Springsteen: considerazioni su Broadway, arte e lavoro

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Bruce Springsteen plays harmonica and guitar during his set for The Concert for Valor in Washington, D.C. Nov. 11, 2014. DoD News photo by EJ Hersom

Ogni volta che Bruce Springsteen fa qualcosa, tutto il mondo ne parla. Sua moglie, Patti, raccontava anni addietro in un’intervista che ogni volta che Bruce entra in una stanza, la temperatura si alza. Figuriamoci dunque, se Springsteen – dopo un tour mondiale trionfale (l’ennesimo, quello di The River 2016, 89 date in 13 mesi) che ha portato nelle casse 306.5 milioni di dollari (fonte Pollstar) – decide di suonare per 4 mesi in un piccolo teatro nel cuore di Manhattan, da solo con chitarra e piano, raccontando storie legate alla sua vita, in un’atmosfera estremamente intima e raccolta… Si scatena di tutto. Dai bagarini, che nonostante tutte le attenzioni degli organizzatori e la pre-registrazione on line dei verified fans, riescono (non si sa come, ma sto studiando e ne riparleremo) a comprare i biglietti e a rivenderli a cifre che arrivano fino a 12.000 dollari, ai giornalisti che si fanno accreditare da tutto il mondo (e qualcuno si dimentica pure di andare…) fino alle centinaia di persone che ogni giorno si ritrovano davanti al Kerr Theatre solo per salutare Bruce e Patti  (più di uno però è stato omaggiato di un biglietto per le prove generali).

Springsteen è sereno, nonostante metta sul palco la sua anima, quella più privata e intima, quella sussurrata e raccontata con il cuore in mano come farebbe con te il tuo migliore amico, non una mega-rockstar di dimensioni mondiali una di quelle – appunto – che quando entra in una stanza fa cambiare la temperatura. Invece Bruce si siede lì davanti a te come se stesse nel suo (o nel tuo) salotto di casa e ti narra la sua vita. Lo ha detto lui stesso nelle interviste rilasciate nelle ultime settimane alla stampa americana: “Il Walter Kerr ti fa sentire come se stessi invitando della gente a casa tua e ti permette una diversa comunicazione con il pubblico. Io non lo so se questi spettacoli proseguiranno anche dopo il 3 febbraio (data – ad oggi – dell’ultima replica, nda) perché bisognerà vedere come mi sento. Questo non è uno show impegnativo dal punto di vista fisico, ma da quello emotivo e mentale sì“. E come potrebbe essere diversamente? Bruce si racconta senza alcun filtro, né protezione, tra sé e la sua gente, come e forse più di quanto già aveva fatto nell’autobiografia: “La mia idea – ha detto ancora Springsteen – era quella di presentare il lavoro che ho fatto negli ultimi 40 anni o giù di lì e lasciare che parlasse da sé. Io credo che il pubblico voglia sempre due cose: sentirsi a casa ed essere sorpreso, e io ogni volta vado sul palco con questo obiettivo.  Cerco di fare in modo che la gente si senta in un posto che loro conoscono da tanto tempo e allo stesso tempo provo a sorprenderli con nuove suggestioni, nuove forme, nuove energie o semplicemente con un modo nuovo di fare le cose. Ma devi avere l’X factor, se non ce l’hai, affoghi. Quello che ho sempre cercato nel mio lavoro è di fare qualcosa che fosse fondamentale per il mio pubblico: ho scritto molte più canzoni di quelle che ho pubblicato nei dischi e se non le ho inserite di volta in volta è perché non le ritenevo essenziali, in quel momento specifico, per il mio pubblico. Ho pubblicato solo ciò che era veramente fondamentale ottenendo in cambio una descrizione molto intensa di chi fossi, di cosa volessi fare, di cosa stessi cantando. E fondamentalmente io ancora giudico il mio lavoro con le stesse regole“.

Bruce Springsteen così, evidentemente, non lo abbiamo mai ascoltato, né visto. Per i pochi fortunati che riusciranno ad entrare al Walter Kerr (38.000 circa a fronte di un milione emzzo di richieste provenienti da tutto il mondo), un’esperienza indimenticabile. Per chi rimane fuori, la speranza che venga realizzato un dvd, anche se dal vivo – LO SO – è tutta un’altra emozione…

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Patrizia De Rossi è nata a Roma dove vive e lavora come giornalista, autrice e conduttrice di programmi radiofonici. Laureata in Letteratura Nord-Americana con la tesi La Poesia di Bruce Springsteen, nel 2014 ha pubblicato Bruce Springsteen e le donne. She’s the one (Imprimatur Editore), un libro sulle figure femminili nelle canzoni del Boss.
Ha lavorato a Rai Stereo Notte, Radio M100, Radio Città Futura, Enel Radio. Tra i libri pubblicati due su Luciano Ligabue: Certe notti sogno Elvis (Giorgio Lucas Editore, 1995) e Quante cose che non sai di me – Le 7 anime di Ligabue (Arcana, 2011). Uno (insieme a Ermanno Labianca) su Ben Harper, Arriverà una luce (Nuovi Equilibri, 2005) e uno su Gianna Nannini, Fiore di Ninfea (Arcana). Il suo ultimo libro, scritto con Mauro Alvisi, s’intitola “Autostop Generation” (Ultra Edizioni). Dal 2006 è direttore responsabile di Hitmania Magazine, periodico di musica spettacolo e culture giovanili.