Bruce Springsteen e quell’affinità elettiva con Tom Petty

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Avrei voluto scrivere oggi della lotteria “posti fortunati” a Broadway, oppure della performance di Bruce a Toronto nella cerimonia di chiusura degli Invictus Games, o ancora delle prove che il Nostro sta facendo al Kerr Theatre dove debutta stasera, 3 ottobre, con un’anteprima per amici, parenti, stampa e vip. E invece no. Oggi, purtroppo, scrivo di quella strepitosa esibizione del 22 settembre 1979 quando Bruce – insieme a Jackson Browne, Rosemary Butler e Tom Petty – infiammò la platea del Madison Square Garden  con una travolgente “Stay” in occasione di uno dei 5 concerti tenutosi a New York per dire NO al Nucleare e sostenere un’energia più naturale (erano i 5 concerti tenuti dai Musicans United for Safe Energy da cui vennero tratti uno straordinario doppio album, No Nukes, e un altrettanto eccellente omonim film). Oppure di quando Bruce – e Tom – intonarono insieme a Crosby Stills Nash & Young “Teach Your Children” al concerto di beneficenza per la Bridge School allo Shoreline Amphitheatre di Mountain View in California nel 1986. O ancora di quella volta che – era il primo marzo del 1990 –  al Forum di Inglewood, sempre in California, Springsteen e Dylan salirono insieme sul palco per cantare con Tom Petty e i suoi Heartbreakers “Travelin’ Band” e “I’m Crying”. Purtroppo oggi parliamo di Tom Petty perché Tom Petty non c’è più, tradito paradossalmente da quello stesso cuore che aveva sempre messo in ogni sua canzone, in ogni suo concerto, in ogni singola perfomance. Un cuore che ad un certo punto ha smesso di funzionare come doveva lasciandolo da solo svenuto in una casa a Malibu.

Eppure Tom Petty col cuore ci sapeva fare, sapeva come toccare le corde giuste di chi lo ascoltava, sapeva perfettamente come arrivare dritto nel profondo di ognuno di noi: lo faceva con quella sua chitarra volitiva e penetrante e quella sua voce graffiante e tenera allo stesso tempo. Di Bruce ha avuto sempre una enorme stima, li legava una sorta di affinità elettiva musicale che li rendeva in qualche modo simili pur nelle loro tante differenze. Anche Petty ha sempre cantato di anti-eroi di perfieria che ogni tanto facevano il colpo della vita. Aveva visto Bruce qualche mese prima che uscisse Born To Run, al Roxy di Los Angeles e gli era piaciuto subito. Si era riconosciuto in lui, lo aveva sentito simile, un fellow traveller come lo definisce Warren Zanes nella biografia dell’artista nato in Florida, intitolata semplicemente “Petty”. Tom non conosceva Bruce di persona ed era molto timido, a differenza del Nostro che lo chiamò al telefono per uscire insieme, da rocker a rocker. Petty – continua il racconto di Zanes – passò a prendere Bruce al Sunset Marquis e insieme percorsero in macchina tutto il Sunset Boulevard fino al mare. Si fermarono da Tower Records a comprare una mezza dozzina di eight-tracks (i nostri Stereo 8, che oggi non esistono più nda), guidarono fino a che non finirono di ascoltare tutti i pezzi. Tra i nastri presi c’era anche 12 x 5, il secondo album americano dei Rolling Stones (uscito nel 1964) e quando partì “Congratulations” Springsteen alzò le braccia al cielo e disse: “Adesso puoi prendermi!”. Tom Petty fu felicissimo perché capì di aver trovato uno come lui.  Ecco, uno come lui: Tom Petty è stato e continuerà ad essere uno dei più grandi rocker di sempre, uno dei più sensibili e arguti cantori d’America, uno di quegli autori che ci ha fatto conoscere – e amare – quell’America in cui oggi non ci riconosciamo più ma che è sempre lì, solo momentaneamente offuscata dalla follia contemporanea.

Quaggiù sulla E Street – ha scritto oggi Springsteen sul suo sito ufficiale – siamo devastati per la morte di Tom Petty e abbiamo il cuore spezzato. I nostri pensieri vanno alla sua famiglia e ai compagni della band. Ho sempre sentito una profondo legame con la sua musica. Era un grande autore di canzoni e un eccellente performer. Ogni volta che ci vedevamo era come incontrarsi con un fratello che non vedevi da tempo. Il nostro mondo – ha concluso Bruce – sarà un posto più triste senza di lui”.

Tom Petty era un Grande, con la G maiuscola, non a caso suonò a lungo con Bob Dylan con cui diede vita anche ad un super-gruppo, i Traveling Wilburys (insieme a Jeff Lynne, George Harrison e Roy Orbison) che alla fine degli anni ’80 conquistò il mondo. Ci mancherà Tom Petty, ci mancherà la sua voce ruvida e malinconica, ci mancheranno le sue struggenti ballate e – soprattutto – ci mancherà il suo spirito Rock’n’Roll e quell’ultimo ballo con Mary Jane…

 

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Patrizia De Rossi è nata a Roma dove vive e lavora come giornalista, autrice e conduttrice di programmi radiofonici. Laureata in Letteratura Nord-Americana con la tesi La Poesia di Bruce Springsteen, nel 2014 ha pubblicato Bruce Springsteen e le donne. She’s the one (Imprimatur Editore), un libro sulle figure femminili nelle canzoni del Boss.
Ha lavorato a Rai Stereo Notte, Radio M100, Radio Città Futura, Enel Radio. Tra i libri pubblicati due su Luciano Ligabue: Certe notti sogno Elvis (Giorgio Lucas Editore, 1995) e Quante cose che non sai di me – Le 7 anime di Ligabue (Arcana, 2011). Uno (insieme a Ermanno Labianca) su Ben Harper, Arriverà una luce (Nuovi Equilibri, 2005) e uno su Gianna Nannini, Fiore di Ninfea (Arcana). Il suo ultimo libro, scritto con Mauro Alvisi, s’intitola “Autostop Generation” (Ultra Edizioni). Dal 2006 è direttore responsabile di Hitmania Magazine, periodico di musica spettacolo e culture giovanili.