Ligabue a Trieste, atto 1.: e uno ‘sfigato lunedì’ diventa un ‘Signor venerdì’

Il primo dei due concerti da recuperare nel capoluogo giuliano vola via in maniera rocciosa e convincente. Così, dopo l’auspicio iniziale, alla fine arriva anche un sincero “Grazie per la fiducia concessa al cantante!”. Cinque le modifiche in scaletta rispetto l’ultima uscita padovana: a partire da Dottoressa, inserita a sorpresa in apertura. Dopo il ‘sold out’ di ieri sera, rimangono ancora a disposizione alcune decine di biglietti per l’immediato bis odierno. E qualcuno sogna un duetto sul palco con Elisa…

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Ligabue a Trieste (foto di Simone Di Luca)

“Ci è capitata una delle serate peggiori della settimana: uno sfigatissimo lunedì! Facciamo in modo che diventi, tutti insieme, un fottutissimo e sanguinoso venerdì!”.

Ci mette davvero poco, Luciano Ligabue, per annunciare la sua esplicita dichiarazione d’intenti. Del resto, aveva già anticipato qualche secondo prima, che lui e i suoi pard erano lì “per farci perdonare un certo ritardo…”. Riferendosi, ovviamente, al doppio forfait di marzo e aprile in terra giuliana (obbligato, e più che giustificato), dovuto a motivi di salute.

Buona la prima, dunque, al PalaTrieste! Leggi anche un sold out largamente annunciato, ma confortato altresì da una prestazione esemplare da parte di tutta la squadra. A partire da una scaletta caratterizzata dai tradizionali 22 brani e dalle abituali due ore scarse a referto (1h54’ on stage per la precisione), ma anche arricchita da ben cinque variazioni rispetto la precedente uscita padovana del sabato. Iniziando dall’inserimento a sorpresa di Dottoressa proprio in apertura, a discapito della ben più abituale La vita facile.

Foto di Simone Di Luca

E, per l’atto secondo in programma già quest’oggi nuovamente sul colle di Valmaura, rimangono a disposizione ancora alcune decine di biglietti che saranno regolarmente posti in vendita ai botteghini della struttura giuliana.

Il Liga, tiratissimo e concentrato sotto il suo gilet plumbeo, conferma dunque di essersi lasciato alle spalle i seri problemi all’attrezzo del mestiere, giungendo al termine dello show senza flessioni o incertezze apparenti alla voce: convinta e convincente. Archiviando al tempo stesso anche le tensioni o le paure legate a eventuali reazioni negative dell’ugola persino davanti agli affaticamenti più reiterati. Infatti, sono ormai sei settimane, giorno più/giorno meno, che i ragazzi sono (nuovamente) in giro: dalle ore ricche di incognite a poche decine di metri dall’arenile di Rimini fino agli applausi scroscianti guadagnati nel Friuli Venezia Giulia, il Made in Italy Tour – Palasport 2017 prosegue tuttavia senza intoppi e con un rodaggio ormai sostituito da una ragguardevole velocità di crociera.

Il palasport dedicato alla memoria di Cesare Rubini, dopo essere rimasto a bocca asciutta a inizio anno, era del resto pronto a spalancare le cateratte dell’entusiasmo con una frenesia già iniziata alle 19 al momento dell’apertura porte e ribadito anche alle 21 quando una puntualità da orologiaio svizzero aveva decretato l’inizio dello show (e anche oggi verranno confermati gli stessi orari).

Foto di Simone Di Luca

Palco sobrio ed essenziale, roba da veri rocker e non da intrattenitori gigioni degni di Las Vegas. Spazi ampi per muoversi il giusto, senza esagerare in prestazioni podistiche o teatralità ostentate; amplificazione orfana di grandi muraglie, utili solo per colpire lo spettatore più ingenuo e guastare la visibilità. Ma anche una pedana con tanto di neon da balera romagnola per raccogliere sezione ritmica (i puntuali Davide Pezzin e Michael Urbano) e tastiere (il poliedrico Luciano Luisi in plancia di comando), spalle sicure che consentono frequenti rotazioni di formazione con una provvidenziale sezione fiati (la presenza del trio dai polmoni d’acciaio coinciderà infatti con i passaggi più convincenti e originali del live act…) a ridosso del preziosissimo Max Cottafavi. Senza dimenticare la passerella a ‘T’ per le episodiche, misurate e mai frenetiche scorribande fino al cuore della platea.

Del resto, assente qualsiasi forma di opening, il sottofondo di stampo esplicitamente Motown diffuso nei minuti antecedenti l’inizio del concerto costituiva già indicativo viatico per alcuni arrangiamenti black a cavallo tra r’n’b e soul bianco. Scelte azzeccate che, valutate nel loro complesso, inducono a pensare come l’artista di Correggio nelle ultime stagioni abbia probabilmente (ri)ascoltato con piacere parecchi album di Southside Johnny o Mike Farris.

Foto di Simone Di Luca

Ciò premesso, e sottolineando anche la robusta e continuativa dose di autopromozione della pellicola Made in Italy (in uscita nel gennaio 2018 e diretta dallo stesso Ligabue) affidata a un mega schermo centrale incorniciato da luci alla stregua di uno specchio da camerino per star sul viale del tramonto, sono esattamente le 21.03 quando i nove man in black italiani, così intesi sotto il profilo strettamente cromatico legato a Johnny Cash, fanno il loro ingresso progressivo su un palco ancora illuminato. Chiude proprio il fromboliere principe che si contraddistingue dai pur preziosi gregari per i Ray Ban Aviator specchiati e un uso certamente massiccio quanto insistito del phon prima di entrare in scena.

Detto di Dottoressa quale azzeccato biglietto da visita per la serata in corso, Mi chiamano tutti Riko prosegue le danze con Stefano Accorsi (il solito clip promo) ad attirare già l’attenzione dalle retrovie con un look e una gestualità alla Elvis più vicini a quello del compianto Lorenz nostrano, piuttostochè a quelli del virgulto di Tupelo persino nella fase della decadenza.

Il primi call & response con il pubblico non tardano ad arrivare, soprattutto quando prima di lanciarsi in È venerdì, non mi rompete i coglioni (evidenti le strizzatine d’occhio a Waitin’ on a sunny day, implacabile tormentone springsteeniano per bimbi prodigio e genitori spregiudicati), il frontman manifesta apertamente le sue intenzioni nel voler trasformare una serata potenzialmente loffia in un’occasione da ricordare. Alla fine ci riuscirà ampiamente ed è anche ovvio che la rinuncia a numerosi brani contenuti in Made in Italy (alla fine le citazioni saranno solo quattro: il tris d’apertura e G come giungla, qualche minuto più tardi) tolga prospettiva alla filosofia del concept album che rimane, comunque, valida per un ascolto con il cd inserito nell’apposita fessura del lettore. In sostanza, dunque, viene promosso più il film in uscita che l’album pluripremiato con una setlist tesa ed equilibrata che punta sul sicuro e accontenta praticamente tutti.

Foto di Simone Di Luca

Pochi trucchi e pochi orpelli, però. Suoni incalzanti e ritmo tambureggiante (la calibratura esatta, soprattutto per gli spettatori del primo e secondo anello, richiederà qualche minuto di rodaggio da parte dei fonici) per regalare la sequenza Ho messo via (la prima parentesi con ballatona strappamutande, nonostante il ficcante solo di Cottafavi)-Eri bellissimaIl meglio deve ancora venire per il trittico delle rotazioni che segue sempre il blocco iniziale tratto da Made in Italy. Poi le tappe diventano quelle abituali, ma non per questo meno accattivanti: e se Ho fatto in tempo… porta per la prima volta il Nostro lungo la passerella per la gioia dei (soprattutto giovanissimi) in transenna, Quella che non sei regala i primi acuti da stadio alla sei corde di Fede Poggipollini. I due chitarristi si integrano alla perfezione, gli arrangiamenti sono veloci e solo talvolta lasciano spazio alle individualità per una convincente coesione d’insieme. Anche il tradizionale omaggio alla premiata ditta Stipe & Buck profuma più di garage, per quanto possibile, che di alternative college. E, altra vera sorpresa, undicesimo brano della serata e ultima opportunità per una rotazione da veri die hard fan, viene rappresentata da Una vita da mediano in versione quasi acustica proprio nel ventre della platea, nonostante atmosfere sofisticate più adatte a un compassato e geometrico Verratti che al ben più tignoso e ringhiante Gattuso.

Chi si aspettava Elisa per un duetto su A modo tuo è invece rimasto deluso, anche se non è detto che la beniamina di casa non possa farsi viva questa sera in occasione del bis, mentre Un’altra realtà si farà ricordare anche e soprattutto per la torrida scena di sesso orizzontale tra il fortunato Accorsi e Kasia Smutniak, proiettata alle spalle dei musicisti. Poggipollini e Cottafavi (il secondo regala anche un accenno finale di All along the watchtower sfuggito ai più…) duelleranno amichevolmente anche nell’intro di Marlon Brando è sempre lui dove l’Hammond del sempre incisivo e generoso Luisi diventa reale motivo di standing ovation.

Poi, prima del tradizionale set acustico, Ligabue sembra quasi scusarsi (“Il famigerato momento acustico – lo dipinge a parole – Un tempo, nei primi anni Novanta, molti si assentavano per bere una birra. Voi, però, non andatevene, per favore….”) ma i fatti, intesi come apprezzamento, pathos e partecipazione collettiva, gli daranno giustamente ragione. E, auspicabilmente, anche motivo per azzardare ancor più in futuro con una svolta sempre più black (lunga vita alla partnership artistica con il trio dei fiati: Massimo Greco, Emiliano Vernizzi e Corrado Terzi, magari affiancati da un paio di coriste di matrice gospel o persino da quell’incontenibile Arianna Antinori che Pezzin conosce molto bene…) e meno concentrata sui volumi. Tutto pienamente nelle sue corde attuali, anagrafiche e stilistiche.

La chiusura del set principale (Balliamo sul mondo e Tra palco e realtà) e i bis programmati con ovvia presentazione musicisti di rito (Certe notti e Urlando contro il cielo) portano ai generosi saluti di commiato tra high five alle mani protese e saluti alle tribune. E anche su una certezza condita da applausi scroscianti: “Grazie per aver trasformato questa serata sfigata in un Signor Venerdì – Grazie per la fiducia concessa al cantante. E anche per aver conservato il biglietto durante tutti questi mesi…”.

Vogliate gradire!

 

La scaletta della prima serata triestina:

  1. Dottoressa
  2. Mi chiamano tutti Riko
  3. È venerdì, non mi rompete i coglioni
  4. Ho messo via
  5. Eri bellissima
  6. Il meglio deve ancora venire
  7. Ho fatto in tempo ad avere un futuro (che non fosse soltanto per me)
  8. G come giungla
  9. Quella che non sei
  10. A che ora è la fine del mondo?/It’s the end of the world as we know it (and I feel fine) (R.E.M.)
  11. Una vita da mediano (acustica)
  12. A modo tuo
  13. Piccola stella senza cielo
  14. Questa è la mia vita
  15. Un’altra realtà
  16. Marlon Brando è sempre lui
  17. Non è tempo per noi (acustica)
  18. Lambrusco & pop corn (acustica)
  19. Balliamo sul mondo
  20. Tra palco e realtà

Encore:
21. Certe notti
22. Urlando contro il cielo

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Daniele Benvenuti, triestino, classe 1968. Laureato in Scienze politiche, è giornalista professionista con ormai cinque lustri abbondanti di attività sulle spalle tra carta stampata, video e radio. Studioso di “popular music”, nonché autore di una monumentale tesi in Sociologia delle comunicazioni di massa (Sociologia della musica: Il rock e la comunicazione tra fan), tra le sue produzioni editoriali predilige biografie e monografie come quelle già dedicate a Bruce Springsteen (quasi tremila gli iscritti allo specifico gruppo Facebook ‘All the way home’) o ad atleti di prestigio. Già responsabile di uffici stampa nelle massime categorie sportive nazionali, attivo nel mondo del volontariato, è specializzato anche nella promozione di rassegne musicali ed eventi sportivi. È vicepresidente vicario dell’USSI FVG. Una casa letteralmente invasa da migliaia di vecchi vinili, musicassette, cd, stampe, locandine, foto e libri specializzati (tutto classificato con maniacale precisione…). Le sue opinioni costituiscono il sunto di quasi trent’anni di ascolto critico, archiviazione metodica, viaggi sgangherati e una caccia spasmodica alla “scaletta perfetta”.