Due anni dopo The Rise of the Zugebrian Time Lords e trent’anni dopo Introducing the Hardline, esce oggi Prometheus & Pandora, settimo album in studio per Sananda Maitreya (dodicesimo se si uniscono al conto anche i 5 firmati come Terence Trent d’Arby). Un titolo dal sapore mitologico per un’opera complessa, come sempre scritta e prodotta interamente da Sananda, che si compone di tre volumi per un totale di 53 brani e 178 minuti di ascolto.

Ogni disco riflette le caratteristiche del personaggio mitico che rappresenta (il primo Prometeo, il secondo Pegaso e il terzo Pandora) tramite testi e peculiarità musicali: «Prometheus era viziato! Niente cazzate, era lunatico, era aggressivo ma, come visionario, non solo vedeva, ma creava. Era l’energia maschile, era bipolare ed è stato punito per quello che ha fatto. Ecco perché nel disco ci sono delle chitarre dure e aggressive Gibson nel suo volume. [Pandora] è molto positiva, molto femminile, molto rosa e si sente superiore. È più a suo agio con se stessa di Prometheus e, mentre Pandora è la donna che noi più temiamo perché rappresenta la verità, lei non ha paura di noi. Il suo suono nel disco è Fender: più indie, più Smiths, più introspettivo e più audace, ma un po’ meno alfa. Pegasus è l’anello di congiunzione che unisce lo stato spavaldo alfa di Prometheus e l’aggressività beta di Pandora. Rappresenta la prospettiva, quindi l’atmosfera del suo volume è rilassata e ci sono molti titoli di animali (Food For Trout, Zebra, Rhinoceros, The Marmoset) perché gli animali sono specchi nella nostra coscienza, noi non li giudichiamo così duramente come facciamo con noi stessi».

Nonostante le differenze di suono e di concezione tra i tre volumi, lo stile dell’album non è niente di nuovo per i fan di Sananda: si tratta sempre del Post Millennium Rock, un genere non genere che, nonostante si dichiari lontano da ogni vincolo a favore della massima libertà compositiva, potremmo definire un figlio diretto dei Beatles tornato all’ovile dopo aver passato un’adolescenza ribelle durata circa 40 anni.
Ciò che invece contraddistingue Prometheus & Pandora dal resto della discografia dell’artista è la presenza di una seconda voce, quella di Luisa Corna, nella veste di Pandora. Per quanto riguarda Pegaso, invece, le parole vengono meno in favore di pezzi strumentali, come se il messaggio del cavallo alato potesse essere compreso solo da coloro che sono soliti immergersi nella natura incontaminata.

Vi sono alcune canzoni che tornano più volte all’interno dei tre dischi. Due in particolare sono presenti in ogni volume: la prima è It’s Been a Long Time, singolo di lancio dell’album e gioia per le orecchie, impossibile da dimenticare fin dal primo ascolto; la seconda è I Don’t Know How to Love, cover di I Don’t Know How to Love Him di Andrew Lloyd-Webber e Tim Rice, scritta e registrata originariamente per l’opera rock Jesus Christ Superstar.

Prometheus & Pandora è un progetto maestoso, ispirato e ricercato al tempo stesso, che merita di essere ascoltato e riascoltato con attenzione. Come tutto ciò che arriva da Sananda, d’altronde.

Love, peace and soul

 

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Nato a Venezia, credo nel futuro e in Stevie Wonder.