Con “Demoni” Carlo Ozzella va a caccia delle grandi platee

L’artista milanese, già band leader ed eccellente alfiere del blue collar rock abbinato a testi rigorosamente in italiano, torna con il terzo album. E ora modifica alcuni tasselli, accantonando fiati e piano, per raggiungere un pubblico più vasto e generalista con un lavoro che nulla ha di lugubre e sanguinario, in barba al titolo inquietante, ma piuttosto di introspettivo e catartico

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Carlo Ozzella
Foto di Larsen Premoli

Carlo Ozzella ci prova! E ne ha pieno diritto. A fare che? A mettere il naso fuori dalla pregiatissima nicchia nella quale ha finora gravitato con innegabile gradimento e indubbie soddisfazioni personali (il ristretto bacino dei ‘belli ma poveri’ o, meglio ancora, dei ‘beautiful losers’ con le spalle ormai appiattite dalle pacche di ammirazione ricevute), per fare un concreto tentativo di addentrarsi in un più ampio e fruttuoso ambito ‘meanstream’ che consenta di compiere un passo avanti verso le grandi platee.

Che la scelta si riveli azzeccata o meno, ovviamente, lo potrà dire soltanto il tempo. Accompagnato dall’analisi delle vendite. E della visibilità eventualmente acquistata.

Quello che di certo rimane da scandagliare con estrema attenzione, da parte nostra, è un ambizioso terzo lavoro da parte dell’artista milanese che sceglie volutamente di spiazzare lo zoccolo duro dei suoi fan, abbandonando di colpo e senza preavviso la sicura e confortevole bambagia del Jersey Sound tradotto in idioma italiano (probabilmente, un bene per la sua carriera) e avvicinandosi un pochino a una sorta di Correggio Style softcore. Sarà dunque ripagato da quel genere di audience più generalista, meno propensa all’approfondimento e alla ricerca di talenti da cantina e garage? O proverà presto nostalgia dei ‘pochi ma buoni’ che con affetto e regolarità hanno sostenuto fino a questo momento la passione e la creatività di questo rocker atipico?

La copertina di Demoni.

Già, perché a differenza di molti altri che hanno provato a fare i maledetti o a trasformarsi in piccoli emuli di un Mellencamp alla carbonara o di un Fogerty al cartoccio, il buon Ozzella (vita regolare, lavoro sicuro da colletto bianco, splendida famiglia che lo segue spesso e volentieri, nessun desiderio di giocare all’eterno ribelle, né frustrazioni artistiche da sfogare) è sempre riuscito a brillare con naturalezza e discrezione. Uno che piace al pubblico femminile, ma che non viene visto dagli ometti come una potenziale minaccia: si presenta sobriamente, senza l’ombra di aggressività, viso pulito e fare educato, persino schivo. Rimane, comunque, uno degli autori che meglio riescono a traslare la lingua italiana sopra sonorità prettamente rock: oggi, certamente, un po’ meno ‘blue collar’ e un po’ più Aor di un tempo.

Spariscono volutamente i fiati, il piano alla Roy Bittan e anche le ballate crepuscolari; via libera, invece, a un rock morbido e radiofonico con le chitarre in bella evidenza, ma senza andare a caccia di virtuosismi o stucchevoli specchietti per le allodole.

Nel suo primo album solista, Il lato sbagliato della strada con i Barbablues al suo fianco (nel 2011 era uscito Dove comincia la notte, ma attribuito all’intera r’n’r party band meneghino/pavese), Ozzella già iniziava a prendere le distanze dal suo ruolo di frontman della 57th Street Band alla guida dei quali si era messo in evidenza tra le migliori tribute band italiane di Bruce Springsteen. Certo, l’esordio risultava estremamente derivativo e caratterizzato da un Asbury Park sound di fine anni Settanta piuttosto spiccato e, di certo, non da stadio: eravamo, all’epoca, a una via di mezzo tra James Deely e G.B. Leighton con pennellate del John Cafferty più autografo con tanto di promettenti e azzeccati testi in idioma autoctono. Era il 2013 e, tre anni più tardi, sarebbe toccato anche a Storie dalla fine di un’estate con la quale il Nostro già dimostrava di volersi affrancare dalla ripetitività e dalla genuflessione artistica verso i suoi beniamini (so long, Tommy…) per intraprendere un cammino sempre più cantautorale.

Carlo Ozzella on stage (foto di Giuseppe Verrini)

Testi curati in maniera maniacale ma, è il caso di aggiungere, anche una certa naturale predisposizione al linguaggio semplice e alla trasfigurazione di sensazioni/sentimenti/emozioni tipicamente umani con una certa e limpida facilità. Certo, la Fender Telecaster rimane sempre e comunque un eloquente biglietto da visita, ma è evidente come con Demoni il buon Ozzella si spogli e si rimetta nuovamente in gioco. Non cerca facili scorciatoie a caccia di ‘hard fans’ monotematici, non rubacchia qua e là dalle idee e dalle atmosfere dei Nomi importanti di settore (proprio perché, non essendo nato cantautore, vanta una sorta di verginità elettiva…), non la butta sulla politica spicciola e su troppo facili slogan che qui da noi generano quantomeno ‘intoccabilità’. E non esagera né in pietismo, né in romanticismo. Né, tantomeno, in ottimismo. Si rinnova, punto e basta. Sia dal punto di vista espressivo, sia dal punto di vista prettamente musicale.

Un cd, detto da uno che solo raramente ha trovato motivi di reale interesse nell’abbinamento tra ‘genuina’ r’n’r music e testi in italiano (e non certo nei gettonati nomi da stadio…), che va sorseggiato su vari livelli: il primo ascolto per una visione d’insieme, il secondo da riservare alla musicalità e il terzo da offrire all’esame di una poetica mai banale e/o provinciale, ma neppure infarcita di astrusità, citazionismi da topo di biblioteca e sociologie spicciole varie. Maturità vocale e ormai consumata personalità compositiva, un team di musicisti affidabile e preciso, regalano rinnovato entusiasmo a questo viaggio introspettivo (ma non logorroico, né frustrato) intrapreso da Carlo Ozzella.

Ciò predetto, schiettamente parlando, Demoni costituisce un indubbio e visibile passo avanti sul piano della fruibilità di un prodotto che, certamente, spiazzerà i ‘duri e puri’. Questa volta gravitiamo tra il primissimo Brando, i migliori Timoria e persino i Rats meno incazzati (chi li ricorda?) con un pizzico, forse evitabile, di Cesare Cremonini. I vecchi paragoni con patriarchi come John Strada o Frank Get, ovviamente, non reggono più mentre, ogni tanto, affiora comunque un soffio del Graziano Romani del disco d’esordio targato 1993 (quello targato Wea ma criminalmente non promosso a dovere dalla major…) benché, rispetto all’indiscutibile numero uno del r’n’soul tricolore, i paragoni debbano esaurirsi seduta stante.

Carlo Ozzella ritratto da Larsen Premoli (RecLab Studios)

Ordunque, Demoni: musiche e produzione sempre curata, testi ancora ispirati ma non a caccia di rivoluzioni. Un titolo che potrebbe risultare fuorviante in termini di atmosfere e contenuti, legati anche a un massiccio ascolto dei Gaslight Anthem di Brian Fallon (da New Brunswick, guarda caso NJ…), ma scelto dall’autore perché “rappresenta bene le due anime di questo disco: i demoni interiori, quelli presenti dentro di me e che mi trovo a dover affrontare costantemente; e i demoni tentatori – aggiunge – Volevo scrivere canzoni per me atipiche, caratterizzate da una carica più sensuale del solito: meno riflessive ed esistenziali ma, unite a una musica più rock, molto più ‘dirette’ con letti, lenzuola e desiderio piuttosto in evidenza”.

L’attacco di Belle aurore è aggressivo e ruvido al punto giusto: la batteria è il biglietto da visita, le chitarre la cornice e la voce di Ozzella la trama di un film piuttosto radiofonico. Non sarai sola mai si sposta dichiaratamente tra Modena e Reggio Emilia, ma con tanto di gitarella aggiuntiva sui colli bolognesi, mentre la successiva Tutta la notte si ammorbidisce con una godibile marcetta swingata che strizza l’occhio a Francesco Baccini e Paolo Belli con tanto di testi godibilissimi.  Dei fidati Barbablues resiste solo Stefano Gilardoni al piano che, lasciato l’Hammond tra le mani di Larsen Premoli, completa un combo che vede la precisa sezione ritmica composta da Federico Paulovich e Roberto Cito, oltre al poliedrico Paolo Quaglino alle chitarre. Troppo tardi ormai riporta invece verso atmosfere più tambureggianti e classiche che si fanno ancora più vertiginose in Gabbie (altro passaggio potenzialmente adatto alla rotazione via etere) che regala anche variazioni di ritmo e conferma una certa pulizia certosina che, compiuto il giro di boa, la successiva Pagine relega volutamente in secondo piano con arrangiamenti più crudi che preludono a una sorta di ballata vivace. Non è mai finita rappresenta un’altra intuizione degna di nota con le sue atmosfere talvolta ovattate e talvolta elettriche, mentre L’ultima corsa è il classico rockaccio da bis con le prime file appoggiate alle transenne. La title track conduce ai saluti di coda ma risulta assai meno sanguinolenta di quanto si possa credere, nonostante qualche risvolto degno di un palco di periferia che si rispetti, mentre Com’è giusto che sia rappresenta una ballata strappamutande con frequenti allunghi che, in versione live, lascerà parecchie vittime sotto il palco. Grazie anche all’apporto dei suoi “demoni che – come sottolinea Ozzella, produttore insieme a Quaglino del lavoro registrato e mixato ai RecLab Studios di Buccinasco – mi fanno compagnia e mi tengono vivo”.

L’uscita ufficiale dell’album è prevista per il 13 ottobre, mentre lo showcase di presentazione è in programma domenica 15 ottobre all’Alcatraz di Milano alle 20, opening act del concerto di Massimo Priviero (diventato, nel tempo, una sorta di paterna chioccia per Ozzella). Sugli store digitali è già possibile il pre-order, nonché lo scaricamento del singolo Belle Aurore del quale il 21 settembre è già uscito anche il video.

Vogliate gradire!

Ps: questa recensione è dedicata alla memoria di Thomas Earl Petty.

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Daniele Benvenuti, triestino, classe 1968. Laureato in Scienze politiche, è giornalista professionista con ormai cinque lustri abbondanti di attività sulle spalle tra carta stampata, video e radio. Studioso di “popular music”, nonché autore di una monumentale tesi in Sociologia delle comunicazioni di massa (Sociologia della musica: Il rock e la comunicazione tra fan), tra le sue produzioni editoriali predilige biografie e monografie come quelle già dedicate a Bruce Springsteen (quasi tremila gli iscritti allo specifico gruppo Facebook ‘All the way home’) o ad atleti di prestigio. Già responsabile di uffici stampa nelle massime categorie sportive nazionali, attivo nel mondo del volontariato, è specializzato anche nella promozione di rassegne musicali ed eventi sportivi. È vicepresidente vicario dell’USSI FVG. Una casa letteralmente invasa da migliaia di vecchi vinili, musicassette, cd, stampe, locandine, foto e libri specializzati (tutto classificato con maniacale precisione…). Le sue opinioni costituiscono il sunto di quasi trent’anni di ascolto critico, archiviazione metodica, viaggi sgangherati e una caccia spasmodica alla “scaletta perfetta”.