La storia, si sa, la scrivono sempre i vincitori. Ai vinti viene concesso molto onore – non di rado neppure quello – e qualche nota a margine. La più importante delle eccezioni che confermano questa regola è nella storia dell’arte: parliamo della biografia di Michelangelo Merisi. Inadeguata fin dal soprannome con cui tutti lo conosciamo, il Caravaggio, giacché si è scoperto che il pittore non nacque nel paesotto della bergamasca di cui erano originari i genitori, bensì a Milano, come dal “certificato” rinvenuto nel libro parrocchiale di Santo Stefano in Brolo, nel 2007 (e, dopo più di dieci anni, ne prenderà atto anche il capoluogo lombardo, cambiando finalmente le ancora errate indicazioni sulla segnaletica apposta nella via a lui dedicata).
Per continuare con il romanzo costruito attorno alla sua vita, per la gran parte ripreso dalle descrizioni di Giovanni Baglione e di Gian Pietro Bellori, rigidi esponenti dell’establishment artistico che fieramente si opponeva alle invenzioni caravaggesche. Entrambi impegnati a sottolineare la dubbia moralità e le malefatte del milanese piuttosto che la sua capacità di inventare una pittura nuova, contro il concetto di bellezza ideale, contro le rigide norme del Concilio di Trento, contro la banalità del manierismo.

Martirio di Sant’Orsola, 1610 – Napoli, Collezione Intesa Sanpaolo, Gallerie d’Italia

Una pittura di grande realismo nelle figure, rappresentate generalmente su uno sfondo monocromo, illuminate da una luce violenta, che danzano intorno al baratro e improvvisamente, senza paracadute ci si tuffano dentro, trascinando con sé lo spettatore inevitabilmente sorpreso e atterrito. Una rivoluzione conclamata, che proprio la “cattiva stampa” ricevuta da Caravaggio lo fece reputare un minore fino alla metà del secolo scorso, quando una grande mostra milanese curata dal critico Roberto Longhi ne “certificò” l’impatto rivoluzionario senza eguali.
Proprio a quell’esposizione si rifà la rassegna milanese  Dentro Caravaggio, che propone fino al 28 gennaio prossimo nello stesso Palazzo Reale milanese venti opere (ma due, per problemi di conservazione, la lasceranno il 27 novembre e il 7 dicembre) sicuramente autografe. Il San Francesco in estasi di Hartford, il San Giovanni Battista di Kansas City, la Salomé con la testa del Battista di Londra, la Sacra Famiglia con san Giovannino di New York, il San Girolamo penitente di Barcellona, la Marta e Maria Maddalena di Detroit, sono venute dall’estero ad affiancare i capolavori di Firenze, Napoli, Cremona, Vicenza e naturalmente Roma.
Uno spettacolo magnifico. Imperdibile anche perché di pressoché impossibile ripetizione entro brevi lustri: MondoMostre Skira, coproduttore con il Comune di Milano, ha investito di 3 milioni e mezzo di euro. Il percorso espositivo è chiaro, la disposizione delle tele (ma per il magnifico Riposo durante la fuga in Egitto della Doria Pamphilj, con il geniale angelo di spalle che suona il violino, dapprima pensato in un angolo della composizione poi spostato al centro come segno della divisione tra passato e futuro, il supporto è una tovaglia di Fiandra che il Merisi, da poco a Roma, prese chissà dove non avendo i soldi per una tela) cronologica e illustrata senza lungaggini dalle schede apposte, l’illuminazione finalmente priva di qualunque fastidioso riflesso, il colore delle pareti sommesso.

Salomé con la testa del Battista, 1607 o 1610 –
National Gallery, Londra

E, oltre alle opere, vengono presentati – in forma multimediale immediata e piacevole su monitor appesi posteriormente a ogni quadro – i risultati dell’analisi effettuata sulle stesse con le più avanzate tecniche di ricerca (quelle mediche o, se preferite, quelle dei tecnici scientifico-forensi alla C.S.I., effettuate per tutti gratuitamente con il contributo del Gruppo Bracco) e che si traducono in scoperte sul modo di dipingere del maestro, sulla datazione dei vari quadri, sulla sua capacità di “fare la differenza” rispetto a tutti gli altri.
Caravaggio dipingeva senza un disegno di riferimento, solo qualche tratto, sempre con modelli dal vivo – quando non aveva il denaro per pagarli ritraeva se stesso guardandosi nello stesso specchio ricurvo che si vede in Marta e Maria Maddalena -, spesso incidendo la tela con la punta del manico del pennello, a volte aiutandosi con un poggiamano per i dettagli più complicati oppure cancellando con uno strato di colore più scuro o con un nuovo soggetto i particolari (ad esempio l’agnello nel San Giovannino oppure la Madonna a mani giunte sotto la Buona Ventura dei Musei Capitolini) che proprio non gli piacevano.
Soprattutto spesso lasciando trasparire lo strato di colore basilare, utilizzato per preparare la tela, dapprima chiaro, poi nero oppure rosso-bruno. Così le tele – ebbe l’idea quando gli vennero affidate le grandi rappresentazioni della Cappella Contarelli, sua prima commissione pubblica importante, ricevuta in sostituzione del “celebrato” Cavalier d’Arpino e con tempi di realizzazione molto stretti – hanno delle campiture scure, fondi e ombre appena sbozzate e sempre più invadenti, finché arrivano a “mangiare le figure” nella sua ultima opera, il Martirio di Sant’Orsola di Napoli.

San Francesco in estasi, 1598 circa – Hartford, CT, Wadsworth Atheneum Museum

La mostra propone anche un nuovo iter di datazioni, perché – seguendo la testimonianza di un garzone di barbiere che abitava vicino a Caravaggio, recentemente ritrovata – ipotizza un suo arrivo a Roma nel 1596 (non 1592 come si è sempre creduto). Forse un azzardo, ma certo un’idea affascinante per chi voglia impegnarsi a ricostruire cosa il Merisi abbia combinato nella sua nevrotica e inquieta intemperanza tutta contemporanea in quei quattro anni. E probabilmente anche in parte del resto della sua vita, segnata da una personalità, che certo doveva essere molto più rilevante e sfaccettata, colta e influente, di quanto riportato dai detrattori, se in poco più di tre lustri di attività nota – e, appena toccata la fama, lavorava per due settimane a una tela per poi trascorrere due mesi a gettare quanto incassato in taverne e tavoli da gioco, con prostitute e giovinetti di dubbi costumi – cambiò per sempre la storia della pittura occidentale.
Un attimo prima era un orfano “allogato nelle stradine piene di coltelli attorno a piazza Navona”, dormiva per strada (il suo primo protettore, il geniale e potentissimo cardinal Del Monte, viste alcune sue nature morte, attese una giornata e mezzo che i suoi sgherri lo trovassero, appisolato sopra un muretto senza nemmeno i vestiti addosso) e “faceva le teste per un grosso l’una e ne faceva tre al giorno” per pittorucoli. Un attimo dopo “improvvisamente sconvolse tutto, al punto tale che il boato della sua rivoluzione arriva in tutta Europa, e non c’è un solo grande pittore che non arrivi dalla Francia, dalla Spagna, dalla Germania per vedere quello che ha fatto Caravaggio”.

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Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente… Con quella punta di modestia, che non guasta mai.