo giravano le immagini del film,  è stato come veder finalmente un tutt’uno, un unicum di completezza tra parole, musica e immagini.
Aspettando che Made in Italy approdi sul grande schermo, dopo questo concerto approfitto per dirti una cosa Capo: niente di che, una riflessione, da una che come fan, nella mia specialissima lista su Volevo essere una Groupie, si colloca tra “quello che non ha il coraggio di parlarti”, “quello che non ti cricherebbe mai” e “quello che ama i teatri”…Made in Italy si dimostra bellissimo da vedere rappresentato. Al cinema sarà fantastico, ma sai, pensavo a come a suo tempo fu rappresentato “Certe notti”…
Ecco, lo dico, non mi menare: pensavo che mi piacerebbe vederlo a teatro. Che sia danza, musical, uno spettacolo a sé.
Immagini, corpi e musica. E la tua voce, magari, sullo sfondo.
Dici che sogno troppo, eh?
E vabbè, Capo, però lo dici anche tu, che “Quando smetti di sperare inizi un po’ a morire…”
E io a morire non ci penso proprio, e a sognare ho ricominciato da poco.
Comunque, lo ripeto: Bentornato, Luciano.
Valeva la pena di aspettare le nuove date.
E valeva la pena di sentire te ringraziarci per averlo fatto. Di non aver dato via i biglietti.
Ma che dici, ma quando mai, ma come ci pensi…
Grazie.

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Sono Chimena Palmieri, classe 1963.
Ho un diploma di Ragioneria, una Laurea in Sociologia, un lavoro presso l’Università Politecnica delle Marche.
Ho un figlio, Francesco; ho amici, molti interessi e poche passioni.
Sono nata a Castelfidardo, cresciuta a Numana, vivo ad Ancona: tutto in 30 chilometri, perché “Credo che la voglia di scappare da un paese con 20000 abitanti vuol dire che hai voglia di scappare da te stesso e credo che da te stesso non ci scappi neanche se sei Eddie Merx”.