Eugenio Bennato racconta “Da che sud è sud”

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Eugenio Bennato

Eugenio Bennato, musicista e artista a tutto tondo, classe 1946, non ha bisogno di presentazioni. Eppure, nonostante abbia alle spalle diversi decenni di carriera, la sua voglia di sperimentazione artistica e professionale non accenna a diminuire. È uscito infatti il 20  ottobre Da che sud è sud, ultimo lavoro del maestro partenopeo, che dei ritmi della taranta e dei suoni del sud ha fatto la sua firma musicale.
In una soleggiata mattinata ottobrina lo incontro nel suo studio, nella sede della storica Tarantapower, che persino Google Maaps definisce come “circolo culturale”. Entrare nel tempio di Bennato, districarci tra chitarre, poster e vecchi album è sinceramente un momento di arricchimento personale, prima che professionale, e a riceverci troviamo Eugenio che si apre a noi scambiando quattro chiacchiere carico di entusiasmo.

È appena uscito Da che sud è sud, un progetto musicale che esplora anche suoni  “fuori Mediterraneo”. Dopo tanti anni è ancora forte in lei la necessità di sperimentazione?
Sì decisamente. È l’unica molla che spinge a scrivere cose nuove. Io penso che scrivere musica voglia dire vivere il proprio tempo, e il tempo cambia velocemente come la storia. Le cose che ho scritto cinque anni in Questione meridionale non mi sentirei di ripeterle. Non è  il mercato che mi chiede un prodotto nuovo, ma è il mio percorso che mi spinge a cercare sempre qualcosa di nuovo. So che questo spiazza l’ascoltatore perchè ascoltare No logic song sicuramente è un colpo per chi è abituato alle mie cose precedenti. Ma io penso che l’arte sia proprio quell’elemento che ci porta a scoprire, a sperimentare, e ci da il coraggio di aprirci a cose nuove. Questo è sempre successo: quando io scrissi Che Mediterraneo sia sul ritmo di taranta era sicuramente sconvolgente, infatti molti mi criticarono e mi dissero “ma che fai? Invece di parlare di San Paolo di Galatina parli dell’immigrazione nel Mediterraneo?”. Ero già abbastanza avanti allora, e spero di esserlo anche con Da che sud è sud.

Un disco che in dodici canzoni ha il coraggio di mettere in luce un tema così caldo in questi mesi come “i viaggi della speranza” e le “carovane della disperazione”. Da cosa è nata questa esigenza?
Nasce dalla storia in cui viviamo quotidianamente. Io avevo già individuato questo ruolo del Mediterraneo un po’ di anni fa, ma adesso la situazione si sta facendo drammatica. In questo disco ci sono storie di incontri, ad esempio in Mon père et ma mère c’è l’incontro con questo ragazzo che ha vissuto proprio questa esperienza. Racconto storie che in un certo senso ho vissuto. Da qualche decennio ho la fortuna di girare il mondo con la musica, così vieni in contatto con musicisti e artisti degli altri paesi. Ecco, le storie che vivo da spettatore poi le racconto nei miei dischi.

Un progetto che dà voce ai diversi popoli ma li lascia suonare nella propria “lingua” originale. Non c’è il rischio di dare poca organicità al  disco?
Sì devo ammettere che all’inizio un po’ di resistenza a mettere titoli in francese o in inglese ce l’avevo, però queste cose le avvertivo istintivamente. Poi razionalmente ho pensato che questo meltin pot di linguaggi potesse essere l’anima del disco. D’altra parte la realtà di oggi è fatta di questo, la realtà che ci fa comunicare in questo momento come quella di Facebook o di Internet in generale è un linguaggio che sta andando verso una sintesi di più lingue. Il rischio che fosse una babele di linguaggi c’era, ma in definitiva era proprio quello che volevo. La presenza di queste lingue mi porta poeticamente a pensare che una canzone mi fa essere non solo quì dove vivo, ma anche lì dove sono nate le canzoni.

In questo viaggio di ricerca e sperimentazione che ormai è storia della musica, quanto ha influito la nostra Napoli nel suo cuore?
Napoli è il punto di partenza per me, è la città che più di tutte quelle che ho visitato rappresenta un incrocio di lingue, francese, spagnolo, l’americano del dopo guerra. Napoli è la città che è riuscita ad assorbire le sue invasioni ed avvolgerle positivamente, è una città aperta, un porto di mare, questo ha favorito la mia visione della musica. Ero bambino, e nel dopo guerra il mio maestro Roberto De Simone si divideva fra il Conservatorio di San Pietro a Majella dove suonava Bach e Beethoven e i locali del porto dove gli americani chiedevano ai pianisti di suonare lo swig. Napoli è stata la città che per il suo ruolo magico e maledetto si è sempre trovata ad essere un punto di frontiera e di partenza.

No logic song è il primo singolo estratto dall’album, un brano che parla d’amore. Questa scelta nasce dalla consapevolezza dell’universalità dell’amore?
Io non avevo mai scritto una canzone d’amore, però non voglio essere sempre così pesante da trattare solo argomenti di storia o di rivendicazione sociale. In questa canzone c’è una leggerezza che corrisponde all’amore per una donna visto come l’amore per la musica, che è la stessa cosa. Scrivere una nuova melodia è come incrociare lo sguardo di una donna, è quell’ansia che porto addosso adesso che ho appena finito Da che sud è sud e sto già pensando a nuovi imput. È come incontrare l’amore della propria vita, che poi non lo si incontrerà mai.

Sta per partire un nuovo tour nei teatri d’Italia. Nonostante l’esperienza maturata negli anni, resta sempre la stessa emozione ad ogni vigilia?
Beh, oggi affrontare una platea di tanta gente è diverso, lo faccio con molta più tranquillità, mentre invece da ragazzino ricordo che quando andavo a vedere i concerti dei miei idoli pensavo “madonna santa, come fanno?”. Diventare grandi comporta la consapevolezza di avere qualcosa da dire e di farlo nel modo più personale possibile. Quando canto La ballata di Ninco Nanco è una cosa che ho scritto io e nessun altro avrebbe potuto farlo in quel modo. Questo mi porta ad avere una consapevolezza tale che mi permette maggiore tranquillità rispetto agli inizi. Detto questo, però, è sempre una bella esperienza ricevere tanta attenzione e capire una cosa che è tipica del mio percorso, cioè di non avere fans fra quelle schiere di esagitati o istericamente protesi per l’autografo, ma avere fans che mettono attenzione e vengono trasportati da altre cose meno eclatanti, come il messaggio che vuoi far arrivare. C’è in me questa consapevolezza di avere un pubblico diverso, che non è quello dei talent show o del Grande Fratello, ma di giovani che hanno fatto una scelta di vivere la propria cultura e passione. In questo tour immagino che incontrerò questo tipo di persone e questo mi carica di tanto entusiasmo.

Eugenio Bennato

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Social Addicted. Sceneggiatrice su whatsapp. Esperta in drammi sentimentali, pizze, panini e piadine. Sempre in bilico fra le sue due passioni: la ricerca scientifica e il giornalismo. Penna cinica del web appassionata di musica, arte e viaggi.