Paesaggio a Hellsau, 1896

Il più importante pittore svizzero dell’800, di notevole caratura anche a livello europeo, fu Ferdinand Hodler, rigoroso, ieratico, “imperterrito” nel suo evoluto simbolismo di matrice germanica. Il più fantasioso e lirico dei suoi contemporanei (nacque 15 anni dopo) fu il “volubile” Cuno Amiet, capace di spaziare dal post-impressionismo al quasi astrattismo, dall’espressionismo al divisionismo, senza soluzione di continuità.
Proprio i due aggettivi virgolettati sono quelli che usa Amiet nel 1904, su una cartolina inviata al suo collezionista principale, l’industriale Oscar Miller (comprò oltre 300 opere del pittore), quando, disegnandovi una vignetta, ironizza sull’atteggiamento dell’ex-amico, imperturbabile di fronte alle critiche di “ingenuo epigono di Hodler” raccolte a commento di una mostra fatta in coppia a Vienna. E se il più vecchio maestro cammina lungo la sua diritta via chiusa tra alte mura, il più giovane Cuno si autoritrae mentre si perde nell’intreccio di un labirintico giardino di sentieri fioriti.

Nudo femminile sdraiato con fiori, 1912

La prima esposizione in area italianofona di Amiet è aperta fino al prossimo 28 gennaio presso il Museo d’arte di Mendrisio, la cittadina ticinese famosa per gli immensi megastore, ma dove esistono ben tre realtà museali attive nel proporre eventi espositivi spesso assai interessanti e mai banali. La mostra, titolata Il paradiso di Cuno Amiet. Da Gauguin a Hodler, da Kirchner a Matisse, è strutturata in maniera intelligente e chiara: con oltre 70 tele, altrettanti disegni, opere cartacee e foto storiche, mette in evidenza le due principali qualità del maestro nato a Soletta nel 1868 e deceduto ultranovantenne nella sua casa-atelier di Oschwand.
Parliamo da un lato della positività che ha sempre albergato negli occhi di Amiet, che ha sempre fatto da filtro al suo modo di vedere la realtà e di “girarle attorno” (in un altro scherzoso miniautoritratto fa il girotondo nella natura), che l’ha sempre fatto rivolgere al paesaggio, alle persone, al mondo, come fossero un “paradiso” dove perdersi, incontrare, vivere appieno. Dall’altro della sua capacità di essere una “spugna” nei confronti dei movimenti artistici a lui contemporanei, del clima culturale e dei singoli protagonisti del circuito pittorico del tempo.
La mostra segue la linea del confronto, individuando e anteponendo un’opera dei suoi “ispiratori” alle diverse tappe nominative del percorso. Innanzitutto Paul Gauguin (dopo un debutto nel mondo dell’arte come modello-bambino a 10 anni per una tela di soggetto storico di Walther von Vigier): la sua ammirazione per lui lo porta a Pont-Aven per frequentare il cenacolo degli allievi e dei seguaci, destinati ad alimentare la corrente ipercoloristica dei Nabis. Poi Van Gogh e il fervore post-impressionista parigino, l’amico Giovanni Giacometti, l’inizialmente ammiratissimo Hodler, e via via molti altri, da Matisse a von Jawslenski, da Münter a Morgenthaler, da Macke al ticinese Pietro Chiesa: tutti hanno in qualche modo segnato le straordinarie qualità coloristiche caratterizzanti Amiet, che fu tra l’altro tra i primi aderenti al gruppo “Die Brücke”, base dell’espressionismo tedesco.

Paradiso, 1900-01

Pioniere dell’arte moderna, Amiet sviluppa un’astrazione delle linee, un’autonomia della forma, una visione del mondo, che, sommate alla tavolozza intensa e serena insieme e all’equilibrio costruttivo di tutte le sue “partiture” estetiche, lo fanno apprezzare subito. Unica cesura nel suo itinerario espressivo il trauma dell’incendio che, nel 1931, colpì il Glaspalast di Monaco di Baviera, dove era in corso una sua retrospettiva. Tremila le opere del museo distrutte, così come tutte le 51 dello svizzero, che da allora allentò la sua tensione modernista per seguire una linea più “consapevole” e più rinchiusa nella sua individualità.
È famoso e ricco già in vita, ma mantiene sempre un atteggiamento disponibile, gentile, accogliente, con tutti, riuscendo, incredibile dictu, a essere un personaggio d’avanguardia e insieme una persona felice e mai macerata dalle tragedie del presente. Quasi destinato a vivere in uno dei suoi paradisi, dove il serpente è quasi scomparso, immerso nella vegetazione e nella natura, essa sì fonte di vita e stimolo di crescita verso il futuro.

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Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente… Con quella punta di modestia, che non guasta mai.