Vent’anni di carriera per Niccolò Fabi e tante occasioni per festeggiarli: una di queste è l’uscita della raccolta Diventi Inventi 1997-2017 prevista per domani 13 ottobre 2017, assieme a un in-store tour che parte sempre domani da Roma e che toccherà le principali città italiane. Diventi Inventi 1997-2017 è un progetto che si differenzia dai tradizionali greatest hits: è un doppio CD che comprende una selezione di canzoni scelte da Niccolò (interamente risuonate da lui), un brano inedito, più una serie di rarità musicali, tra cui demo, provini di brani inediti rimasti nel cassetto e un brano live registrato in un’occasione molto speciale. Per i fan più appassionati è stata realizzata una ghiotta versione in edizione limitata acquistabile solo su Amazon, contenente il doppio CD, un doppio LP in vinile, un 45 giri, un libro-intervista inedito a cura di Martina Neri (davvero interessante) e un CD Live che raccoglie una selezione di brani registrati durante l’ultimo tour estivo, che si chiuderà con il concerto di Roma il 26 novembre al PalaLottomatica.

La copertina di “Diventi Inventi 1997-2017”

Qualche giorno fa ho incontrato Niccolò Fabi a Milano: abbiamo trascorso assieme una quarantina di minuti abbondante per parlare di questi ultimi vent’anni, con la semplicità, la disponibilità e la serenità che è in grado di trasmettere ogni volta. Gli propongo un gioco per rompere il ghiaccio:

Immagina di avere a disposizione la DeLorean di Ritorno al Futuro e di usarla per tornare indietro di vent’anni. Arrivato a destinazione esci dalla macchina, cammini per la strada e incontri per caso il Niccolò del 1997: cosa gli dici?
«Credo che non gli toglierei il gusto di scoprire piano piano ciò che sarebbe successo. Sicuramente non gli farei nessun tipo di rivelazione su particolari determinanti del futuro o su ipotetiche scelte da non fare, perché le cose che mi hanno salvato le avevo già lì: nel 1997 ero già abbastanza consapevole che la mia primaria volontà dovesse essere quella di stare bene, e che “stare bene” non sarebbe significato “consenso” in qualsiasi forma sarebbe arrivato. Per stare bene dovevo avere il consenso che a me, personalmente, gratificava di più. Per scoprirlo, il Niccolò del 1997 dovrebbe inevitabilmente passare per delle prove, ad esempio non potrei dirgli: “Non frequentare la televisione perché non è il tuo ambiente!”, perché comunque l’ho scoperto solo andandoci, e se non ci fossi mai andato ancora oggi mi chiederei ogni volta: “E adesso? Lo faccio o non lo faccio?”. Grazie anche a quegli scivoloni ho chiarito meglio le cose di cui ho più bisogno. Quel tipo di precisione di desiderio ce l’avevo lì, ma non avevo le esperienze sufficienti per agire di conseguenza. Nel mio caso specifico, poi, le debolezze e le incertezze sono sempre state la molla principale su cui costruire i lati forti della mia comunicativa artistica, e non è poco.»

Qual è il tuo cambiamento più grande che hai notato in questi vent’anni?
«Il mio è stato veramente un cambiamento graduale, non c’è stato mai un salto repentino, questo l’ha reso più lungo, ma sicuramente più consapevole. Il cambiamento più grande è stato nella sicurezza con cui adesso posso salire su un palcoscenico e fare quello che devo fare: questo deriva dal sentire che ciò che mi appresto a fare è proprio ciò che mi piace fare, perché ho abolito pian piano qualsiasi forma di dovere nei confronti di un’aspettativa altrui di qualunque tipo, che si tratti di un pubblico, di un genitore, o di una casa discografica. La cosa incredibile è che tanto più facevo così, tanto più l’altrui in realtà apprezzava, come se lo dovessi fare nell’ottica stessa di amplificare quello che faccio. Questo è stato un cambiamento molto forte perché nei primi anni la mia percentuale di disagio era sproporzionata rispetto a quella di comfort. Una percentuale endemica di imbarazzo è insita in me e non sparirà da lì perché non sono un uomo di spettacolo e non lo sarò mai. Ogni volta che c’è un palcoscenico, ogni volta che c’è una posizione di leggera supremazia o di maggiore visibilità io non sto bene. Togliermi dalla visibilità televisiva mi serviva proprio a eliminare tutti quegli aspetti legati alla popolarità che non mi interessavano. Ora quelle che mi fermano per strada e mi riconoscono sono persone che nel 99% dei casi mi stimano, le altre non mi fermano neanche perché non sanno proprio chi sono, e quindi sono riuscito a risolvere questo problema. Con gradualità sono riuscito a trovare la serenità in una cosa che per me è innaturale.»

Niccolò Fabi in concerto al Carroponte di Sesto San Giovanni il 6 luglio 2017 – © Foto: Riccardo Medana

Dopo tanti dischi realizzati collettivamente hai scelto di registrare interamente da solo sia Una somma di piccole cose che Diventi Inventi 1997-2017: come coniughi questa scelta con l’esatto opposto, ovvero la condivisione con il pubblico e con chi è sul palco con te?
«Questo è un principio interessante: se ci pensi, più ho fatto da solo e più le persone si sono avvicinate a me. Non l’ho fatto per egomania, ma perché sentivo che quella cosa lì, un po’ per insicurezza, un po’ per divertimento, mancava profondamente in tutto ciò che avevo fatto fino ad allora. Ho sempre lavorato con musicisti che hanno una loro personalità, quindi con loro fai un po’ quello che a loro viene bene, e mi è servito per costruirmi pian piano le mie certezze, ero già più produttore che artista. Ora è più facile registrare da soli perché adesso ci sono possibilità tecnologiche che anni fa non c’erano. Se mi fossi trovato a registrare da solo in una casa di montagna avrei realizzato qualcosa di impubblicabile dal punto di vista tecnico. E poi, lo ammetto, non sarei neanche stato capace di suonarlo: in tutti questi anni ho preso una maggiore confidenza nel suonare chitarra e voce da solo, in quello che non è un mio talento naturale rispetto a tanti altri che ce l’hanno fin dall’adolescenza. Ho dovuto studiare parecchio per raggiungere un buon livello, probabilmente agli inizi non sarei stato in grado di farmi piacere una situazione chitarra e voce. Con questi ultimi due dischi credo di essere riuscito a modellare le canzoni attorno a quel tipo di comunicativa, rendendo il tutto un po’ più naturale.»

Costruire nella sua nuova versione mi è sembrata registrata in presa diretta, è così?
«Esattamente, Costruire è stata registrata con un solo microfono piazzato nella stanza dove mi trovavo, a pochi metri da me. Per quella che è inevitabilmente la canzone più rappresentativa, la mia canzone simbolo, non volevo cadere in nessun tipo di rielaborazione o di produzione anche mia: due microfoni sono già un’impostazione di produzione. Facendola così, invece, è proprio come se tu sentissi qualcuno nella stanza accanto che te la sta suonando.»

Niccolò Fabi in concerto al Parco Tittoni di Desio (MB) il 30 luglio 2016 – © Foto: Riccardo Medana

Ecco è quella che hai definito come la tua canzone più difficile da scrivere: l’hai interpretata in maniera diversa, spogliandola dei suoni distorti e usando molta delicatezza. Mi ha colpito molto questo “spogliare” le canzoni: è simbolo di una consapevolezza diversa rispetto a quella che avevi quando le hai scritte?
«In alcuni casi sì. Nel caso di Ecco c’è da dire che, se ti trovi a registrare da solo in una casa di campagna, non è che puoi metterti a strillare alle undici di sera con la chitarra distorta a tutto volume.» (ride) «Al di là delle contingenze, credo fosse giusto che quella canzone avesse un’evoluzione di questo tipo, che gli togliesse quello che, inevitabilmente, quando l’ho registrata per l’album nel 2012 era impossibile togliergli, cioè quella distorsione intesa proprio come grido di non accettazione, e quindi mantenesse la potenza del pathos, raccontandolo però in una maniera che è inserita ormai, ahimè, nella quotidianità che in qualche modo ho accettato. Forse quella è la canzone che più di tutte, riascoltando il disco, ha colpito anche me, perché ha preso in questa versione una sfumatura molto speciale. Sicuramente gli toglie un po’ di epicità che aveva nella versione originale con l’orchestra finale: è una modalità più sobria di raccontare quella mia scelta di campo che in molti ormai conoscono, e non avevo bisogno di sottolinearla nuovamente.»

A fine agosto hai dovuto chiarire pubblicamente l’annuncio della tua pausa artistica perché fu scambiato da molti come un addio alla scena musicale: come si fa a far convivere le aspettative di chi ti segue con la volontà di rimanere te stesso?
«Credo di essere più avvantaggiato di altri su questo aspetto: nel tempo ho percepito che ciò che le persone hanno apprezzato di me sempre più non sono solo le canzoni, più o meno belle, ma è proprio questa loro sensazione che il mio percorso sia veramente libero e indipendente (non indie, eh), forse perché corrisponde in qualche modo alla verità. Un percorso dettato da quel desiderio che principalmente “è cercare di piacersi e di riuscire a fare in tempo”: grazie a quel tipo di atteggiamento credo di aver prodotto delle cose che loro hanno trovato emozionanti perché dettate da questa urgenza che non è un corteggiamento al gusto di chicchessia. Ovviamente, accanto a questo, c’è stato il dispiacere all’idea che quella voce non potessero sentirla più. Al di là di quella nostra attitudine all’essere creduloni nel leggere i titoli su Internet, c’è stata proprio una reazione istintiva del tipo: “Non vado neanche ad approfondire, perché già l’idea che smetta mi fa star male!”. Questo è stato per me confortevole e confortante, perché sento che hanno capito il mio bisogno di prendermi una pausa.»

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Niccolò Fabi in concerto all’Auditorium di Milano il 23 maggio 2016 – © Foto: Riccardo Medana

Da dove nasce questa necessità?
«Ho bisogno di staccarmi un po’ perché un certo tipo di canzoni non le posso più fare: per fortuna, o purtroppo, alcune cose sono irripetibili nella mia vita. Spero di non ritrovarmi più in quella condizione emotiva che mi spinge a considerare la canzone un luogo in cui raccontare sempre alcune consapevolezze così interiori. Mi piacerebbe, e spero che il pubblico ne sia contento, che suonando potessi anche divertirmi e basta. Il grande dubbio è che io non sia in grado di esprimere il divertimento in musica, o quell’altra parte in una maniera così artisticamente valida come quella attuale, perché so che su questa sono diventato forte, o forse, il più forte su questa specifica sfumatura di quel linguaggio di racconto, che poi è solo una piccola parte del ventaglio di possibilità che puoi esprimere. Non so se riuscirò a integrare le due cose, per ora non ci voglio pensare, altrimenti non mi godo neanche questa pausa. Ci si prende una pausa proprio perché vuoi che le idee arrivino. Tutta la mia vita è così: non ho un contratto con la mia casa discografica, abbiamo un’opzione per cui ci ritroveremo quando io avrò ulteriori cose da proporre, ed è così da diversi anni.»

Spesso si dice che le canzoni ti salvano la vita: c’è una paura che la tua musica ti ha aiutato a vincere in questi 20 anni?
«No, ho tante paure che non ho superato, ma credo che tendenzialmente la musica mi abbia aiutato molto. Ad esempio, la paura del giudizio degli altri è determinante quando fai qualcosa di pubblico: in genere ce l’hai già, ma se ti esponi è tre volte più potente e ti incoraggi soltanto quando sei assolutamente convinto di aver fatto la cosa giusta. Quella è l’unica corazza possibile per proteggerti un po’, ed è spuntata quando la musica ha cominciato ad assomigliare tanto a quello che avrei dovuto fare. Adesso, quando salgo sul palco e faccio un pezzo chitarra e voce, se uno mi grida “Sei una pippa!” dentro di me posso permettermi di pensare “Non ci capisci un…”, mentre vent’anni fa avrei pensato “Forse c’hai ragione.” e mi sarebbe sicuramente pesato di più. Ovviamente questo è un esempio un po’ esagerato: se mi dicono “Non mi piaci!” è ben diverso, c’è una grossa differenza tra la sensazione di sentirsi non orgoglioso del proprio livello e il fatto che ci sia qualcuno che non apprezzi quello che faccio, e quest’ultimo aspetto mi sembra sacrosanto.»

Niccolò Fabi in concerto all’Auditorium di Milano il 23 maggio 2016 – © Foto: Riccardo Medana

Quest’anno tu ed Elisa festeggiate vent’anni di carriera. Le vostre strade si sono già incrociate in passato, mi vengono in mente due momenti: prima a Parole di Lulù nel 2010 (da quella serata è stato estratto il brano live “Attesa e inaspettata” contenuto in “Diventi Inventi 1997-2017”, ndr) e poi per il WWF con L’ora della Terra nel 2012…
«Già, il suo abbraccio a Parole di Lulù è stato meraviglioso: quello ovviamente è il vero valore indimenticato e indimenticabile nella sua generosità, ed è stato anche un momento bellissimo che abbiamo vissuto in quella situazione.»

Hai mai pensato a una collaborazione con lei?
«Agli esordi eravamo molto più vicini, sia musicalmente che geograficamente: lei frequentava molto la zona di Roma, e aveva anche indubbiamente un approccio alla canzone che andava in una direzione meno smaccatamente pop. Anzi, lei riusciva meravigliosamente a far coesistere il rock e il pop. Per questi motivi ci si vedeva anche molto di più, ma poi abbiamo intrapreso percorsi diversi, lei ha fatto delle scelte dalle quali io mi sono allontanato. Per questo motivo, la collaborazione la vedo molto difficile e credo che non sia venuta in mente a nessuno dei due. Questo non significa però che non possa accadere, mai dire mai, abbiamo concluso i nostri vent’anni di carriera in punti diametralmente opposti, poi però nei prossimi dieci anni chissà… di certo non credo di poter prendere il suo posto ad Amici.» (ride)

Beh, da diversi giorni gira voce che nella nuova edizione ci sarà anche Paola Turci, sareste una bella accoppiata romana, no?
(ride) «Guarda, dopo tutto quello che ti ho raccontato oggi direi che ti autorizzo a tirarmi una “pizza” in faccia se mai dovessi decidere di farlo, te lo metto anche per iscritto se vuoi, ma non perché sia un delitto farlo, quanto piuttosto perché nel mio caso suonerebbe davvero come una grossa incoerenza, mentre magari per Paola non lo è, perché mi sembra assolutamente felice di questo suo percorso attuale. La differenza è sempre quella: quanto sei felice a fare quel percorso? Se sei felice…»

Niccolò Fabi in concerto al Parco Tittoni di Desio (MB) il 30 luglio 2016 – © Foto: Riccardo Medana

L’ultima volta che ci siamo visti abbiamo parlato di viaggi a piedi in solitaria lungo la via Francigena: adesso che ti prenderai un po’ di tempo per te, hai già qualche idea su dove andare?
«Tante! Devo solo capire come incastrarle tutte, ma quella del viaggio a piedi è assolutamente una priorità, però devo anche capire il momento giusto per farlo, visto l’inverno che si avvicina credo aspetterò più avanti, e soprattutto devo decidere dove farlo.»

Se cerchi un po’ di tranquillità credo che ti convenga farlo all’estero, un’idea da consigliarti ce l’ho, ma ricordati che noi italiani siamo dappertutto.
«Ah tranquillo, non c’è problema, mi fa sempre piacere incontrare degli italiani all’estero, se poi li trovo in una situazione del genere vuol dire che sono sicuramente italiani che mi piacciono.» (ride)

Al termine dell’intervista consegno a Niccolò la lettera che gli ho scritto qualche settimana fa. Lui autografa la mia copia di Diventi Inventi 1997-2017 e aggiunge una dedica accanto alla sua firma: “Ci vediamo per la strada!”. Un augurio che non costa niente chiamarlo speranza, e nulla costa sognare che sia una promessa: Niccolò, se vuoi, ci vediamo lì.

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Non ha ancora capito cosa farà da grande, ma per adesso ha in tasca una laurea magistrale in Ingegneria Informatica, fa lo sviluppatore Web freelance, collabora con il Politecnico di Milano e con varie società di comunicazione. Ama lavorare dietro le quinte e, in generale, "si ripete spesso che è fortunato" (cit.). Appassionato di musica, eventi e fotografia live, adora andare ai concerti e quando può si precipita sotto il palco a scattare. Si (pre)occupa della parte tecnica di Spettakolo.it (quindi se il server crolla è colpa sua).