Truòisparìs, la coraggiosa marcia di Franco Giordani lungo ‘sentieri scomparsi’

Il polistrumentista friulano torna con la seconda opera autografa. Questa volta si sposta in Valcellina dove utilizza una personale miscela di dialetti per dipingere, attorniato da ospiti illustri, piccoli-grandi affreschi di provincia. Il curatissimo booklet contiene anche un racconto inedito di Mauro Corona

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Franco Giordani
Foto di Gabriele Moretti

Quando vedi Franco Giordani, con la sua zazzera ribelle e quel sorriso sempre sincero, ti aspetti una via di mezzo tra Donovan, Rino Gaetano e Jeff Buckey. Poi ti ricordi che, di base, trattasi di un esperto e raffinato polistrumentista dalle spiccate influenze folk ma anche dalle passioni ben più r’n’r di quanto non voglia dare a intendere (non tiriamo fuori l’abusato e terrificante termine ‘menestrello’, please: lasciamolo pure a chi non riesce a distinguere un Dylan da un Arlo Guthrie o un Branduardi e un Ivan Graziani da un Nick Drake e un Ian Anderson…) che solo nelle ultime stagioni ha ritenuto, facendo sfoggio di grande umiltà, di essere supportato da una creatività adeguata, una voce matura e una capacità espressiva tanto varia quanto completa in tutta la sua gamma.

L’ennesimo architetto prestato alle sette note (o, forse, sarebbe quasi il caso di affermare il contrario…), uscito oltremodo soddisfatto e finanche ricco di riconoscimenti ufficiali dall’esordio discografico in veste solista datato 2015, torna dunque con un secondo lavoro ancor più complesso, coraggioso e impegnativo addentrandosi in una personale marcia lungo una serie complicatissima e intricata di ‘sentieri scomparsi’.

È proprio questo, infatti, il significato del titolo Truòisparìs (neologismo con due accenti che unisce i vocaboli Truòis + sparìs) che inizia a inerpicarsi partendo da quelle vette già scalate con il precedente InCuntreTimp (InControTempo: arguto gioco di parole che consente di far ruotare a piacimento le sue singole sezioni: ‘in’, ‘contro’, ‘incontro’, ‘tempo’ e ‘controtempo’) con il quale il Nostro utilizzava il dialetto delle sue zone (partendo dal friulano più puro per penetrare nel vernacolo locale fino alla variante estrema del clautano, direttamente dalla sua infanzia spensierata) per mettere in musica intuizioni poetiche da bardo urbano.

La copertina di Truòisparìs

Questa volta, però, Giordani esce ulteriormente dagli schemi geografici abituali e, proprio come anticipato dallo scatto di copertina che lo vede inerpicarsi (immortalato di spalle e con la chitarra acustica a tracolla) lungo un sentiero ricoperto di foglie in una giornata pedemontana particolarmente uggiosa e dichiaratamente autunnale, punta dritto verso i segreti della Valcellina (alta provincia di Pordenone) che lui stesso presenta come “terra di montagna, di acque, di poeti e scrittori”. Da tutto ciò viene tratta ispirazione “per raccontare piccole cose, personaggi più o meno conosciuti ed eroici o fatti sconvolgenti come la tragedia del Vajont”. Un percorso originale e potente intrecciato grazie a un linguaggio straordinariamente ‘sonoro’ che utilizza forti varianti tra l’abituale friulano occidentale, l’arcaico bellunese e persino il cadorino con mille varianti se ci si sposta tra Andreis, Claut, Barcis, Erto e Casso e Cimolais.

Un packaging più da libreria che da music store, curatissimo e ricchissimo non solo di crediti e testi opportunamente tradotti ma anche di scatti mai gratuiti o autoreferenziali, sempre preziosi per consentire di ‘leggere’ l’opera come fosse un cd e di ‘ascoltarla’ come fosse un misterioso libercolo di leggende agresti. Senza dimenticare, oltre ai musicisti abituali, la partecipazione straordinaria di ospiti preziosi e talentuosi come Massimo e Icaro Gatti, Jens Kruger e Claudio Sanfilippo, mentre l’amico (e, in un certo senso, ‘padrone di casa’…) Mauro Corona mette a disposizione un inedito racconto autografo.

Foto di Gabriele Moretti

Quattordici le piccole tappe per coprire insieme a Giordani i suoi Truòisparìs. Un’escursione impegnativa e drammatica, ma anche leggiadra, attraverso la quale si respira aria di poesia: non è un caso che lo spunto iniziale per questo lavoro sia giunto dalla moglie Barbara Floreancig, a sua volta apprezzata autrice, mentre lo stesso artista si sia imposto in svariate rassegne riservate alle composizioni in versi. Certo, la sicurezza derivante dall’essere stato tra i finalisti della Targa Tenco nel 2015 e i lustri formativi sul palco e in sala di incisione che lo hanno portato a diventare collaboratore storico di Luigi Maieron, senza disdegnare formative tappe personali con altre band e altre prospettive di genere, si fanno sentire in termini di personalità e autocontrollo. Del resto, uno che ha spalleggiato senza timori reverenziali con (e, soprattutto, guadagnandosi l’incondizionato rispetto di…) personaggi del calibro di Michele Gazich e Davide Van De Sfroos, solo per aggiungere altri nomi di spessore, non può temere il giudizio della critica e dell’ascoltatore comune.

Non è perciò, e una volta per tutte, un caso che anche questo lavoro abbia visto la luce sotto questa forma fuori dagli schemi e dalle logiche di mercato, perché Giordani, partendo dalle scontate qualità di poliedrico musicista e ricercatore corteggiatissimo per la sua perizia davanti a praticamente tutti gli strumenti a corda, ha voluto soprattutto ‘raccontare’ utilizzando la musica come semplice, ma ovviamente curatissimo, sottofondo per ‘accompagnare’ i suoi racconti. E, per farlo, ha scelto di giocare non più in casa, andando coraggiosamente in trasferta. Approfittando dei più facili approcci con le parole del suo idioma quotidiano, ma anche di rischiare con temerarietà allargandosi a linguaggi e forme di espressione per lui inediti.

Franco Giordani in uno scatto di Gabriele Moretti

Da eterno cantastorie, il Nostro ha progressivamente scoperto dentro di sé una sensibilità poetica che un tempo, evidentemente, teneva abilmente celata tra dita impegnate piuttosto a sfiorare lo strumento o chiusa a doppia mandata e con un pizzico di timore nei cassetti dell’anima. L’obiettivo, questo è chiaro, è quello di fondere canzone d’autore e radici, songwriting moderno e musicalità d’altri tempi, professionalità allo strumento e timidezza da quasi neofita al microfono, nubi di polvere e gocce d’acqua, muschio e asfalto.

Così, è saltato fuori un cd che sorprenderà chi si aspetta di avere a che fare ‘soltanto’ con un talentuoso pluristrumentista; ma anche un cd che ‘chiede’ di essere riascoltato per poter essere compreso ogni volta in una maniera diversa. Un dischetto nel quale la cura dei particolari si perde nell’immediatezza del complesso e nel quale il complesso non può prescindere dalla minuzia dei particolari.

Un cantautorato accessibile a tutti e una ricerca subito esplicita per musicofili appassionati, in sostanza, si fondono dando vita a un progetto privo di barriere linguistiche e di ruffianerie nei testi. Quasi tutte le canzoni sono ballate e, salvo prova contraria, mai melense o ripetitive. Tanto nelle tematiche quanto nella musicalità che approfitta anche della fisa di Ulisse Tonon, nonché della chitarra di Dino Di Giacomo.

Uchî è un intro essenziale di una manciata di secondi basato su una poesia di Federico Tavan, sorta di manifesto preliminare per l’intero lavoro (“Qui si vive in bianco e nero e si urla a colori…”) e per lanciare con leggiadria la successiva Dulà che i truòis i sparìs (Dove i sentieri spariscono) che introduce in maniera struggente in un mondo dove il mandolino pare condurti per mano. Bionda o bruna (a sua volta ispirata da una poesia di Giuseppe Malattia) continua su questi lidi che profumano di medio Evo, mentre la successiva Revelli costituisce un omaggio a Ruggero Grava, calciatore del Grande Torino perito insieme ai compagni di squadra nella tragedia aerea del 1949 sul colle di Superga. Nativo di Claut ed emigrato giovanissimo dal Friuli alla Francia insieme alla famiglia, venne a torto ritenuto per molti anni un atleta transalpino: ospiti di questo omaggio al Maciste clautano tra il malinconico e il pittoresco anche il prestigioso banjo di Jens Kruger.

Foto di Gabriele Moretti

Picial cjant (Piccolo canto) musica in maniera struggente alcuni versi di Tavan, mentre la successiva Bepi Manarin, brillante e cadenzata con profumi di flamenco con la complicità della chitarra classica di Michele Pucci, costituisce un omaggio alla memoria di un amico e piccolo-grande eroe musicale di provincia. La so sciànta (La sua storia, tratta da La ballata della donna ertana di Corona) conduce al giro di boa con la fisa di Ulisse Tonon a fiancheggiare una drammatica storia tutta al femminile con sonorità che, tuttavia, lasciano spazio a soffi di allegria e serenità.

La voce di Giordani, a volte, ricorda per tonalità, espressività e voluto autocontrollo persino quella di Pierangelo Bertoli, benché il friulano dia sempre e piuttosto la sensazione di rifugiarsi tra l fronde dei suoi boschi. Ah se saveve (Se avessi saputo) prosegue con garbo ed essenzialità, parafrasando ancora Tavan e facendo esordire il violino di Giulio Venier e le percussioni di Elvis Fior. E lancia a sua volta quell’Intro Ega nèigra che, grazie alla drammatica introduzione del sintetizzatore di Vittorio Vella e dalle voci estrapolate da un vecchio servizio della Rai, riporta a galla il dramma di Erto e Casso grazie a soli 57” di lancio: a Ega nèigra, unico episodio parzialmente non dialettale con il supporto vocale di Sanfilippo e la slide di Tony Longheu, il compito di trascinare con parole di accusa in territori espressivi assai cari a Massimo Bubola uno dei passaggi più ruvidi e polverosi dell’intero lavoro.

No sta vèi pòura (Non avere paura, parole di Malattia) è una sorta di ninna nanna che potrebbe essere uscita da qualche prova microfonata della Seeger Session Band, attitudine bluegrass con Steve Martin in veste di ospite potenzialmente ideale che emerge in maniera esponenziale nella successiva Par no pagè al dàthio (Per non pagare al dazio) con testo di Andrea Nicoli che alza sensibilmente il tasso alcolico grazie all’ennesimo personaggio da leggende agresti, mentre Dusc compàign (Tutti uguali, ancora versi di Nicoli) riporta tutto sui binari della malinconia legata al violino di Venier con il pezzo più lungo dell’intero dischetto. Lasciando alla conclusiva Ce prôvi (Cosa provano, versi di Tavan) il compito di chiudere i giochi con un pezzo ricco di metafore urbane e quasi gaberiano.

L’album (inciso tra l’Arcipelago Studio di Tarcento e i Delta Studios di Remanzacco, prodotto da Valter Colle) è già in vendita sul sito www.nota.it, ma anche in alcune librerie e negozi specializzati, oltreché su Amazon, Ibs e iTunes. La presentazione ufficiale, live e con band, è invece fissata per il 16 dicembre al Ridotto del teatro Verdi di Pordenone. Due settimane prima, il 2 dicembre, Franco Giordani e il brano Revelli saranno invece finalisti del Festival Suns Europe sul palco amico del teatro Giovanni da Udine.

Vogliate gradire!

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Daniele Benvenuti, triestino, classe 1968. Laureato in Scienze politiche, è giornalista professionista con ormai cinque lustri abbondanti di attività sulle spalle tra carta stampata, video e radio. Studioso di “popular music”, nonché autore di una monumentale tesi in Sociologia delle comunicazioni di massa (Sociologia della musica: Il rock e la comunicazione tra fan), tra le sue produzioni editoriali predilige biografie e monografie come quelle già dedicate a Bruce Springsteen (quasi tremila gli iscritti allo specifico gruppo Facebook ‘All the way home’) o ad atleti di prestigio. Già responsabile di uffici stampa nelle massime categorie sportive nazionali, attivo nel mondo del volontariato, è specializzato anche nella promozione di rassegne musicali ed eventi sportivi. È vicepresidente vicario dell’USSI FVG. Una casa letteralmente invasa da migliaia di vecchi vinili, musicassette, cd, stampe, locandine, foto e libri specializzati (tutto classificato con maniacale precisione…). Le sue opinioni costituiscono il sunto di quasi trent’anni di ascolto critico, archiviazione metodica, viaggi sgangherati e una caccia spasmodica alla “scaletta perfetta”.